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Blues Viaggio nel Blues: Infermo e Paradiso

12/02/2021 di Roberto Frattini

#Blues#Jazz Blues Black#Blues

Prosegue il viaggio che Roberto Frattini ci ha fatto intraprendere nel mondo Blues. La quarta tappa fa sosta nel Delta del Mississippi...
Ora ti ho trovata, desiderando il tuo Delta morbido e fertile...”, diceva Joe Cocker, cantando i primi versi di Delta Lady, scritti da Leon Russell per quella splendida carovana di matti che fu Mad Dogs & Englishmen. Certo, con ammiccante doppio senso, qui ci si riferiva anche al Delta di Venere della bella signora del titolo, tuttavia la visione che poteva avere un bianco inglese della terra del blues era questa: un paradiso di languore e fertilità. Ma lasciamo però che sia idealmente quella vecchia canaglia di John Lee Hooker a rispondere a Joe, ricordandoci quando diceva: “Nostalgia di casa? Per niente. Il Delta era un inferno, ho passato la gioventù a sperare di far soldi per fuggirne, e ora non ho nessuna voglia di rivederlo”. E allora? Il Delta era un paradiso o un inferno?

In Escaping The Delta, un bellissimo saggio del 2001, Elijah Wald mette le cose nella giusta prospettiva, ridimensionando il mito, coltivato per decenni dagli appassionati bianchi e colti del blues revival, del bluesman “duro e puro”, attaccato visceralmente alla sua terra d’origine e alle sue tradizioni. In realtà, al tempo in cui la storia di questa musica comincia, dai primi del ‘900 fino alle soglie degli anni ‘40, la maggioranza dei bluesman (ma potremmo dire: dei neri nati sul Delta) voleva fare una sola cosa: fuggire al nord, magari verso la prediletta Chicago, e mettere quanta più distanza possibile fra sé e la vita delle baracche, delle privazioni, della discriminazione raziale feroce e del bestiale lavoro nei campi. I bluesman volevano, proprio come qualsiasi altro musicista del periodo, avere successo, fare soldi e urbanizzarsi. Per chi da ragazzino ha sognato sui pionieristici saggi di Alan Lomax, con le sue poetiche descrizioni di orgogliosi bluesman col cappello di paglia, seduti sotto un portico di legno, che cantano rivolti verso il sole morente sui campi di cotone, la cosa potrà pure avere l’amaro sapore della disillusione, ma questa era la realtà dei fatti.

Detto ciò, potremmo però chiederci se il blues sarebbe mai potuto nascere in un altro posto, in altre condizioni e da un altro popolo. La risposta, ovvia, è negativa. Il blues è figlio di tutto quell’incredibile e complesso magma di sofferenza, vitalità, spiritualità, frustrazione, tradizioni africane ed europee che si sposano (quante volte dovremo ripeterlo che, alla faccia degli ometti di mente ristretta, le ibridazioni culturali ed etniche danno sempre frutti meravigliosi?) che s’è realizzato nell’inferno-paradiso del Delta.

Ma vediamo: musicalmente, cos’ha prodotto tutto questo? Com’è il blues del Delta?

Innanzitutto, è viscerale, immediato, ossessivo, disturbante e potente ma anche esaltante, come una avventura adrenalinica dove il pericolo può diventare piacere. Nella sua versione più pura, quella che possiamo ascoltare nelle gracchianti registrazioni sul campo degli etnomusicologi come Lomax o nei primi dischi della fine degli anni ‘20, essendo il genere di blues certamente più vicino alle radici africane, può risultare, tanto ritmicamente quanto armonicamente, perfino straniante. La scansione temporale, quasi ipnotica, non è perfettamente isocrona, come quella divisa in quarti a cui siamo abituati (con una felicissima definizione, Ted Gioia, nel suo saggio Delta Blues, l’ha chiamata “musica anti-pitagorica"), e l’armonia, basica e talvolta addirittura ferma su un solo accordo, ci propone spesso una strana e affascinante sovrapposizione di scale e melodie minori su un modo maggiore. Il canto poi (non dimentichiamo che il blues nasce dalla voce, dai canti nei campi) è sovente fuori dall’intonazione “ben temperata” occidentale, o quantomeno al limite di essa. Quando si ascolta un cantante del Delta di quelli più antichi, all’inizio si ha la stessa impressione che ci provoca un performer tradizionale arabo o indiano o di qualsiasi tradizione musicale non europea: prima ci sembra strano, fuori tono, poi ci affascina e ci ammalia perché ci rendiamo conto che no, non sta stonando, sta solo seguendo un’altra forma di intonazione.

Abbiamo già parlato, poi (andate a vedere o rivedere le tappe precedenti di questo viaggio...) di quali siano i temi lirici del blues del Delta, di quello che cantano i suoi rappresentanti. In una parola, cantano della vita, così com’è, senza filtri, senza infingimenti retorici, senza aver paura di metterla giù troppo pesante. Ogni aspetto profano dell’esistenza (profano, ma nient’affatto secondario o meno degno d’essere cantato) trova posto nelle parole semplici, talvolta sarcastiche ma profonde dei vecchi bluesman: la sofferenza, la gioia, il sesso, il desiderio, l’irrequietezza, la voglia di fuga, l’amore... Se volete farvene un’idea precisa, un’ottima guida è il bel libro di Luciano Federighi dedicato solo all’aspetto lirico del blues: Blues on My Mind: temi e poesia del blues.

Nella scorsa puntata, abbiamo raccontato della Dockery’s Plantation e di Charlie Patton, ma è fondamentale dire che, in realtà, tutta la zona del Delta vide fiorire il genere: da Clarcksdale a Menphis fino all’Arkanas e alla Lousiana. Ovunque si suonava questa musica e - cosa affascinante - si potevano anche sentire lievi differenze di stile spostandosi di pochi chilometri lungo una regione tutto sommato abbastanza piccola. Basta fare i nomi di qualcuno dei grandi padri del genere (e magari andarli ad ascoltare) per accorgersi di quanto, pur nell’omogeneità, siano diversi: si va dalla potenza viscerale di Patton alla rarefazione stregata ed elegante di Skip James; dall’energia spirituale di Son House  alla lievità da cantante di ballate di Mississippi John Hurt il quale, pur essendo nato nella regione, arriva ad avere quasi lo stile complesso e decorato del Piedmont blues che si suonava negli stati dell’Est; dalla “slide" assassina di Bukka White a quella vera e propria summa di tutti gli stili del delta che può essere ascoltata nelle trentasei fatidiche registrazioni di Robert Johnson (di cui parleremo in una puntata a parte). E poi Mississippi Fred Mc Dowell, Furry Lewis, Tommy Johnson e tanti, tanti altri.

Ma se il primo blues a nascere fu quello del Delta, va detto che non fu il primo a finire su disco. Per ragioni mercantili, il Delta blues trovò posto fra i “race records” solo alla fine degli anni ‘20. Il primo blues ad avere l’onore delle incisioni fonografiche, invece, fu quello delle grandi voci femminili che cantavano un blues molto più urbano e vicino al primo jazz, accompagnate da vere e proprie band.

Il genere passò alla storia come Classic Blues e ne parleremo nella prossima puntata.