Serena Altavilla

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Serena Altavilla Morsa e libera. La conferenza stampa sul primo album da solista dell'artista

08/04/2021 di Ambrosia J. S. Imbornone

#Serena Altavilla#Italiana#Alternative

Serena Altavilla, che abbiamo già apprezzato nei Baby Blue/Blue Willa, nei Solki e in collaborazioni come quelle con i Calibro 35, i Mariposa e La Band del Brasiliano, debutta come solista con un disco in cui sfodera delicatezza e intensita' lancinante. In Morsa, in uscita il 9 aprile (Blackcandy Produzioni con distribuzione Believe/Warner Chappell) si muove tra suoni camaleontici, giocosi e distorti, cambi di ritmo, melodie vocali, pathos e fantasie di fiati, tra sogno e incubo, tra dark e noir, tra Tim Burton e David Lynch. Nell'album ospiti come Adele Altro (Any Other), Francesca Baccolini (Hobocombo), Luca Cavina (Calibro 35, Zeus!), Enrico Gabrielli (Calibro 35, PJ Harvey, Mariposa), Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35, I Hate My Village) e Valeria Sturba (OoopopoiooO). Abbiamo ascoltato il disco e partecipato alla conferenza stampa di presentazione e vi facciamo entrare nel mondo affascinante e sperimentale di Altavilla.
Domani, 9 aprile, sarà pubblicato l’album di debutto come solista per un’artista eclettica che negli anni si è sempre distinta per talento e personalità, Serena Altavilla, già apprezzata nei Baby Blue/Blue Willa, nei Solki e in collaborazioni come quelle con i Calibro 35, i Mariposa e La Band del Brasiliano. Si intitolata Morsa (Blackcandy Produzioni con distribuzione Believe/Warner Chappell), disco in cui esplora tutte le potenzialità della sua voce e le sfaccettature della sua personalità artistica, muovendosi tra atmosfere notturne, oniriche, suoni camaleontici, giocosi e distorti, cambi di ritmo, melodie vocali, pathos e fantasie di fiati (come ad es. con il sax tenore di Adele Altro degli Any Other e il clarinetto basso di Enrico Gabrielli) e avventurandosi in terreni mai scontati.

Altavilla tiene note lunghe e prolungate, effonde dolcezza e inquietudine, sfodera grande classe, delicatezza e intensità lancinante (che convivono nel magnifico singolo Epidermide); i suoi acuti sembrano seguire e delineare le crepe con cui la fragilità forza la morsa per implodere e ricostruire; la sua voce costruisce melodie come camminando sospesa su un “magma incandescente”, su suoni tesi e cangianti, pronti a spiazzare. Nonostante le melodie e i testi talvolta abbiano l’ammirevole linearità del pop, le sonorità infatti non sono mai rassicuranti e non permettono di distrarsi o rilassarsi, ma tengono desta l’attenzione in attesa di un’acme emozionale, di piogge di suoni sognanti, di squarci quasi noise, di una coda perturbante, di un’accelerazione esplosiva e catartica.

Musa e Menade, Miranda che guarda, ma anche genera in questo caso la tempesta, eterea e conturbante, ninfa e sirena, Serena racconta o evoca presenze e utopie dolcissime; avanza tra circhi infernali e minimalismi di archi pizzicati, poesia, ombre e incubi allucinati, tra “vampiri” e “vestali d’ombra”, tra ritmi franti e spezzati e suoni orchestrali stranianti, tra sperimentazione e tradizione cantautorale. Anche i testi infatti alternano surrealismo e romanticismo, scenari lugubri e sensualità, “sangue e lacrime”, violenza ed estasi, fantasmi e carne, sadismo e fantasie oniriche, che squadernano immagini in bilico tra fiaba e incubo come in un film di Tim Burton. Abbiamo partecipato alla conferenza stampa di presentazione del disco, organizzata dalla Red&Blue e moderata in particolare da Marco Stanzani, e abbiamo chiesto a Serena cosa pensasse di questo accostamento, che le è sembrato “un’interpretazione spettacolare”. All’inizio ha detto che non era voluto che emergesse qualcosa del genere, ma poi, pensandoci, ha detto che le tornava assolutamente, perché il paroliere del disco, Patrizio Gioffredi, è anche un regista e ha diretto il video di Epidermide. L’autore dei versi ha un rapporto molto narrativo e visuale con le parole e con la musica, per cui appunto ci sono molte immagini cinematografiche nel disco; il santino cinematografico di Altavilla in particolare però è David Lynch, per cui si ritrova a guardare “cose violentissime e crudeli”, di cui sente di aver bisogno in qualche modo, perché poi la fanno sentire meglio. Di cinema ne ha “mangiato molto con gli occhi” e ci sono sicuramente altre arti che l’hanno influenzata: ha studiato molto danza da piccola e ha fatto un po’ di teatro, ma la musica resta l’arte che la completa di più.

