Etichette Discografiche

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Etichette Discografiche Breve storia delle etichette discografiche. Seconda Puntata

12/04/2021 di Sara Bao

#Etichette Discografiche

Dopo aver parlato nel precedente articolo di Columbia, Decca e Atlantic Records, oggi tocca ad altre quattro importanti etichette discografiche che hanno fatto storia: Audio Fidelity, Blue Note, Verve e Folkways.
AUDIO FIDELITY
 In America, al fianco di colossi come la Columbia e la Atlantic, spiccava anche la Audio Fidelity, primissima etichetta a pubblicare 33 giri di vera musica (non semplici “effetti” come già succedeva) in modalità Stereo.
A fine anni ’50 molte case discografiche stavano lavorando sodo sul fronte delle nuove tecniche di incisione in stereofonia, ma la Audio Fidelity è quella che ha spiccato il volo sulle altre dando vita al primo intero LP in Stereo. Questo fortunato disco, presentato in conferenza stampa a New York nel 1957, conteneva la musica della Duke of Dixieland sul lato A, mentre sul lato B erano registrati effetti sonori di locomotrici a vapore e diesel. Questo disco è stato stampato in 500 copie che sono state spedite gratis agli ascoltatori che volevano ascoltare a casa propria questa innovativa tecnologia. Il risultato è stato strabiliante: già pochi mesi dopo la Audio Fidelity piazzava sul mercato moltissimi titoli del suo catalogo registrati in Stereo, sbarazzandosi con questa mossa di tutte le altre etichette concorrenti.
Questi dischi erano parecchio cari da incidere e, di conseguenza, venivano venduti ad un prezzo molto alto. Dobbiamo anche ricordare che erano necessari un impianto e un giradischi adatti a riprodurli, cose che la maggior parte degli ascoltatori ancora non possedeva nel primo periodo della stereofonia. La Audio Fidelity quindi era una casa discografiche che proponeva veri e propri oggetti di lusso, destinati a pochi eletti.
I dischi in Stereo sono diventati oggetti popolari solo dalla seconda metà degli anni ’60, periodo in cui il Mono ha cominciato il suo definitivo declino.
Tra i vari artisti incisi dalla Audio Fidelity ricordiamo Louis Armstrong e i Clancy Brothers

BLUE NOTE
 Accanto ad etichette divenute famose per quanto riguarda l’ambito della musica popular, spuntano anche case discografiche che si dedicano a generi più di nicchia, come il Jazz. Una su tutte, la Blue Note.
Fondata a New York nel 1939 da Alfred Lion, un emigrato di origine tedesca, la Blue Note nel primo periodo di attività pubblicava musica Swing o Boogie Woogie vendendo dischi di musicisti come Albert Ammons e Sidney Bechet. Solo agli inizi degli anni ’40 l’etichetta ha cominciato a darsi da fare in ambito Jazz, fino da identificarsi totalmente con il movimento Jazz contemporaneo. E’ questo il momento in cui la Blue Note fa incidere Thelonius Monk e Art Blakey, da sempre considerati nell’ambito della “musica difficile”.
Con l’arrivo del nuovo decennio, il 33 giri ha soppiantato il vecchio 78 giri e quindi anche l’etichetta ha sentito il bisogno di rinnovarsi e stare al passo coi tempi. In quel periodo è stata creata una squadra che doveva dedicarsi a creare le grafiche delle nuove cover imposte dall’LP. Sotto quest’ottica, un nome da citare è sicuramente Reid Miles, un illustratore geniale che in pochi anni ha conferito alla Blue Note un carattere grafico unico e riconoscibile. Miles ha puntato tutto su caratteri moderni e colorate forme squadrate, unendo il tutto a fotografie in monocromia dei musicisti.
Sempre in quel periodo l’etichetta ha saputo essere al centro della trasformazione del Jazz, traghettandolo da musica alla moda qual era verso la nuova identità di un genere via via sempre più intellettuale e sofisticato. Un esempio sono proprio i brani Hardbop di Lee Morgan e Hank Mobley.
Nel 1965 l’etichetta è stata acquisita dalla Liberty Records e allo stesso tempo avveniva un cambio nel direttivo e anche nel team progettuale, ma la Blue Note restava comunque salda nelle sue decisioni iniziali proseguendo di fatto la sua trionfale cavalcata nell’olimpo del Jazz. 

