Blues

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Blues Viaggio nel Blues.Dal Delta al mondo

13/01/2021 di Roberto Frattini

#Blues#Jazz Blues Black#Blues

Prosegue il viaggio nel Blues con la seconda tappa di questo affascinante percorso.
Mentre i titoli di testa compaiono alla spicciolata, Sergio Leone partirebbe con un “dolly” che pian piano dispiega una panoramica dello scenario desolato di una piccola stazione in legno, col tetto spiovente, persa in mezzo al niente. Il sole morente del tardo pomeriggio dipinge di ocra i binari malmessi, la cisterna di rifornimento dell’acqua, un palo del telegrafo sghembo. Stacco. Inquadratura stretta di un mulinello di polvere che il vento (lo sentiamo fischiare nel silenzio assoluto) arrotola sullo sterrato. Stacco. Dalla porta a vetri della stazione che dà sui binari vediamo spuntare un signore creolo, ben vestito, con un bagaglio: è completamente calvo, eccetto che per una corona di capelli brizzolati che si uniscono alle basette. Si guarda intorno, avvista una panchina e ci si va a sedere.  In attesa del treno, si addormenta. I titoli di testa sono finiti. Compare una didascalia: “Tutwiler, Delta del Mississipi, 1903.” Stacco. Primissimo piano degli occhi del signore che si aprono sbattendo, nel sussulto del risveglio. Sotto, sentiamo il suono di una chitarra slide e una voce roca e lamentosa che canta. Il signore si gira e vede, accanto a lui, un tipo male in arnese, un vagabondo con una vecchia chitarra acustica che sta suonando in un modo strano: facendo scorrere sulle corde la lama di un coltello a serramanico.

La scena appena descritta, che certamente Leone avrebbe amato girare, non è però frutto della fantasia di uno sceneggiatore: è accaduta davvero. Ce la racconta, nelle sue memorie, il signore elegante che abbiamo visto, il quale è un musicista coltivato e di chiara fama, titolare e direttore di una famosa orchestra da ballo che, ai primi del ‘900, percorreva il sud degli Stati Uniti. Il suo nome è W. C. Handy, e passerà alla storia – in modo per altro un pò millantatorio, diciamolo - come “scopritore” o “padre” del blues". Convenzionalmente, per anni, questo evento verrà ritenuto come la prima testimonianza diretta di ascolto del Delta Blues. Le cose, in realtà, non stanno proprio così, ma lo sappiamo bene: gli uomini hanno bisogno di miti. Roma, come recita un detto, “non è stata costruita in un giorno”, tuttavia la storia dei gemelli e della Lupa è molto più suggestiva di qualsiasi seria ricostruzione della sua fondazione.

In realtà, anche volendosi attenere strettamente ai dati storici senza lavorare di fantasia, la vicenda della nascita del blues e del suo destino resta comunque incredibile. Fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, quando il blues propriamente detto è nato, la zona del Delta del Mississipi era una vera e propria porzione di Terzo Mondo innestata nella nazione più ricca e potente della terra. Basti pensare che, in alcune aree rurali, la luce elettrica non arrivò che alle soglie degli anni ’40 e che gli indici demografici delle comunità afroamericane della zona (reddito pro-capite, istruzione, condizioni sanitarie...) erano pari a quelli delle zone più povere del mondo. Ora, pensateci bene: che in una situazione del genere, da quelli che erano, nella maggioranza dei casi, dei poveri musicisti vagabondi ed improvvisati sia nata la musica che, senza dubbio, più di ogni altra ha influenzato il ‘900 (e continua ancora a farlo nel terzo millennio) è una cosa che va al di là della più sfrenata immaginazione romanzesca. Questo dovrebbe farci riflettere seriamente su quanto sia da dementi ritenere (come ancora si sente fare) che ci siano gruppi sociali, culture o popoli che hanno meno dignità di altri. Ma non è questa la sede per una tale riflessione.

Torniamo invece al blues e alla sua nascita. Da dove vien fuori, esattamente, questa musica? Dirlo con assoluta certezza è molto difficile, se non impossibile. Tutti gli studiosi sono concordi nel rintracciare le prime forme di quello che sarebbe diventato il blues nei field hollers, ovvero nei canti improvvisati dagli schiavi durante le massacranti giornate di lavoro nei campi di cotone. Già in queste forme c’è, ad esempio, la struttura antifonale (il “botta e risposta”) di cui resterà traccia nel blues, anche quando l’esecutore sarà un solista e non ci sarà più un coro a rispondergli. Questa caratteristica è così persistente che perfino nel blues elettrico moderno, quando uno come B. B. Kingrisponde” al suo canto con delle frasi di chitarra, quello che sta facendo è riprodurre l’antica struttura antifonale dei canti di lavoro nelle piantagioni. Un'altra fonte primaria è, senza dubbio, lo spiritual, il canto religioso. Le strutture dei versi tipiche del blues certamente sono modellate anche su quelle degli inni sacri e dei salmi che si cantavano nelle chiese battiste del sud.

Voi a questo punto direte: e l’Africa? Questo è un argomento un pò controverso. Intendiamoci, è assolutamente ovvio che la musica prodotta dalla comunità e dalla cultura afroamericana subisca una fortissima influenza dalla musica tradizionale africana. Come potrebbe essere altrimenti? Tuttavia, quando si tratta di stabilire in che misura  Mamma Africa abbia inciso sulla nascita del blues, le opinioni divergono.

In questa sede non possiamo citare né tutti gli studi che andrebbero citati in proposito né i nomi dei loro autori. Basta dire che, ad un certo punto, l’entusiasmo di alcuni etnomusicologi a proposito della tesi dell’origine africana è stato tale da arrivare a considerare il blues quasi come musica africana tout court. Chi, ad esempio, ha visto il bel documentario di Martin Scorsese From Mali to Mississippi già sa qual è il nocciolo della questione. Per ragioni pratiche e logistiche, la quasi totalità degli schiavi brutalmente deportati nel sud degli States per quasi tre secoli proveniva dalle coste dell’Africa dell’ovest. Ne consegue che tutte le tradizioni, la cultura, le credenze religiose e la musica che gli schiavi portarono con sé nel nuovo mondo appartengono a quell’area. In particolare, gli studiosi hanno individuato nella musica tradizionale del Mali e nella figura del griot (musicista/cantastorie assimilato al bluesman) il prototipo della “musica del diavolo” e, recentemente, sono arrivati addirittura a rintracciare delle lontane influenze della musica araba, arrivata in quella zona dall’Africa dell’est e del nord. A questo punto, però, mi sia consentito esprimere un parere personale dicendo che questa storia non m’ha mai convinto del tutto. Certo, le similitudini sono evidenti. Ma ascoltate un mio consiglio: cercate in rete la musica dei griot e poi ditemi se vi sembra davvero blues. 

Armonicamente, il blues è sicuramente il frutto del tentativo di fondere gli intervalli tipici della musica africana con quelli della musica europea (ad esempio, la pentatonica che si usa per il blues e le famose “blue notes” sono figlie di questo connubio). Ma appunto: si tratta di una fusione, non di un trapianto. Il blues, nella forma in cui lo conosciamo, è nato totalmente in America dall’incontro fra la tradizione musicale africana e quella europea: è musica afroamericana, non musica africana.

Quel che sappiamo è che il blues è nato sul Delta, nella zona delle piantagioni e, forse, con una buona dose di approssimazione mitica di quelle che piacciono ai bluesofili romantici, possiamo anche dire in quale piantagione: alla Dockery Farms. Lo vedremo nel prossimo appuntamento.