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Blues Viaggio nel Blues: Lontano dal Delta

20/03/2021 di Roberto Frattini

#Blues#Jazz Blues Black#Blues

Prosegue il viaggio che Roberto Frattini ci ha fatto intraprendere nel mondo Blues. La sesta tappa prende spunto da una canzone...per arrivare a Blind Lemon Jefferson.
Eh, signori miei, che storie hanno a volte le canzoni! Ve ne racconto una...

Cominciamo da una notte del 1960 o ‘61, ad Amburgo, nel quartiere a luci rosse di St. Pauli,  in un locale appena un po’ equivoco dove si sta esibendo, facendo più casino possibile (questa è stata una delle richieste specifiche del proprietario del posto al momento dell’ingaggio), una band di ragazzini inglesi. Sono arrivati al numero riservato al batterista, un tipo di nome Pete Best: su questo pezzo lui si esibisce anche come voce solista. “Lasciami essere il tuo cagnolino fino a quando non torna il tuo cagnone...” urla a squarciagola Best, pestando sui tamburi per mantenere il tempo di uno scatenato rock & roll. La canzone si chiama Matchbox e, per quel che ne sanno loro e la maggior parte di coloro che li ascoltano,  è una cover di un pezzo rockabilly di Carl Perkins. La band, di lì a pochissimi anni, diventerà la più famosa del pianeta e, nel tempo, la più famosa della storia della musica pop. Se vi state ancora chiedendo di chi si tratti, beh, avete ben più di una lacuna da colmare. Tuttavia, ve lo dirò: quei ragazzini sono i Beatles.

Ma la canzone? Da dove viene? E’ davvero di Carl Perkins? No, non lo è. Chi ne sia l’autore originale è difficile stabilirlo, probabilmente si tratta di un “luogo comune” popolare, come gran parte degli standard blues, ma la sua storia discografica comincia negli anni ‘20, ad opera del primo bluesman rurale ad aver inciso dischi e ad aver avuto successo: Blind Lemon Jefferson.


 Abbiamo visto, nel nostro precedente appuntamento, come il primo genere di blues ad uscire, per così dire, dalle trombe dei grammofoni non sia stato il Delta Blues delle origini, bensì quello urbano delle grandi cantanti del Classic Blues. Verso la fine degli anni ‘20, però, il successo del Classic Blues cominciò a segnare il passo, ed allora i talent scout delle grandi compagnie discografiche fecero armi e bagagli e partirono per le campagne del sud degli States, alla ricerca del blues rurale. Il loro interesse, ovviamente, non era di carattere culturale o accademico, ma squisitamente mercantile. Avevano scoperto che c’era un folto pubblico afroamericano interessato anche al blues “campagnolo” e, cosa ancora più importante, che i performer che lo suonavano erano reclutabili (e sfruttabili) con molto meno sforzo economico di quello che richiedevano le regine del Classic Blues con le loro band e i loro grandi tour. Bastava prendere un suonatore solitario di quelli che stavano magari ad un angolo di strada, portarlo in uno studio, piazzarlo davanti ad un microfono con la sua chitarra, dargli un compenso minimo ed il gioco era fatto.

Tuttavia, anche in questo caso, per uno strano destino, il blues del Delta, quello profondo, la matrice originale del genere, dovette attendere. Come dicevamo, infatti, il primo artista rurale ad incidere, nel 1925, fu Blind Lemon Jefferson, un chitarrista-cantante texano. Lui è il primo rappresentate, in qualche modo, di tutto il vasto e vario mondo del blues rurale proveniente dagli stati del sud lontani dal Mississipi e dalle sue paludi, un mondo affascinante fatto di stili diversi che sono, sì, indubitabilmente blues ma spesso hanno un’estetica molto più complessa, “decorata” e influenzata dalla folk music bianca. Sentire Blind Lemmon suonare, ad esempio, significa ascoltare un chitarrista decisamente più raffinato e virtuoso rispetto a quelli del Delta, con le sue frasi solistiche svolazzanti, sospese in aria a fare da contrappunto ad una voce acuta e suggestiva. Non a caso, Jefferson diventerà un’influenza primaria per i primi chitarristi elettrificati degli anni ‘40, a cominciare da T – Bone Walker e B. B. King. Conoscerà il successo ma la sua parabola si chiuderà in modo tragico: secondo le testimonianze più accreditate, morirà solo, in strada, probabilmente assiderato, avendo perso l’orientamento a causa della sua cecità in una notte gelida.

Proprio la mancanza della vista è una delle caratteristiche più comuni fra i bluesman delle regioni lontane dal Delta, ed è ovviamente  la ragione di quel “blind” che che precede i nomi di tanti grandi: Blind Blake, Blind Boy Fuller, Blind Willie Mc Tell... Il motivo è triste, ma anche banale: un nero cieco non avrebbe potuto trovare altri lavori, per sostentarsi, che quello del suonatore ambulante.

Dicevamo dello stato d’origine di Jefferson, il Texas, che fu una delle regioni lontane dal Mississipi che più diede linfa al blues (e continuerà a darne fino ai nostri giorni), ma dobbiamo anche necessariamente parlare dell’altra grande area che fornì un contributo fondamentale in questo senso: gli stati del sud est e, in particolare, quelli della regione del Piedmont (ne fanno parte Virginia, Carolina e Georgia), dove si sviluppò, per l’appunto, il cosiddetto “Piedmont Blues”.

Soprattutto se si è chitarristi, è una vera gioia per le orecchie ascoltare i padri del Piedmont Blues. Influenzati dal ragtime e da altri stili pianistici e spinti dalla necessità di trasportare sulla chitarra complesse figure ritmiche e contrappunti, i perfomer dello stile Piedmont vantano tutti un figerpicking tecnicamente prezioso, fatto di bassi alternati implacabili e saltellanti ai quali rispondono, in controtempo, cellule melodiche brillanti sugli acuti. Senza di loro, probabilmente, non sarebbe esistito neanche il classico figerpicking acustico tipico della musica west coast bianca, quello che arriva fino ai grandi cantautori degli anni sessanta e settanta.

Ma torniamo, in fine, al nostro Blind Lemon Jefferson. Egli fu anche il primo dei grandi a salire al nord in un viaggio che diventerà un vero e proprio topos nella storia di ogni bluesman dagli anni ‘40 in poi: quello verso Chicago, verso una speranza di vita migliore e, in ultimo, verso l’elettrificazione del blues. Lo vedremo nella prossima tappa del nostro viaggio.