VERVE
 Verve Records è nata nel 1956 da un’idea di Norman Granz ed è diventata subito un’etichetta “cappello” che andava a racchiudere altre due case discografiche già esistenti, la Clef e la Norgran. Se queste due ultime etichette avevano dato slancio fino a quel momento a dischi live e jam session di Jazz, la neonata mamma Verve si prefiggeva di lanciare un’artista talentuosa: Ella Fitzgerald. L’esordio della Verve sul mercato discografico è avvenuto proprio con un disco intitolato Ella Fitzgerald Sings the Cole Porter Songbook.
La Verve come etichetta cappello è durata poco perché cinque anni dopo è stata acquistata dalla MGM e il catalogo ha cominciato a virare verso le sonorità brasiliane della Bossa Nova. Contro ogni aspettativa, da questo investimento fuori dai canoni la casa discografica ha ottenuto un grande successo dal punto di vista commerciale.
Nel 1964 l’etichetta ha svoltato poi verso il genere Folk ed ha assunto il nome di Verve Folkways grazie ad un accordo proprio col fondatore della Folkways, Moses Asch. Da questa nuova esperienza sono nati dischi che vedevano sopra stampati i nomi di Tim Hardin e Richie Havens per quanto riguardava l’ambito strettamente Folk, mentre la vena più Blues è stata arricchita da Leadbelly e John Lee Hooker e Lightnin’ Hopkins.
La seconda metà degli anni ‘60 ha visto la Verve impegnata nell’assumere musicisti orientati al Rock come per esempio i The Mothers of Invention di Frank Zappa che hanno pubblicato con questa etichetta il disco Freak Out!. 

FOLKWAYS
 E visto che l’abbiamo citata poco sopra, è arrivato il momento di parlare un po’ anche della Folkways Records, un’etichetta fondata nel 1948 e divenuta celebre per l’ampio catalogo di brani Folk, diventati sinonimo di una sincera testimonianza culturale di un mondo in continuo cambiamento. Moses Asch, il fondatore, aveva un preciso obiettivo: tenere traccia sonora di una tradizione che presto sarebbe stata a rischio di estinzione. Ecco allora che i primi dischi di questa casa discografica hanno visto protagonisti quelli che oggi sono capisaldi della cultura Folk statunitense: Woody Guthrie, Pete Seeger e il già citato Leadbelly.
La Folkways però non si è limitata a incidere solo artisti degli Stati Uniti perché si è sempre caratterizzata per uno sguardo molto più ampio che arrivava fino in India (Folk Music Of India), in Ghana (Traditional Drumming and Dances of Ghana) e persino in Italia (Italian Folk Songs and Dances).
Ciò che ha dato lustro a questa etichetta è stato il cofanetto del 1952 intitolato Anthology of American Folk Music che conteneva ben sei LP con 84 canzoni tratte da registrazioni comprese tra il 1927 e il 1932. Questa raccolta è stata molto importante perché ha messo in luce brani e artisti fino a quel momento sconosciuti, ma di inestimabile valore culturale, da cui qualche anno più tardi avrebbero attinto a piene mani musicisti come Bob Dylan, Phil Ochs e Joan Baez.
Di poco successivo è il cofanetto The Country Blues contenente quattordici pezzi che vedevano protagonisti Robert Johnson, Bukka White e Blind Willie Mc Tell, e che ha contribuito notevolmente a tenere viva la memoria di musicisti che in quegli anni rischiavano di scivolare nel dimenticatoio.
In sintesi di può tranquillamente dire che la Folkways è sempre stata in anticipo sui tempi: ha dato vita al genere che col tempo sarebbe stato etichettato come World Music. 

To be continued..