John Moreland

special

John Moreland Lp5 (2020) e gli altri album

17/07/2020 di Giovanni Sottosanti

#John Moreland#Americana#Rock

Lui guida con lo sguardo perso nei chilometri e divora la strada sfogliando pensieri dentro cui passa tutta la vita. Il pick-up procede ciondolante, pigro e impolverato, John parla lentamente, ogni tanto si ferma e strizza gli occhi, come a voler fissare ricordi, luoghi e volti. Il suo di volto è tondo e pacioso, a tratti imbronciato, circondato da una barba ispida e selvaggia, il fisico robusto è segnato da un'assidua frequentazione con birre, hamburger e hotdog. La musica racconta una storia che parte trentacinque anni fa da Longview, Texas, passa per il Kentucky e arriva a Tulsa, Oklahoma. In mezzo scorrono immagini di spazi infiniti, pianure sconfinate che attraversano paesi abbandonati alla loro povertà rabbiosa e depressa. E John parte proprio dalla rabbia, che esprime attraverso il punk e l'hardcore suonati nelle band locali di inizio carriera.
Passata la furia giovanile, John Moreland scava a fondo all'interno delle proprie radici per approdare a ritmi e sentimenti più introspettivi. Scopre il blues dolente del Mississippi e la pigrizia del sud degli States, quell'incedere lento e sonnacchioso che racchiude al tempo stesso nostalgia e dolore, il piacere dei ricordi che sfuma nel rimpianto.

 

Il suo biglietto da visita recita Earthbound Blues by John Moreland, anno 2011, con quel by John Moreland che sta ad indicare un vero e proprio manifesto di intenti e di adesione, la strada è ormai tracciata e lui ha trovato la sua. Dall'iniziale Avalon e proseguendo con le successive Good Book, Pacin' (Waitin' On You) e 100 Pages Of Lies, fino alla conclusiva Hearts & Flower, abbiamo più o meno un'equa distribuzione tra ballads e rock songs. Echi dei Little Feat più blues e scarni ma anche di J.J. Cale, The Band e John Mellencamp.



Con In The Throes, il secondo lavoro del 2013, John scende ancora più a fondo tra le pieghe della sua terra, iniziando da una copertina assolutamente rurale ed evocativa. Le canzoni chiamano ballate da spazi aperti e pomeriggi assolati, una veranda sotto cui sedersi e sorseggiare la bevanda che accompagna fino al tramonto. La voce procede sicura, a tratti diventa scura, a tratti roca, la strumentazione prevalentemente acustica viene arricchita dalla pedal steel e la scrittura dei brani ha ormai linee di demarcazione ben precise. Ne viene fuori sicuramente un disco più adulto e personale, che prosegue con semplicità e naturalezza nel successivo



High On Tulsa Heat di due anni dopo (2015). Hang Me In The Tulsa County Stars riprende esattamente da dove aveva chiuso Blues & Kudzu due anni prima e il ragazzone dalla voce umida ci regala un altro giro attraverso la suo promised land, per poi lasciar spazio alla splendida ballad Heart's Too Heavy. Sul finale della prima facciata arriva Sad Baptism Rain a far risuonare un'armonica con i colori del rock blues mentre all'inizio della seconda la lunga Losing Sleep Tonight dilata ulteriormente gli spazi. Per il resto del disco i toni restano sospesi e rarefatti, pigri e dolenti, evocano dolci carezze e una malinconica nostalgia in cui J. J. gironzola a braccetto con Duane.



In Big Bad Luv del 2017 parcheggia la sua Oldsmobile Cutlass davanti ad un vecchio e scalcinato drugstore, poi riparte e questa volta spinge sull'acceleratore dell'heartland rock, quello sporco e polveroso che va volentieri a braccetto con il southern soul e il gospel. Vorrebbe caricare in macchina tutti quelli che prega la sera prima di dormire e ogni volta che imbraccia la chitarra, però non c'è spazio e allora decide di mandare una cartolina a ognuno, come si faceva una volta. Tanto gli indirizzi di John Fogerty, Steve Earle, Bruce, John Mellencamp, Tom Petty, The Band e Jason Isbell li conosce bene, perché li prega in ogni nota, in ogni canzone. Sallisaw Blue, Love Is Not The Answer, No Glory In Regret e Slow Down Easy hanno i colori più belli, panorami mozzafiato e orizzonti senza fine. Sicuramente il suo disco più completo e convincente.



Invece in questo 2020 così carico di paure e cupi presagi, consegna alle stampe il suo quinto lavoro, chiamato semplicemente LP5. Copertina molto essenziale e un suono che torna ad essere scarno e bluesato, in linea con i colori di una stagione che assomiglia ad un lungo e interminabile inverno. Harder Dreams inizia un po' sonnacchiosa, indugia lungo la strada per poi addentrarsi lungo sentieri di rilassata solitudine. A Thought Is Just A Passing Train chiede una volta di più la chitarra in prestito a J. J. Cale, mentre East October e I'm Learning How To Tell Myself The Truth hanno un respiro più ampio. Dopo l'intermezzo strumentale di Two Stars, qualche nota di synth compare nella successiva Terrestrial, con In Time Between scandaglia invece solitudine e dolore, mentre When My Fever Breaks celebra l'amore. I Always Let You Burn Me To The Ground e For Ichiro proseguono il cammino prima della chiusura con Let Me Be Understood, ultimo giro a bordo dell'umanità sensibile e travagliata di John Moreland.

Ne viene fuori un blues intenso e sofferto, come se Townes e Steve Earle si ritrovassero ancora una volta insieme per raccontarsi la notte, la strada e i diavoli che la abitano. John rallenta, abbassa il finestrino e respira il silenzio. Un altro sorso di birra scende giù che è un piacere e rinfresca la gola arsa da terra e polvere. Te ne sei lasciata tanta dietro alle spalle, ma adesso sei arrivato a casa. Tulsa, Oklahoma.