Aa. Vv.

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Niente foto, siamo live. Uso e abuso degli smartphone ai concerti.


08/08/2015 - di Nadia Merlo Fiorillo
Roma, 29 luglio 2015, Auditorium Parco della Musica. Björk sta per entrare in scena, ma viene anticipata da una scritta gigante, con cui chiede di non essere distratta da fotografie e registrazioni del live. Le polemiche si scatenano su Facebook e le fazioni opposte riaprono il dibattito su foto sì e foto no durante i concerti, senza risparmiarsi commenti al vetriolo contro la musicista islandese. L`episodio fa riflettere, soprattutto sulle pretese del pubblico e sulle esigenze dei musicisti, sempre più allineati ai dettami della digitalizzazione selvaggia i primi e piuttosto infastiditi i secondi, in alcuni casi. Per provare a fare il punto della faccenda abbiamo chiesto un parere a Eddy Cilìa, Gianni Maroccolo e Teho Teardo, che ci hanno detto la loro, in maniera anche un po` provocatoria. Ma quello che ne esce è un quadro abbastanza incerto su come si sta evolvendo la fruizione live della musica e la sua componente aggregante, che si sposta sempre più dal contatto diretto a quello filtrato dai dispositivi tecnologici.
Ci risiamo. Si torna a parlare dell’uso/abuso degli smartphone e di altri device durante i concerti.

Casus belli, manco a dirlo, è stato la richiesta di Björk, sparata su megaschermo poco prima del suo live romano, che invitava il pubblico a non usare cellulari e affini per godersi lo show.
Ma l’Islandese è andata oltre, chiedendo ai suoi fan di non distrarla con foto e video e di non distrarsi per fare foto e video.

La notizia è rimbalzata sui social in tempo reale – ovviamente grazie a uno scatto – e si è scatenata la danza acrobatica dei commenti ingenerosi.

Anche stavolta il popolo dei social non si è smentito e ha dato di stomaco sulle bacheche nella migliore tradizione del verdetto virtuale.  

Intanto, dal fronte Auditorium Parco della Musica giungevano confortanti notizie in forma di foto, fotine, fotacce, che immagino non abbiano risparmiato sparatorie di luci al cospetto della diva di Reykjavík.

Questa la prospettiva della base non-fan e della base fan, diversa nelle espressioni, ma identica nella rivendicazione del diritto di documentare un live con tutti i modi e gli strumenti possibili. Così, dalle tastiere si è votato il decreto pro foto e video, dalle sedute dell’Auditorium il decreto ha trovato immediata attuazione.

Si diceva: questo il pubblico. Dal lato dei musicisti, invece, pare che il diritto di produzione e diffusione di immagini sia inteso come un dovere: il dovere preteso dalla gente di celebrare un live e autocelebrarsi, il dovere della band o dell’artista di subirne tutti i fastidi del caso.

Prince, Kate Bush, Coldplay, Wilco, Jack White, sono solo alcuni dei musicisti che si sono pubblicamente lamentati dello smartphone a tutti i costi durante i live, chiedendo al pubblico di limitarne o di evitarne l’utilizzo.

Chi ravvisa buona fede crede alla richiesta di un maggior coinvolgimento musicista/spettatori, chi presume malafede sospetta che la verità sia un’altra: niente foto e video perché il musicista vuole guadagnare dallo sfruttamento dei suoi diritti di immagine.

Eppure la legge italiana in merito è molto chiara e non richiede il consenso del musicista per video e foto che lo ritraggono in un luogo pubblico mentre si esibisce. Quindi, nel caso di Björk, chi fiuta la malafede può ricredersi, perché non è stato imposto alcun divieto e perché il divieto non è arrivato da Björk, né dall’Auditorium, che in qualità di luogo privato avrebbe potuto impedire scatti e registrazioni.

Si è trattato di una semplice richiesta, se vogliamo innanzitutto di rispetto per l’artista, che però quasi nessuno ha accolto, né sulla piazza social, né sul luogo dell’evento. Come nessuno si è posto il problema che ci si trovasse al Parco della Musica di Roma, che non ha le distanze di uno stadio, ma quelle ravvicinate di una piccola arena di circa 2.700 posti.

La polemica, quindi, rianima alcune legittime domande e ribadisce una questione generazionale: l’ossessione della foto e del filmato come sta cambiando la partecipazione ai live e i live cosa sono diventati?

