Immortalità Di(vinilica)

Immortalità Di(vinilica)

Il ritorno al 33 giri


07/12/2018 - di Franco Bergoglio
Il ritorno al 33 giri ci riporta nel passato novecentesco della musica “fisica”, quella che si ascoltava tramite un mezzo dedicato: vinile, Cd, cassetta, Dvd. Un tuffo nelle acque di un mondo ampiamente estinto
Come per ogni civiltà scomparsa dovrebbero parlare le vestigia. E c’erano, ma non hanno lasciato tracce. Fabio Ciminiera: “ogni città e ogni appassionato aveva una sua gerarchia di negozi di dischi”. Vero. Si esploravano più fornitori, a seconda dei soldi a disposizione e di che cosa si stava cercando. “Perché si faceva anche questo: si andava in una grande città per visitare il negozio rinomato, il suo assortimento, curiosare tra le corsie, captare l’atmosfera e non necessariamente per acquistare qualcosa”. Verissimo, come la conclusione: “Un’idea che oggi sembra istantaneamente preistorica”. Spesso quel benedetto negozio di dischi era anche un luogo di scambio intellettuale, un cenacolo culturale “dove chi ci lavorava era accomunato ad un officiante, divinizzato dalla dimensione esoterica del luogo”. Purtroppo quei negozi-chiesa, una volta sconsacrati si sono trasformati in caffè hipster, spacciatori di street food o sono sfitti. Spariti, senza lasciare traccia.

Ciminiera nel suo libro mette in fila i reperti come lo studioso ricostruisce una civiltà sepolta, con il privilegio che questa archeologia dell’ascolto è basata anche su ricordi autobiografici, poiché il Novecento è un bignami di storia della ricezione musicale dall’era arcaica a quella internettiana, con passaggi fulminei da una generazione alla successiva. Ascoltatori sui quarant’anni circa si sono vissuti tre, se non quattro cambi nelle modalità di ascolto. Il musicologo Stefano Zenni ha definito la propria generazione “anfibia” rispetto al supporto scelto per ascoltare la musica. Capace cioè di reperire il proprio ossigeno musicale in rete, su Cd, nastro e vinile. E se della musica è cambiato così spesso il contenitore, pensiamo a quanto in parallelo ha corso il contenuto: “la vicenda del rock storico dura circa vent’anni (…). Dal 1954 al 1976, se vogliamo buttare giù le date di Rock Around the Clock di Bill Haley e Anarchy in the UK dei Sex Pistols” (Ciminiera). Se il contenuto ha volato rapido, le ali (il contenitore) non sono state da meno, rappresentando un patrimonio affettivo non indifferente. “Gli Lp, oggetti preziosi e adorati che venivano portati dalla casa dei genitori all’ università fino al primo appartamento. Da Disraeli Gears a Aretha: Lady Soul, gli album divennero delle autentiche pietre miliari per milioni di persone: eravamo ciò che ascoltavamo”. Così scrive Michael Lydon, di Rolling Stone, nella prefazione del libro 1001 album. “Nel giorno di capodanno del 1968, nello spoglio ufficio di un nuovissimo Rolling Stone, ascoltammo Magical Mystery Tour, “All You Need Is Love” risuonava nelle nostre teste. In seguito, quello stesso anno, facemmo la fila alla Tower Records (appena inaugurata) di San Francisco per comprare il White Album”Lydon, ci ricorda quanto il rock segnasse il calendario generazionale, quanto l’uscita di un disco venisse salutata come epocale.