Il videoclip di Epidermide è stato realizzato dal collettivo John Snellinberg e diretto da Patrizio Gioffredi, che – si legge nel comunicato stampa – “ha assecondato le venature dark e romantiche della canzone ambientando il tutto in un minimale set teatrale, con luci cangianti ed espressioniste e un montaggio che gioca con il buio”. Serena ha sottolineato anche le tinte noir del brano, evidenziando che si tratta di un altro genere cinematografico che “permea abbastanza questo disco”. Girare il video con Gioffredi ha consentito inoltre di andare “ancora più a fondo nella canzone”; c’è spesso nelle canzoni qualcun altro che affrontiamo, un dialogante, che “in questo caso era me stessa”: Patrizio ha avuto l’idea dello sdoppiamento e del confronto tra Serena e un suo doppelgänger, a cui presta il corpo l’attrice e regista Livia Gionfrida, e Altavilla l’ha subita accolta, perché sicuramente giusta per lei e per il pezzo in quel momento. Il video è stato girato a fine estate/inizio autunno in un “teatro molto bellino di Prato”, perché Prato è una città industriale e per questo “ha dei capannoni vecchi, antichissimi, adibiti a teatro e ci sono il Fabbricone e il Fabbrichino, teatri molto belli, sperimentali e all’avanguardia”, ha raccontato ancora l’artista. Il video ha avuto come location il Fabbrichino; Serena ha ricordato inoltre che il collettivo John Snellinberg ha fatto un paio di film, hanno lavorato molto con i Calibro 35, si è occupato di videoclip, documentari, ecc.; l’ha definito “un collettivo di ragazzi straordinari”, che si danno “anima e core” a ciò che fanno.

A proposito di Prato, Altavilla ha ricordato che è una realtà unica, un grande paese che ha un’immensa zona industriale, ha tante piccole realtà, dei paesi che sono diventati quartieri; è una città multietnica, piccola, ma anche quindi “ricca”, di culture, di spunti, di sfaccettature.

Altavilla è appunto cresciuta a Prato, ma ha radici pugliesi (e in Puglia si reca regolarmente in estate o a Natale e ha molti parenti) ed è nata e vissuta a Orvieto in Umbria; durante la conferenza stampa ha quindi raccontato che quello con la sua, anzi le sue terre è un legame forte, infinito e stimolante, che la fa sentire fortunata, perché la terra è “nutrimento e ispirazione”.

Ad aprire la conferenza stampa è stato un ospite d’eccezione, Paolo Benvegnù, che aveva prodotto nel 2006 il primo EP dei Baby Blue, composto da sei canzoni, che il cantautore aveva anche registrato e mixato; l’artista però afferma di aver solo incoraggiato Serena, per cui Marco Stanzani non esita a definirlo una volta in più un “mostro di umiltà”. Benvegnù ha sottolineato che bisogna ricordarsi delle cose che si amano e che sono da amare quando ci sono, ricordando l’intervento di Moravia ai funerali di Pasolini, quando evidenziava che di poeti ce ne sono pochi e che era scomparso un poeta. Il 5 novembre 1975 lo scrittore infatti disse precisamente nel suo discorso: “Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro”.

Benvegnù ha ricordato che invece Serena è una giovane donna e la sua poesia bellissima deriva “dal posto in cui abita, dai suoi genitori, dallo sguardo che ha sempre avuto allargatissimo verso il mondo”. “Non è da sottovalutare finalmente avere qualcuno che ha sempre lottato per la propria espressione in maniera stoica”: non c’è bisogno di darle una mano, perché a suo dire è straordinariamente perfetta nella sua “astronave di visione”, ma sarebbe da accogliere finalmente al livello nazionale. Il cantautore ha ricordato allora che quando è arrivato a Prato nel 2005, ha conosciuto lei, che all'epoca “era proprio una bambina”, e tanti altri musicisti interessanti, perché in tutta la provincia italiana ci sono delle cose meravigliose, che però bisogna “amare andandosele a cercare”. Ora si augura quindi che, visto che Serena sta “emergendo”, sia accolto “con tutta la felicità del mondo un abbrivio così meraviglioso e così bello”: “mi viene solo da ringraziarla per non essersi arresa alla delusione che spesso il mondo della musica dà”, ha concluso Paolo.