Una volta erano il luogo e il momento per esser parte di un evento artistico, per guardare direttamente in faccia la musica e la sua creazione fisica e per godere del suo spettacolare impatto.

Per i musicisti erano l’occasione di suonare per il loro pubblico e con il loro pubblico.

Oggi, piuttosto, si ha la sensazione che la gente sia più interessata a dire al mondo “guarda, anch’io sono qui”, nonostante non si capisca bene se il qui è un concerto o un social network.

Eddy Cilìa, penna storica de Il Mucchio Selvaggio, Blow Up e Velvet, è molto chiaro in merito: In linea di massima è lecito che un musicista chieda di non utilizzare lo smartphone durante il live. Soprattutto se ciò serve a garantire al pubblico uno spettacolo migliore piuttosto che a soddisfare qualche fisima da star. È una forma di rispetto per la performance e per il proprio vicino. Indipendentemente dal fatto che si stia alla Scala o in un centro sociale. La frenesia del post a tutti i costi, però, mi lascia indifferente e la rimetto alla sensibilità del singolo. Il divieto assoluto di fare foto, invece, lo considero, quello sì, una fisima da star: casomai puoi stabilire che le si può scattare per la durata di un paio di brani e poi, per cortesia, basta”.

Su lunghezze d’onda differenti, invece, Gianni Maroccolo e Teho Teardo, anche se entrambi concordano sul fatto che porre un veto alla possibilità di scattare foto e registrare video sia eccessivo.

Gianni Maroccolo: Che Björk sia un`artista assai complessa credo sia inopinabile. Molto talentuosa, coraggiosa e sperimentatrice, anche se spesso al limite del "famolo strano" a tutti i costi. Ma questa è una mia opinione. Trovo la sua richiesta/imposizione di non fare foto e video molto fastidiosa e fuori luogo.

Se si desidera qualcosa di così limitante per gli altri si deve avere il coraggio di selezionare la location dove si sceglie di suonare e nel suo caso poteva scegliere un teatro chiuso dove chi assiste a un concerto sa da subito che non si possono usare macchine fotografiche, telefonini o altri strumenti. Trovo poi la sua richiesta di cattivo gusto anche per il biglietto imposto al pubblico romano: oltre i cento euro e la pretesa che il pubblico sia costretto a comportarsi come lei desidera. Se ha bisogno di concentrarsi può cercare nella sua anima l`energia e la dovuta concentrazione, oppure può scegliere altre formule live, diverse dal classico concerto.

Nel mio piccolo, in oltre trent’anni anni e passa di concerti non ho mai negato l`uso di macchine fotografiche, registratori, smartphone, cineprese e robe affini. Le mutazioni vanno vissute e accettate e trovo assurdo da parte di un artista pretendere di dettare un codice di comportamento al pubblico, sia esso pagante o meno.

Forse trent’anni fa aveva un senso cercare di evitare di trovarsi pubblicato il giorno dopo un concerto un bel bootleg – cosa che a me ha fatto sempre piacere, anche se il primo a rimetterci ero io – ma oggi davvero non ha alcun senso.

È ovvio che la libertà di uno spettatore non debba limitare quella degli altri, ma per il resto trovo giusto che una persona si goda un concerto come meglio desidera. Il concerto è un momento di condivisione emotiva tra chi suona e chi ascolta, un filo sottile che lega entrambi e che prescinde da smartphone e cose del genere. Io ad esempio guardo pochissimo il palco durante i concerti: chiudo gli occhi e ascolto, ma non mi dà noia avere qualcuno accanto che scatta una foto. Idem quando sono sul palco. Rimango basito, perciò, quando dopo un concerto sento artisti che se ne vengono con frasi del tipo “che pubblico di merda, stasera”.

Violenza e disturbatori esclusi, il pubblico ha diritto assoluto di manifestare le proprie emozioni, fare foto, applaudire, fischiare, cantare o restar muto, ballare o stare fermo, fare short video e postarli in tempo reale o far ascoltare il pezzo preferito a un amico. E non credo che fare foto e postarle dipenda dalla necessità di esistere sul web: credo sia tutto più naturale ed umano, qualcosa del tipo “c`ero anche io e voglio serbare un ricordo indelebile di questa serata”.