Si Parla dell’era pre-digitale con pochi canali televisivi, poche stazioni radio, niente videoteche, niente blog, niente e-mail o social. Una civiltà basata su risorse scarse (le tasche dei giovani) e una merce di conseguente alto valore economico e status sociale. “Per alleviare la noia si ricorreva a libri, riviste e dischi, tutti articoli limitati dalle disponibilità finanziarie. Altre soluzioni erano il crimine, la droga e la creatività. Era una economia culturale fondata sulla penuria e la dilazione (Simon Reynolds). Ricordi dell’epoca in cui il rock era industria culturale di massa, dai proventi giganteschi, con un ampio mercato connesso a una filiera del lavoro stratificata. “Non amo il consumismo più vistoso e abbagliante: non ho auto fiammanti, né costosi indumenti firmati o gadget di fascia alta. Eppure (…) nel corso degli anni sono riuscito a comprarmi una quantità spaventosa di beni materiali, soprattutto libri e dischi. Saranno anche merci nobili, ma per essere un «non-consumista» ho fatto un sacco di shopping,se così possiamo chiamare gli acquisti compulsivi di un patito della musica e della lettura” (Reynolds).

 

Microsolchi del tempo

Torniamo al prezioso vinile: dopo essere stato acquistato andava curato e preservato dagli agenti del tempo, perché non era né perfetto, né immortale come altri supporti dopo di lui, ma che di conseguenza implicava un rapporto con la musica concreto, fatto di panni antistatici e puntine da cambiare, e l’air guitar la si praticava davanti al proprio ronzante impianto stereo di casa, sentendosi per metà invasati coglioncelli e un po’ semidei dell’assolo, ma non si andava ai campionati mondiali di specialità né si interagiva tramite un software. Nell’età del vinile si praticava un air guitar solipsistica o si prendeva in mano uno strumento vero per iniziare a suonare in una band. “Non si tratta di imitazioni quanto di personificazioni, anche perché prima dell’avvento della rete, di molti chitarristi non c’erano a disposizione video da ‘studiare’”(Ciminiera). Il suo libro analizza Cd e vinili nelle loro dimensioni fisiche, nei loro vincoli strutturali di durata e di sequenzialità dei brani (ad esempio lato A  e lato B contro il lato unico del Cd), nella scaletta predefinita, decisa dall’artista con una coerente drammaturgia e non dalla casualità della rete. Ha ragione l’autore: parlando di musica siamo tutti allenatori mossi da passioni soggettive, con una “formazione ideale”, un album delle figurine che allinea i nomi dei grandi artisti e dischi che hanno segnato una crescita individuale (e spesso collettiva).

A questo punto anch’io mi metto a bordo campo a tentare questo esercizio tra passato e presente da Piccolo Mondo antico che -obtorto collo- mi farà passare per reazionario. E’ un confronto tra il mondo fisico e quello immateriale. Ieri c’erano gli amici che ti passavano una cassetta, una compilation fatta da loro con gli artisti che ritenevano importanti o un disco che duplicavano. La pirateria aveva un nome e un volto e i consigli venivano trasmessi oralmente da adolescenti cui brillavano gli occhi. Oggi avviene sui social, gli amici sono alias o algoritmi che ti dicono  cosa hanno comprato altri consumatori. Il romantico venditore di dischi, protagonista del libro (e del film) di Nick Hornby Alta fedeltà si tramuta in Amazon, con stellette di gradimento date da sconosciuti dall’altra parte del mondo, in una rete spaziale asettica. Prima...esisteva lo scambio tribale. Si facevano cassette per tizi che non erano propriamente amici, ma che in cambio ci avrebbero duplicato qualcosa che ci mancava. Si facevano compilation per gli amici e altre per le ragazze che ci piacevano. Si congegnavano cassette per le fanciulle che si desideravano fisicamente e altre, diverse, per quelle amate platonicamente. L’ammirazione per i propri idoli si mescolava al desiderio erotico che passava tramite la cassetta registrata alla ragazza o al ragazzo che stavamo corteggiando. Il lato interno della copertina della cassetta, che rimaneva celato alla vista fino all’apertura del prodotto, era l’ideale ricettacolo di dichiarazioni d’amore esplicite o criptiche; ma poteva servire anche per due o tre lyrics emblematiche da un brano o per recensioni di brevità aforismatica. L’haiku della cassetta: congegnare in tre righe tutta la poesia di un universo esistenziale in esplosione.

