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Blues Viaggio nel Blues: B.B.King e gli altri.....

14/05/2021 di Roberto Frattini

#Blues#Jazz Blues Black#Blues

Nuova puntata di questo viaggio nel Blues che approda oggi al capitolo dedicato a B.B.King....ma non solo.
La storia la conoscono tutti gli appassionati: è sabato sera, in una dance hall improvvisata stipata all’inverosimile scoppia una rissa, un uomo finisce su un barile di kerosene che funge da calorifero, quello si rovescia e manda a fuoco il locale. Presi dal panico, fuggono tutti e fugge anche il chitarrista cantante che animava la serata. Una volta fuori, però, il tizio si accorge di aver lasciato dentro la sua chitarra. Sa bene di non avere i soldi per comprarne un’altra e allora, rischiando la vita, si precipita di nuovo dentro per recuperarla. Scampa per miracolo alle fiamme e qualcuno gli dice che la rissa è scoppiata per via d’una ragazza contesa fra due uomini: il nome della “pupa” è Lucille. Per ricordarsi dell’accaduto e trarne un insegnamento di qualche tipo, il chitarrista decide di chiamare il suo strumento come la ragazza. Naturalmente, quel chitarrista è un giovane B. B. King

Questa storia non è solo un aneddoto diventato mitico, ma può essere anche visto come un evento simbolico. Un bluesman rischia anche la vita per la sua chitarra, per quello strumento che ha connotazioni quasi umane e, nello specifico, femminili. La chitarra è la regina del blues, è un’amante, una compagna ed una seconda voce per ogni bluesman. Con l’elettrificazione del genere, alla fine degli anni ‘40, cesserà di essere solo uno strumento di accompagnamento per il cantante, diventando essa stessa una protagonista assoluta delle parti solistiche. Ben prima che ciò accadesse nel rock, è proprio nel blues elettrico che nasce la figura dell’ axe-man, del guitar hero, del chitarrista virtuoso che diventa un idolo non solo e non tanto per le sue capacità canore, quanto per la sua abilità sullo strumento. 

Come abbiamo visto, ai suoi albori, fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, il blues nasce dal puro canto, senza accompagnamento, dagli holler e dagli shout dei lavoranti nei campi. Ben presto, però, la voce comincia ad essere supportata dagli strumenti, ed i primi sono il violino ed il banjo. Ma già nei primi anni del XX secolo chitarra e armonica diventano gli strumenti privilegiati del genere. A questi si aggiungono spesso cordofoni autocostruiti con materiali di recupero, come i manici di scopa fissati ad una scatola di legno o a una latta a fare da cassa di risonanza e un filo di ferro, magari di quelli per stendere il bucato, a mo’ di corda: si chiamano diddley bow e cigarbox guitar e, secondo gli studiosi, sono una diretta discendenza di strumenti simili di origine africana. 

Ma dicevamo della chitarra. Ovviamente, i performer del primo blues si accompagnano con strumenti acustici, per lo più economici, come quelli che si potevano ordinare da un famoso catalogo di vendita per posta, il Sears & Roebuck. 

Alla fine degli anni ‘20, poi, un immigrato slovacco, John Dopyera, inventa uno strumento che avrà una enorme fortuna fra i bluesman del delta, ovvero la cosiddetta chitarra resofonica, meglio conosciuta come dobro (il termine è un acronimo che sta per Dopyera Brothers). Con la sua cassa di metallo e i suoi coni risonanti, il dobro ha un volume più alto di quello di una chitarra acustica normale e questa caratteristica era essenziale per i bluesman che, senza l’ausilio di amplificatori, dovevano esibirsi fra la folla di una strada o nel baccano di un locale colmo di avventori. Legato soprattutto al suono dello stile slide (per intenderci, quello suonato facendo scorrere sulle corde un ditale di metallo o un collo di bottiglia smerigliato, da cui il termine bottleneck), il dobro diventerà un strumento iconico del Delta Blues. 

Quando però, come abbiamo visto nel precedente episodio, nel dopoguerra, il blues si urbanizza, arrivando a Chicago ma anche nelle città del sud, come Memphis - dove nasce una vera e propria scuola nota come Memphis blues, ed è proprio qui che B. B. King comincerà la sua carriera, nei locali di Beale Street - inevitabilmente si posano le chitarre acustiche e si imbracciano le elettriche.  

Nel 1931, Adolph Rickenbacker aveva inventato il primo pickup elettrico e nel ‘35 la Gibson aveva realizzato la ES 150, un modello di chitarra semi acustica elettrificata. L’esigenza era sempre la stessa: avere più volume, soprattutto per non  essere sovrastati, nelle big band che facevano swing, dai fiati e dagli altri strumenti.  

Avviene allora anche un’altra piccola rivoluzione che riguarda lo strumento: il bluesman non è più solo, ma viene accompagnato da una band e questo gli consente di suonare parti soliste, frasi e veri e propri assoli. 

Tracce di solismo, per la verità, si potevano riscontrare già nello stile del grande Blind Lemmon Jefferson il quale, pur essendo solo con la sua acustica, spesso contrappuntava il canto con frasi single note sospese nell’aria, per così dire. Jefferson è il padre del blues del Texas e  non è un caso che proprio dallo stato della stella solitaria venga il grande T-Bone Walker. 

T- Bone è una figura fondamentale non solo nel blues, ma nella storia della chitarra elettrica moderna, un vero pioniere che ha influenzato chiunque, a partire da B. B. King (in modo sostanziale) per arrivare fino a Jimi Hendrix. Walker è stato il primo grande solista elettrico della storia del blues. Forse solo Lonnie Johnson – nato a New Orleans, altro padre del solismo chitarristico che fondeva blues urbano, jazz e perfino blues rurale - può contendergli il posto come influenza primaria 

Dagli anni ‘50 in poi, la figura del bluesman come grande chitarrista giganteggia. Innanzitutto, i tre King: B. B., Albert e Freddie. Basterebbero questi nomi a dimostrare il primato della sei corde nel genere. Se facciamo correttamente derivare il rock dal rock blues e questo dal blues tout court, possiamo, senza esagerare, affermare che questi tre signori hanno influenzato i grandi eroi della chitarra elettrica rock come nessun altro. Risalendo “per li rami”, come dice il Poeta, si può dire che la fortuna dello strumento come simbolo  della musica pop della seconda metà del ‘900 debba a loro almeno quanto deve a gente come Hendrix, Clapton, Page, Santana o perfino uno dei grandi guitar hero degli anni ‘80 come Steve Vai. 

Al loro fianco ci furono anche tanti altri strumentisti di primissimo piano, talvolta addirittura fra le fila dei session man. Per la prima volta, chitarristi non cantanti, che stanno un passo indietro, nella band, diventano famosi per la loro bravura: e il caso di molti session man di chicago, come Hubert Sumlin, Jimmy Rodgers e un giovanissimo Buddy Guy il quale, poi, diventerà da solista una leggenda del blues in anni più recenti, una gloria nazionale, fino ad arrivare alla Casa Bianca e alla medaglia del Kennedy Centre Honour. 

Ma subito dopo la chitarra c’è un altro strumento, molto più semplice e “povero”, a farla da padrone nel blues, tanto da essere noto col nome di blues harp: l’armonica diatonica. 

Dell’armonica e dei suoi eroi parleremo la prossima volta.