Questo disco è frutto di un lungo lavoro: questi brani di Serena risalgono infatti a due anni fa; riascoltati e terminati, l’hanno aiutata a conoscersi ancora di più. Oggi così li vede in modo diverso rispetto a quando li ha scritti e sono ormai una parte di lei. Il titolo Morsa è arrivato verso la fine della registrazione, quando appunto ha risentito i brani e questa parola le si è palesata nella mente. Le piacciono i termini polivalenti e sfaccettati e poi effettivamente le sembrava la parola giusta, poiché ha un suono morbido, ma anche aggressivo, e rappresenta uno stato d’animo in cui si sentiva, la sensazione di essere stretta in una morsa, in uno strumento da falegnameria, da carpentiere. Nel comunicato stampa Altavilla spiega ancora: “La sensazione di essere stata morsa dalla taranta ce l’ho spesso avuta, così come la sensazione di essere stretta in una morsa, di non riuscire a muovermi, reagire e scappare. Il morso della tarantola, il morso che dà vita a una purificazione passando per l’isteria e la perdita di senno, è l’espressione di una lotta interna ed esterna che solo la musica può curare. La spinta a cercare ciò che morde all’esterno, la ricerca dello scontro. Sentire il bisogno di esplodere per ritrovare i pezzi e ricomporsi, per rinascere”.

La musica per Serena è inoltre espressione di un’urgenza, anche quando essa non traspare immediatamente; è un veicolo potente, necessario e terapeutico, è nutriente e fondamentale. Ecco infatti che si auspica e si augura che la musica in generale e la sua musica in particolare possa servire a “liberarsi”, che si possano usare “le canzoni per urlare, per piangere, per ridere, per sentirsela, per guardarsi allo specchio, per esprimersi”. Liberarsi significa anche “non vergognarsi”, perché “va bene anche sentirsi a disagio, è bello ed è bello dirlo perché poi non sei solo”. Si augura infatti che cantando una canzone insieme si “possa stare bene”; i live d’altra parte mancano a tutti. Spera che ci saranno dei concerti promozionali per l’album, d’altronde, perché ci sono degli spiragli di speranza, anche se sarà difficile vedere presto i concerti come erano fino a febbraio 2020. Per ora sta immaginando dei concerti in un contesto “deframmentato e sognante”, che non prevede una folla che possa ballare e sudarsi vicino, ma magari uno schermo cinematografico come sfondo; in un modo o nell’altro, a suo dire, bisogna ricominciare.

Questo è il primo album di Serena come solista, ma non ha ovviamente lavorato al disco da sola: la produzione artistica dell’album è stata curata da Marco Giudici. Oltre a lui, hanno partecipato all’arrangiamento e all’esecuzione dei brani Adele Altro (Any Other), Francesca Baccolini (Hobocombo), Alessandro Cau (Geoff Barrow, Miles Cooper Seaton), Luca Cavina (Calibro 35, Zeus!), Enrico Gabrielli (Calibro 35, PJ Harvey, Mariposa), Matteo Lenzi (Filarmonica Municipale LaCrisi), Jacopo Lietti (Fine Before You Came), Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35, I Hate My Village) e Valeria Sturba (OoopopoiooO).

Dopo aver suonato sempre con delle band, si è ritrovata da sola e ad avere proprio voglia di essere “freelance”, di “potersi sbizzarrire”, di non avere una band fissa, ma poter lavorare con “tanti musicisti incredibili”, come quelli che ha avuto la fortuna di poter ospitare in questo disco. Voleva “slegarsi da alcune abitudini”, voleva sentirsi e mettersi un po’ in difficoltà, provare in definitiva esperienze e sensazioni nuove. Sicuramente si è portata dietro molto del suo passato musicale, che la induce ad esempio a lavorare molto anche su un piccolo passaggio musicale, a essere curiosa e ad amare le ricerche sonore. Suonare in un gruppo secondo Serena è un’esperienza raccomandabilissima da ogni punto di vista, perché si impara a stare insieme, a comunicare, è un campo di battaglia e di prova; però questa volta non voleva ricreare la situazione del gruppo, ma piuttosto voleva sentirsi al centro del suo sistema ed essere circondata da una “schiera formidabile di musicisti”, che però per ogni pezzo cambiavano formazione.