Non era solo fisico il supporto: lo era tutto quello che circondava il supporto. Era sacro l’oggetto fisico (Walter Benjamin). La rottura di questo schermo con il corpo della musica è avvenuto con il Cd che aveva ancora una sua fisicità ma iniziava a perdere l’aura artistica con tutta quella plastica concentrata in un piccolo oggetto quadrato dove copertine, note e testi  smarrivano la magia posseduta con la confezione del vinile. “Un Cd non porta con sé la sua storia con la nobile fierezza  e la fedeltà domestica di un disco in vinile. Due fattori rendevano particolarmente “cosale”: il corpo logoro e segnato di cicatrici, e la ricercata, feticistica grafica di copertina.  Il Cd non vanta né l’una né l’altra. Tutte le copie dello stesso Cd sono infatti perfettamente intercambiabili. Teoricamente, il Cd non è nulla di più dell’informazione che contiene. La sua lucentezza iridescente non suggerisce l’idea di una “cosa” bensì un cerchio d’aria luminosa strappata al nimbo musicale in cui si trova avvolto il nostro pianeta”. (Evan Eisenberg).

 Forse esiste un momento preciso nel quale collocare la “rottura” arte/oggetto del Cd. “Una volta compreso che la custodia non era più un corpo unico acquistato con l’oggetto, unitario nelle sue parti, si è fatto ancora più debole il rapporto con il supporto in generale e con le sue varie componenti. Il momento determinante per molte persone è stato quello in cui hanno smontato la parte “destra” del jewel box, dove normalmente risiede il disco per intenderci, e sono stati in grado di estrarre (…) il foglietto della copertina posteriore (…) un atto semplice, magari casuale, in grado però di mutare la prospettiva in maniera irrevocabile” (Ciminiera). Smontare il prodotto artistico, ridurlo a un mucchietto di plastica i cui componenti si possono riassemblare significa esiliare il disco dal mondo dell’arte e confinarlo nel reame degli oggetti della civiltà del petrolio. Rotta quella barriera il passare a comporsi playlist scaricando file da un sito o catturando i video da su YouTube probabilmente è stato meno traumatico. Potremmo anche pensare che abbiamo smaltito la plastica in eccesso, la sovrastruttura novecentesca. Potremmo anche osservare come la gratuità e la rapidità rendono nullo il gesto di pirateria musicale. Le cassette prima andavano comprate, passate a chi possedeva l’originale o duplicate;  poi andavano trascritti titoli, anni, formazioni. Etichette e copertina della cassetta concedevano spazi ridotti. Un lavoro da monaci amanuensi, alle prese con la copiatura dei codici del rock. Il dorso della cassetta diventava una striscia bianca contro l’horror vacui del tempo adolescenziale dove sfogare il proprio individualismo creativo e grafico. E se il lato esterno normalmente conteneva i titoli delle canzoni quello interno celava subliminali informazioni aggiuntive. Già il Cd implicava pochi passaggi e un interfaccia con il masterizzatore meno fisico nei gesti e nelle modalità operative e il benedettino passava a duplicarsi la copertina squadernandola senza amore sul vetro della fotocopiatrice, ma almeno il disco ci veniva ancora prestato o duplicato da qualcuno (il dono di Marcel Mauss?), un individuo che trasmetteva una propria visione del mondo, che voleva fare un regalo a un amico, portarsi a letto una ragazza o conquistare l’anima gemella.

Denaro, merci, corpi e pensieri circolavano sulla base di flussi fisici che si solidificavano anche negli aspetti sentimentali, spirituali della vicenda. “Ma le cassette sono anche un supporto fantasma, nel senso che, per quanto riguarda la cultura di massa, sono morte, una reliquia imbarazzante. Il culto della cassetta ha varcato le frontiere dell’underground no-fi per diventare una moda rétro: giovani hipster con magliette adorne di cassette, fibbie di cintura costruite con vecchi involucri di cassette. Borsoni chic con immagini di cassette…”( Reynolds).