Penso che chi ha la fortuna di sentirsi sommerso da un grande affetto quando sale su un palco debba essere solo riconoscente e grato al proprio pubblico e che, invece di farsi delle gran seghe mentali su smartphone e flash, dovrebbe ricambiare tale affetto dando il meglio di sé, ancor di più quando ci si ritrova a suonare in condizioni non ideali.

Siamo noi che suoniamo a dover mettere a proprio agio chi viene ai nostri concerti, non il contrario”.

Per Teho Teardo, invece, il cardine della faccenda è la musica e il suo punto di vista piuttosto provocatorio lo esprime in questi termini: “È nella questione musicale che ci sono le risposte: emettere proclami anti video mi sembra eccessivo oltre che inutile, e nessun artista cambierà il modo in cui certi eventi vengono percepiti. Più che altro dovrà fare i conti con il pubblico che si merita.

Credo che il pubblico si debba regolare da solo: se qualcuno disturba dovrebbe esser oggetto di attenzioni da chi gli sta vicino.

Dal palco arriva la musica e forse bisognerebbe parlare più di musica che di costume, visto che si va per ascoltare un concerto. Quando non accade significa che stiamo perdendo di vista un po` di aspetti che possono risultare secondari, come la qualità di ciò che si compone e si esegue. Ho notato che all`Auditorium, nel messaggio in cui si chiedeva di evitare di fare foto, hanno persino sbagliato il nome di Björk… sono questi il livello e la cura con cui vengono preparati gli eventi.

Qualche mese fa durante un mio concerto ad Hong Kong un tizio ha trascorso tutto il tempo con la faccia sprofondata dentro il suo tablet per filmarci. Che possiamo fare? L`ho guardato ridendo, gli ho fatto ciao con la manina e lui restava immerso lì, nella sua cameretta portatile, la sua copertina di Linus, e non ha mai alzato la testa da lì fino alla fine.

Tutti gli altri, invece, hanno partecipato ascoltando ed è così che si è parte di un concerto: ascoltando e guardando.

Giorni fa a Villa Ada a Roma ho fatto Viaggio al termine della notte con Elio Germano e un quintetto d’archi: c`erano un migliaio di persone e non volava una mosca. Eppure si è trattato di una sorta di concerto in un luogo per concerti estivi. Come me lo spieghi?

C`è una parte di pubblico, particolarmente quello che segue i grossi eventi, che non partecipa –  forse perché non sa come si fa – limitandosi a presenziare. E presenziando necessita di comunicarlo al resto dei suoi amici attraverso foto e filmati di scarsissima qualità.

Chi scrive di musica potrebbe contribuire a migliorare la situazione parlando di musica e non di costume, sarebbe già qualcosa. Una questione di competenza direi”.

Dunque, tirando le somme non se ne esce con diktat e nemmeno con il buonsenso. Anzi pare si finisca sempre più in un circolo vizioso: niente veti, lasciamo fare al buonsenso, niente buonsenso, proviamo a limitare un po’ il pubblico, il pubblico non si limita e così all’infinito.

Che abbia ragione Teardo quando dice che ogni musicista ha il pubblico che si merita?

Mi viene in mente lo scorso inverno: live maestoso di Daniele Del Monaco con ottimi musicisti e Blixa Bargeld, distanze millimetriche tra palco e pubblico, coppietta di giovani un po’ troppo animata. Il disappunto di Bargeld, che trasudava fastidio ad ogni espressione del viso. Se la coppia non si fosse allontanata, il teutonico avrebbe proseguito il live? Mah.

Intanto, quella sera nessuno smartphone. Solo coinvolgimento e un’intimità emozionata, magica. Reciproca.

Magari per molti l`intimità e il coinvolgimento si giocano ormai nello spazio di uno schermo e questo vale anche per la musica dal vivo.

Bisognerà ripensare il concetto di live, forse, un giorno. E farne tutt`uno con quello di vita digitalizzata. 

Chissà quale seguito avrebbe dato oggi Frank Zappa a I`m The Slime... chissà.

Si ringraziano:

Eddy Cilìa: http://venerato-maestro-oppure.com/ 

Gianni Maroccolo: http://www.giannimaroccolo.com/index_bis.html 

Teho Teardo: http://tehoteardo.com/it/