Molti di questi musicisti li conosceva già, perché, suonando dal 2005 e andando molto in giro, ha conosciuto ed è rimasta in contatto con tante persone; con i Calibro 35 ad esempio aveva suonato, sognava di avere qualcuno di loro nel disco e sono stati felicissimi di contribuire. Valeria Sturba l’aveva vista suonare tante volte con gli OoopopoiooO, era subito nato un feeling con lei e dopo anni a ripetersi “Sarebbe bello un giorno fare una cosa insieme”, si è buttata e ha chiesto alla musicista di partecipare al suo disco. Altri artisti, come Adele Altro o Alessandro Cau, sono stati proposti invece da Marco Giudici, perché erano sue conoscenze, e sono diventati subito le persone giuste al momento giusto.

È stato osservato durante la conferenza stampa che Serena è entrata nel mondo di tutti i musicisti che hanno collaborato, senza perdere la sua identità e la cantautrice sperava in effetti che i musicisti portassero il loro mondo nel disco. Marco ha dovuto gestire comunque molto materiale, che arrivava separatamente dai musicisti, che per necessità logistiche non si sono mai incontrati; ha raccolto tutti questi musicisti eccezionali e si è occupato di tessere ogni suono. Alla fine i brani sono rimasti comunque fedeli ai provini pianoforte e voce: si sono inseriti tanti altri strumenti, ma lavorando su quella linea.

Il disco è parso a vari giornalisti abbastanza complesso e sperimentale, ma Serena afferma che è la sua versione del pop: nell’album vi è infatti un nucleo melodico, che per Altavilla è importante ed è un punto di partenza. Volontà sua e del produttore, Marco Giudici, è stata quella però di creare degli “straniamenti della percezione”, usando strumenti antichi e classici con strumenti più contemporanei, così che si ascolta un sax che è invece una voce, un violino che invece è un Moog e viceversa.

D’altronde, quando Altavilla sta scrivendo un pezzo, non ha in mente il risultato finale, ma pochi elementi, perché ama esplorare suoni e arrangiamenti. Le armonie erano molto semplici, triadi, o pochissime note su cui appoggiare la melodia, che la faceva da padrona; sapeva inoltre che voleva dei cori molto presenti, qualche suono più oscuro, delle corde grosse, per cui nell’album c’è un contrabbasso, o molto basso, anche sintetico, ma non aveva le idee chiare prima di lavorare ai pezzi. Piuttosto Serena segue l’istinto, perché ci sono delle soluzioni musicali che subito senti che non vanno bene, o ci sono dei colori che senti che non stanno bene in una determinata canzone.

Secondo Altavilla la musica che faceva prima era sempre melodica: il filo conduttore è sempre stato la melodia, anche se le canzoni erano piene pure di suoni aggressivi, rock, ecc.; però c’è da precisare che è sempre stato un rock di ricerca in qualche modo. C’era solo una chitarra, di cui aveva le orecchie e la testa molto piena, ma ora quello che vorrebbe più di tutto è “sganciarsi dai generi”, che è quello a cui in fondo ha sempre puntato.

I versi sono venuti dopo della musica in questi pezzi: la parola è fondamentale, ha un peso e una sua gravità, ma prima per l’artista di Prato c’è il suono. A volte le parole però sono già lì sotto, come un fossile da ripulire.

Mettendo insieme i titoli delle canzoni di Morsa, è stato osservato che emerge una ricerca di sé stessi: Serena ha ammesso che c’è in qualche modo una scalinata e uno scivolo interiore e i titoli delle canzoni accompagnano questo percorso. Ha avuto la fortuna di costruire i testi con Patrizio Gioffredi, che ha scritto i versi ed è entrato a suo avviso “totalmente in sintonia con le canzoni”; il “glossario che avevano buttato giù inizialmente” ritornava spesso su alcuni temi, un conflitto, una lotta, qualcosa da superare. Alla fine allora ha inserito nel disco “anche un po’ di vento”, per ripulire e portare un po’ via le tensioni.

Dato che purtroppo il mondo della musica appare troppo spesso ancora sessista, o comunque sembra offrire uno spazio più ampio ai cantautori, non potevano mancare durante la conferenza stampa delle domande su come Altavilla abbia affrontato il suo percorso musicale e se sia stato un cammino lineare. Per Serena la vita musicale è fratellanza, avvicina in un modo inspiegabile e molto profondo; tuttavia, “è più facile, se sei una donna, che quando ti giri, ti guardino il culo, che ti giudichino per il tuo aspetto esteriore, è più facile sentire frasi spiacevoli, sentirsi chiedere se hai le mestruazioni e questo porta a non farti sentire presa sul serio”. Allora “bisogna provare a fare notare certe cose e liberarsene, anche se spesso sono solo parole al vento e non ti riguardano veramente”.