Nero, lento, erotico

Grazie a vinili e cassette, giovani corpi desideranti parlavano tramite un medium musicale con altri corpi, quelli degli eroi della musica, verso i quali provavano un complesso mosaico emotivo, una pulsione alla identificazione esistenziale che si riversava con analoghe reazioni psicofisiche verso i corpi desiderati delle amiche/amici. La musica si trasformava in fisicità (di corpi, di supporti) e l’unica parola che poteva riassumere questo complesso di relazioni ambigue era erotismo, che presupponeva una esplorazione completa del soggetto amato.“La modernità fa passare il rapporto con la musica attraverso parole diverse: oggi è più spontaneo dire ‘conoscere un disco’ invece che ‘avere un disco’, viste le tante maniere con cui avviciniamo il suo contenuto” (Ciminiera). Conoscere evoca un rapporto superficiale, avere implica un possesso esercitato sulla materia e sul contenuto. Un dominio insieme fisico e spirituale. No, non preoccupatevi. Non c’è nulla di vietato ai minori. Si parla di un feticismo legato a un prodotto, il vinile  long playing, che tra alti e bassi ha raggiunto i settant’anni di età (entrato in produzione nel 1948 alla Columbia Records, realizzato con un materiale che permetteva il salto tecnologico abbattendo i confini di minutaggio consentiti ai formati precedenti). L’erotismo/feticismo del supporto riguardava l’oggetto in sé e l’energia in esso inscatolata, dovuta ovviamente alla musica, ma non in maniera esclusiva.

Quel possesso era il transfer di una esperienza complessiva, perché dall’altra parte del prodotto stavano musicisti, produttori, tecnici audio, ore di cazzeggio in studio, di sigarette e droghe, di false partenze, di tagli e di post-produzione, di manager, uffici creativi e agenzie stampa. Lo ha ben evidenziato Ferdinando Fasce, ricostruendo i Beatles “al lavoro”. Tutto questo plusvalore economico ed emotivo entra nei solchi. Così un’energia -catturata magari cento anni prima- si sprigiona dal supporto fisico ad ogni passaggio di puntina come dalla lampada di Aladino. “Nella maggioranza dei casi, non esiste un evento originario registrato o riprodotto dal disco. Ogni volta che si fa girare un disco sul piatto si fa vivere un’istanza atemporale”, scrive Eisenberg. Il disco è un quadro che si svela innanzi agli occhi, le sequenze di un film che scorrono mentre siamo in platea, il profumo che ci evoca un ricordo di piacere o di dolore come nelle Corrispondenze di Baudelaire:

I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono
in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.
Esistono profumi freschi come
carni di bimbo, dolci come gli òboi,
e verdi come praterie

I profumi, o le dolci note odorose dei fiori del male lasciano in bocca il gusto di una madeleine proustiana. La musica che esce dai dischi rappresenta una sinestesia continua, dove nel note sprigionano ricordi e sensazioni diverse. Perché, per Eisenberg: il disco è un mondo; la sua stessa forma (rimasta immutata dal Berliner al laser disc) lo suggerisce.

Il disco è un mondo

Il disco è un mondo. Eisenberg lo ribadisce più volte ne L’angelo con il fonografo: “Ogni disco è un microcosmo, un mondo di trenta (o diciotto) centimetri. Uno scaffale di dischi è una gamma di mondi possibili. Ne tiri fuori uno, lo metti sul piatto e questo si dipana: il mondo in cui hai deciso di vivere l’ora successiva”.

