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Bush I BUSH DI GAVIN ROSSDALE: SOPRAVVIVERE AL GRUNGE

17/07/2020 di Giuseppe Ciotta

#Bush#Rock Internazionale#Rock

“The Kingdom”, il nuovo album, è appena uscito in tutto il mondo.

Ottavo full-lenght in studio per la band di Gavin Rossdale, londinese trapiantato a Los Angeles; il quarto dopo la reunion del 2010 e il più vigoroso imputabile a essa. Della line-up originale che furoreggiava negli anni Novanta è rimasto solo lui, songwriter e chitarrista/cantante. La voce roca e il cantato emotivo, i testi empatici e introspettivi, le chitarre elettriche iper-compresse e le ritmiche rocciose, però, traghettano nel 2020 un genere ancora amatissimo – il grunge – svecchiandolo qua e là con un sound più fresco e gli arrangiamenti a volte coraggiosi di The Kingdom, accanto al consueto trademark Bush sancito dalla scrittura del leader.

Once Upon In The Nineties… And Beyond…

Dal 1994 al 1999, con Nigel Pulsford (chitarra), Dave Parsons (basso) e Robin Goodridge (batteria), Gavin Rossdale tirò fuori tre dischi che, seppur dipendenti dal Seattle Sound e dall’alternative americano di prima generazione, non avevano riempitivi e sbancarono le classifiche. Se l’esordio Sixteen Stone (1994) rispondeva perfettamente alle aspettative dell’epoca, il seguente Razorblade Suitcase (1996, prodotto dal guru Steve Albini) esordì addirittura al primo posto nelle classifiche americane con sonorità più aspre e un tormentone, Swallowed, fra i video-icona degli anni Novanta. Non c’erano dubbi che il bel Gavin sapesse scrivere canzoni compiute con ritornelli da urlo, ricoprendole poi di distorsioni urticanti e ritmiche non banali grazie ai talentuosi soci. Il suo fascino da piacione (ah, l’invidia!), gli evidenti prestiti stilistici e una stampa britannica (ma non solo) stranamente velenosa verso una band d’Albione – perché ormai esaltata dall’autoctono britpop e quindi caustica contro di loro, alfieri del grunge a stelle e strisce – resero però la vita difficile al quartetto, premiato dal pubblico ma inviso alla critica. Con The Science of Things (1999), il lavoro più completo e personale, arrivò anche il plauso degli addetti ai lavori e il mainstage a Woodstock ’99, concerto poi immortalato in DVD che li consacrò come uno dei complessi più amati d’America.

Questo, e la relazione con la cantante dei No Doubt Gwen Stefani, poi sposata, spinsero il frontman a trasferirsi a Hollywood. Far funzionare da lì un gruppo multiplatino ma per tre quarti rimasto in Inghilterra non fu facile e, complice il cambio di tendenze con il nu metal a soppiantare il grunge, il pur onesto Golden State (2001) non rinverdì i fasti dei Nineties. I Bush si sciolsero l’anno dopo. Frattanto, Nigel Pulsford – fondamentale nel pastiche chitarristico della band – aveva già lasciato il posto a Chris Traynor, ex Helmet. Con lui, Rossdale guidò il progetto one shot Institute, autori di un disco da rivalutare: Distort Yourself (2005).

Grazie al suo carisma e alle frequentazioni hollywoodiane, per un po’ il cantante si diede al cinema, comparendo nell’esilarante Zoolander (2001) di Ben Stiller e nel ruolo del diabolico antagonista in Constantine (2005), al fianco dell’amico Keanu Reeves. Altre parti in film minori e fortunate serie TV, come Criminal Minds, parevano ormai averlo instradato verso la carriera d’attore.

Nel 2008, il come back musicale. Avvalendosi di un produttore come Bob Rock (Motley Crue, Metallica…), Gavin Rossdale esordì da solista con Wanderlust (2008). Seppur diverso da quanto avesse mai inciso prima, per via di un sound smaccatamente radiofonico e di brani volutamente sbilanciati verso il pop rock da classifica, il disco mostrò intatta la sua verve autoriale, in particolare nelle ballate, che nei dischi dei Bush erano un’immancabile e pregevole una tantum. La voce, poi, era quella di sempre. Con le dovute proporzioni artistiche (onde evitare incenerimenti dall’alto dei cieli!): una sorta di Kurt Cobain col testosterone al massimo, più interprete puro e meno urlatore, ora condotta con un controllo e un ventaglio di sfumature arrivate dall’esperienza. Bastò per fargli riconsiderare la carriera, tornando all’ovile che l’aveva generata: i Bush.