Per quanto concerne invece la presenza e la visibilità delle cantautrici nel panorama italiano, lei si sente una cantautrice fino a un certo punto, perché non scrive i testi; comunque, forse perché il suo radar è indirizzato in un certo modo, nota le cantautrici, ci sono indubbiamente e le appaiono molte e brave. Numericamente forse ci sono più cantautori in vetrina, in effetti, ma si augura che le tante cantautrici possano emergere, a loro modo. “Quest’anno c’è Madame”, ha ricordato Serena, “che è clamorosa, ha uno stile cantautorale femminile e universale incredibile”. L’ideale sarebbe superare però le differenze tra i generi.

Nel suo percorso Altavilla ha avuto tante fonti di ispirazione: ci sono “un sacco di figure importanti”, un “grande esercito di voci” e personaggi importanti che l’hanno attraversata, lasciando tracce indelebili, dai Beatles, che erano un ascolto costante a casa sua, fino allo squillo di Mina, un suono che ha caratterizzato la sua infanzia; ricorda tante muse ispiratrici, da Edith Piaf a Diamanda Galás, da Peaches a Kim Gordon.

Il suo strumento d’altronde è sempre stato la voce: da piccola era proprio fissata e attratta dall’uso dalla voce, singola o associata ad altre. Sentiva e seguiva questa fascinazione per il canto ed era anche attratta dall’esibizione: metteva delle sedie, faceva sedere delle persone e si esibiva. Non ha studiato uno strumento, ma sarebbe voluta andare in una scuola come quella di Saranno famosi.

E ora come reagiranno i fan dei Baby Blue/Blue Willa, o dei Solki, sentendo questo album? Serena ha pensato a come avrebbe reagito chi la ascoltava già, ma fino a un certo punto, perché è difficile fare calcoli e prevedere che tipo di pubblico si avrà: i suoi pezzi sono stati ascoltati anche da ragazzi molto giovani, che vi hanno colto una certa allegria o sofferenza, hanno avuto riscontri anche da parte di alcuni bambini, ecc. Adesso “questo disco ha le gambe”, non sa “dove si andrà a insinuare”, ma spera che possa fare il suo cammino e raggiungere comunque molte persone, anche diverse e nuove.

Serena è apparsa molto piena di passione ed entusiasmo, sempre molto gentile e cordiale, in una conferenza stampa a cui hanno partecipato ben 107 testate giornalistiche. Leonardo Giacomelli, che si occupa del management di Blackcandy, si è detto “contento e commosso” per questa partecipazione di massa, che fa ben sperare in un momento come questo. Si è detto molto felice e onorato di pubblicare non un semplice disco, ma “un’opera” come questa. È stato indubbiamente un anno complesso, nel quale però sono felici di aver dato un taglio di estrema qualità alle uscite discografiche, come Marco Parente con Life, Paolo Benvegnù con Delle inutili premonizioni, nuovo progetto in acustico, e il disco di Serena Altavilla. “Credo che le cose fatte bene siano ancora possibili se fatte con il cuore e con l’impegno”, ha concluso Giacomelli.

Non possiamo che invitarvi ad ascoltare Morsa!



Foto di copertina di Jacopo Benassi; le foto promozionali sono di Silvia Bavetta. Gli altri sono fotogrammi della conferenza stampa. 

L’artwork del cd è stato curato da Legno.

Biografia

Dal 2005 a oggi Serena Altavilla, cantante e songwriter, si è fatta conoscere nel panorama alt-rock indipendente come frontwoman dei Blue Willa – prodotti da Carla Bozulich, in precedenza noti come Baby Blue – e successivamente dei Solki. Con entrambe le formazioni ha pubblicato vari dischi e ha macinato tantissime date live, sia in Italia che all’estero. Nel suo background coesistono il punk, la tradizione popolare e le musiche d’avanguardia. Il suo eclettismo, le sue capacità performative affinate nel corso delle parallele esperienze teatrali e la sua duttilità vocale l’hanno portata a collaborare nel corso degli anni, in studio e dal vivo, con Calibro 35, Mariposa, La Band del Brasiliano, Tundra Orbit e Il Complesso di Tadà, tra gli altri. Adesso inizia il suo percorso da solista inaugurato dal brano Epidermide, disponibile in digitale e in radio dal 26 febbraio. Il brano è estratto da Morsa (Blackcandy Produzioni), primo album solista di Serena Altavilla in uscita il prossimo 9 aprile 2021.

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