Materiale versatile dell’industria petrolchimica, dal tessile all’edilizia, derivato da un prodotto delle viscere terrestri, il vinile utilizzato per gli Lp ha retto il tempo meglio di altri media che hanno dovuto cambiare pelle per entrare nella società dell’informazione (vedi telefono). Il passaggio all’immateriale ha ucciso il Cd, un botolo efficiente ma violento, tutto plastica lucida e impenetrabile, angoli spigolosi e aridi numeri digitali, un oggetto senza cuore che sembrava avesse pensionato il 33 giri e che è stato a sua volta tolto di mezzo dalla smaterializzazione in rete della musica, in una sorta di dumping tecnologico. La musica invece riemerge dalle liquidità della rete globale e continua a mantenere questo suo lato fisico e la sua “cosificazione”, per usare un termine caro al lessico marxista, rimane un fenomeno oggettivo.  Ecco allora il vinile tornare di moda. Perché la musica che entra in quei solchi neri per farsi “merce” è (ed è stata) oggettivamente bella. Bella da toccare e carezzare, da leggere, aprire, esibire. Quando era così –nell’epoca dorata del vinile- ci si poteva permettere addirittura il lusso di una critica marxista: Per cui il disco è ideologia perché, con la sua acquisizione, esso implica l’accettazione del sistema di produzione borghese e il salariato sul quale si appoggia. E’ anche inutile voler privilegiare la pop perché raccoglie una moltitudine di giovani. E’ una merce come un’altra, ed è tanto più pericolosa in quanto genera illusioni (Massimo Bassoli).

La musica merce é bella da analizzare con gli amici, da criticare. Genera illusioni ma anche riflessioni. E’ esteticamente rilevante. La si può appendere come quadro. E’ una illusione da preservare, da trasferire su cassette per non consumare i solchi, da manutenere con il panno antistatico. Bellezza senza tempo: virginale, se viene rinchiusa in una teca; destinata a sfiorire rapidamente se capita nelle mani di un teenager con gli ormoni danzanti e la camera puzzolente di canne,e abiti sporchi che fa girare senza requie i vinili e schiaccia i tasti forward e rewind del cassette player. Un amore giovanile, di quelli che finiscono perché si consuma in fretta tutto. Troppi amplessi rapidi con la puntina, troppi movimenti senza riguardo, troppa giovinezza nelle mani smaniose. Mantenere il materiale senza graffi o rotture è voler congelare il tempo alla giovinezza, rito di amore e morte, erotismo sublimato e mausoleo. Tra tutti i supporti fisici il vinile in particolare ha incarnato poesia, letteratura, sociologia, politica, costume, moda e arte grafica. Educazione sentimentale e cronaca del Novecento. Anticonformismo e denaro. Jet set e underground.

Mike Evans, giornalista uscito dalle grotte Anni Sessanta del Cavern Club di Liverpool e poi nel giro di Led Zeppelin e Bob Dylan, conosce a menadito il disco e quanto vi ruota attorno. Nel libro Vinile. Il disco come opera d’arte, gli intona un inno: dalle copertine straordinarie o estreme, alle case discografiche, ai produttori. Dal primo concept album, In the Wee Small Hours di Frank Sinatra, alla storia del bootleg, ai picture disc, ai collezionisti, con in testa il brasiliano Zero Freitas e i suoi sei milioni di dischi. E poi le curiosità, con l’elenco dei dischi che contengono solchi fantasma e quali sono i messaggi stampati a partire dal numero di matrice (I led Zeppelin sono stati precursori, con il motto dell’occultista inglese Aleister Crowley inciso su Led Zeppelin III). Mentre in tanti si ostinavano a cercare i messaggi occulti facendo girare a ritroso il vinile o interpretando le liriche più criptiche il demonio ruotava a 33 giri sotto i loro nasi assorti. Ma questo era il passato, quando si cercava di smontare anche meccanicamente il supporto alla ricerca di qualcosa. Ricordate la zip maliziosa di Sticky Fingers? L`album con in copertina i jeans sdruciti (ed evidentemente ben guarniti) e la cerniera vera e regolabile (almeno nelle prime edizioni su vinile), un packaging firmato da Andy Warhol. Il sogno feticista proposto da Warhol è di poter abbassare la zip sulla virile musicalità degli Stones, toccando con mano il contenuto. 