Con Traynor ancora al suo fianco e il no di Dave Parsons, il basso fu affidato al giovane e talentuoso polistrumentista Corey Britz, mentre il batterista originale Robin Goodridge garantì un minimo di continuità con l’ingombrante passato del gruppo. Un po’ di rodaggio sui bendisposti palchi statunitensi e fu chiaro come le canzoni del loro catalogo non meritassero la polvere, perché non erano invecchiate come il loro pubblico, ciononostante ancora caldo e numeroso. Certo, le avvenenti ragazze in prima fila nei Novanta si erano trasformate in splendide quarantenni, che magari adesso accompagnavano le figlie a vedere più “quel figo del marito di Gwen Stefani” che una formazione nuovamente in palla. Be’, se siete disgustati dal gossip italiano, credetemi: quello californiano è anche peggio! Da frequentatore navigato del music business, però, Gavin Rossdale sapeva bene che un pur lucroso tour celebrativo fine a se stesso sarebbe servito a poco. Con ritrovata ispirazione, e Bob Rock ancora in consolle, il frontman scrisse uno dei migliori dischi post-reunion del rock recente, insieme con l’omonimo degli Stone Temple Pilots (2010, l’ultimo con Weiland) e a King Animal (2012) dei redivivi Soundgarden.

Rilasciato nel 2011, The Sea Of Memories inaugurò i Bush 2.0 e fu all’altezza della loro fama, con il singolo The Sound Of Winter e la ballata All Night Doctors a ribadire l’assoluta destrezza del leader nel creare hit di qualità. Il resto del lavoro non era da meno, tenendo a galla in modo convincente un genere dato per morto da tempo. Una serie di fortunate tournée esaltò il tutto. Nel 2013, anche la nativa Inghilterra riconobbe i meriti del suo illustre esule, e Rossdale fu insignito dalla British Academy di Londra del prestigioso Ivor Novello Award per meriti compositivi nel mondo. Il più organico Man On The Run (2014) alzò ancor di più l’asticella. Merito della fruttuosa collaborazione col produttore di grido Nick Raskulinecz (Foo Fighters, Deftones, Alice In Chains…). Dopo una doppietta del genere, i fan vecchi e nuovi gongolarono e la critica rock, prima severa, salutò con rispetto e un po’ d’imbarazzato revisionismo i nuovi Bush, rivalutandone l’intera carriera. Nell’era della comunicazione immediata e integrata, ecco emergere dettagli difficili da divulgare ai tempi del grunge, quando i quattro inglesi erano denigrati come epigoni del genere. Uno dei tanti? Se si erano rifatti stilisticamente a qualcuno si era trattato dei primi Pixies, che il giovane Rossdale aveva seguito imperterrito dal vivo mentre si trovava dalla madre in Florida, trapiantata negli States in seconde nozze. Rientrato in Inghilterra, nel 1992 il chitarrista/cantante aveva formato il complesso con Nigel Pulsford, salvo uscire due anni dopo con Sixteen Stone per la statunitense Interscope, dopo che in madrepatria tutti li avevano snobbati ritardandone il percorso. Altro che gruppetto di fighetti costruito a tavolino…

Quando i pezzi, finalmente, sembravano andare a posto, nel 2015 fu la vita privata del frontman a sfaldarsi. Il divorzio con Gwen Stefani divenne un dramma, complice l’affidamento dei tre figli. Il buon senso dei due ebbe la meglio e Gavin si leccò le ferite staccando un po’ la spina. Ricomparve nel ruolo più inatteso, quello di giudice a The Voice UK, al fianco di un’istituzione come Tom Jones e del rapper will.i.am., deus ex machina dei Black Eyed Peas. Era il 2017 e i Bush rilasciarono Black And White Rainbows, più vicino al disco solista di Rossdale che ai due album precedenti. Gli anni Novanta non erano mai stati così lontani e anche il quartetto sembrò mostrare il fiatone, nonostante i grandiosi tour in Nord e Sud America con Stone Temple Pilots e Cult; complice l’abbandono dell’unico superstite di quell’era oltre al leader, il batterista Robin Goodridge. Poi, nel 2019, la stentorea Bullet Holes, traino della colonna sonora del film John Wick: Chapter 3 – Parabellum con Keanu Reeves, riportò i Bush sul solido sentiero da cui erano momentaneamente sbandati.

Un sentiero che li ha portati dritti a The Kingdom, presentato dal vivo in streaming mondiale sul web.