Nevrosi d’ascolto

Oggi si ascolta tutto con click rapidi e su YouTube non si arriva quasi mai alla fine del video. Coitus interruptus. Società eccitata (Christoph Türcke). Società la cui attenzione su un video in YouTube si consuma nei primi secondi (eiaculazione precoce). Si guarda e si scarica in fretta, archiviando non so dove un non so cosa e non si ama nulla penetrandone i recessi corporei. E’ la pornografia di bit elettrici contro l’erotismo meccanico delle puntine che esplorano solchi o, al più, un voyeurismo dell’occhio e della mano cliccante contro il feticismo consumante rivolto alla merce fisica. Eisenberg ha già detto parole definitive sul feticismo del disco e sulla filosofia della musica registrata mentre non si è ancora scritta la storia dei cyber-ascoltatori di oggi, intrappolati in meccanismi liquidi, scaricatori di una musica senza peso e senza costo, gestita da global player mondiali. Il musicologo Nick Katranis, citato da Reynolds, ricorre alla immagine della fossilizzazione per illustrare la profonda differenza tra l’analogico (vinile, nastro, pellicola) e il digitale (Cd, mp3). L’analogico cattura «l’impronta fisica dell’onda sonora, come il corpo di una creatura impresso in quello che diventerà un fossile», mentre il digitale è una «lettura» dell’onda sonora,«un disegno puntinista». 

Se abbandoniamo questo discorso per volgerci alla pura bellezza esteriore, la copertina del 33 giri è essenzialmente un quadro. All’epoca del suo splendore poteva essere bello o brutto, piacerci o no, ma era comunque arte intrappolata nel suo giusto frame. Ikea ha interpretato questa esigenza e ci ha fornito il supporto industriale al posto del fai-da-te che imperversava nelle nostre case, con vinili appoggiati su mensole o appesi a gancetti. Alla copertina dell’album (nomen omen) si contrappongono ora loghi e sigle, mp3 mp4 e disegnini tutti uguali di una nota o di un triangolo per il play. Niente appendimenti, niente accarezzamenti di copertine. Tutto quello che rimane è il gesto in microsecondi del click per dare l’avvio. Già il Cd aveva provato ad abbattere la dimensione artistica: il libretto – o, enfatizzando, il booklet…ma sempre di pagine di dodici centimetri per dodici si tratta – è tendenzialmente anonimo nella resa. Può ospitare anche un numero di pagine cospicuo, ma restiamo sempre lì. Le fotografie, per dirne una, sono minuscole (Ciminiera). Niente arte da maneggiare, il booklet è più vicino al libretto di istruzioni di un elettrodomestico che alla presentazione di un lavoro artistico o a un libricino. La musica liquida ci depriva in partenza di almeno due sensi. Se non ci sono più contenitori artistici si perde anche il titolo, il senso unitario dell’opera. Roland Barthes ha definito il fonografo come l’ectoplasma di ciò che è stato, né immagine né realtà, di fatto una entità nuova che non possiamo più toccare. Si sbagliava: noi del disco tocchiamo moltissimo: la copertina, magari apribile, l’inner sleeve con testi, disegni e altro ancora, il disco stesso e tutto quanto serve per farlo funzionare. Leve, braccetto, puntina, manopole. Non possiamo toccarlo, ma possiamo fare del suo involucro materiale un oggetto di culto feticista che rimanda all’immateriale contenuto che si sprigiona dal suo funzionamento. Da Caruso a Cobain, non c’è dubbio che i dischi ci abbiano abituato a vivere con i fantasmi. In un certo senso, il disco stesso è un fantasma: è la traccia del corpo di un musicista, l’impronta del respiro e dello sforzo. Esiste un parallelo tra fonografia e fotografia: l’una e l’altra son la maschera mortuaria della realtà (Reynolds).

La musica cambierà -e molto- nei prossimi anni per fronteggiare tutti questi rivolgimenti di formato, durata, presentazione, commercializzazione, fruizione. Cambierà tutto. “Non abbiamo ancora avuto la musica dell’era della connettività social”. Scrive negli anni Novanta un profetico Eisenberg. “Quando internet arriverà a offrire musica vera anziché chiacchiere sulla musica come ora, temo saranno in gran parte briciole, byte di suono, schegge di musica invece che brani completi. Figuriamoci intere sinfonie. Il principale tipo di “interazione”  sarà lo zapping musicale. A differenza dei testi o delle immagini, tuttavia, la musica non si presta a essere fotocopiata, frugata o “navigata” (…). La musica accade in tempo reale. Nonostante tutte le discussioni sul tempo reale nei circoli cyber, pochi cybernauti hanno la pazienza reale di seguire il tempo reale. Quindi la musica sarà ridotta a ripetizione ossessiva di hooks, riffs e altri frammenti melodici (come già accade con il rap). Ognuno potrà trasferire sul suo computer intere canzoni e intere sinfonie, ma quando troverà il tempo di ascoltarle?”  La domanda di Eisenberg ha trovato una provvisoria risposta: l’internauta musicale non ascolta, si muove. “L’aspetto fondamentale dei viaggi nel tempo consentiti da YouTube e internet è che in realtà gli utenti non vanno affatto indietro: si muovono lateralmente, entro un piano spazio-temporale archvistico. (…) lo spezzone di un varietà lituano del 1971 – ragazze in hot pants che ballano su quello che sembra un pezzo di Tom Jones in salsa sovietica – coesiste nello stesso spazio del video appena girato con alcuni teenager di Chicago che frullano i piedi sui furibondi ritmi elettrici del Juke” (Reynolds).

Lascio la chiusura a una recente, amara, riflessione di Stefano Mannucci che parte dall’isolamento dell’ascolto musicale da parte dei millennials, nativi digitali abituati alle cuffiette e all’immaterialità dei supporti. “Una generazione condannata alla solitudine e all’isolamento nel momento stesso in cui gli oligarchi del web la illudono di poter condividere ogni cosa. (...) Si fanno venire il callo al dito per cercare mille canzoni su Spotify, ma dopo mezzo minuto smettono di ascoltare. Si può capirli. I social e internet li bombardano di informazioni rapide orizzontali”. Per Mannucci i giovani sono stati derubati del sogno della “comunità tridimensionale” che -anche tramite la musica- pensa di poter cambiare il mondo. Il pop/rap patinato annacquato che domina le classifiche –spiega Mannucci- viene costruito a tavolino monitorando i risultati di quelle APP che controllano quali suoni vengono cercati in rete, scaricati. Altro che costruire le canzoni basandosi sulle indicazioni delle classifiche di acquisto novecentesche. Qui siamo al software, che comunica dati statistici, divisi anche per area geografica, “ai montatori del pop”. Siamo, sostiene Mannucci, al “grande fratello” musicale. Di fronte a questa apocalisse forse non ci resta che preservare nella nostra memoria un ritornello, un grande assolo rock, una melodia del passato. Andiamo a cercare in cantina il Dvd o il libro di Fahrenheit 451 (Ray Bradbury/François Truffaut) e nascondiamoli in attesa dei vigili del fuoco mandati dal fratello BIG DATA. Almeno ci porteranno in carcere mentre gridiamo ai passanti: lunga vita alla musica che si tocca!

Franco Bergoglio lo potete trovare e leggere anche qui: 

https://magazzinojazz.wordpress.com/



Discografia minima, in ordine di apparizione: 

Fabio Ciminiera, Il tempo di un altro disco, www.jazzconvention.net

Evan Eisenberg, L’angelo con il fonografo, Instar Libri 1997.

Simon Reynolds Retromania Minimum fax, 2017 (2011, prima edizione)

Robert Dimery, 1001 album. I capolavori della musica pop-rock internazionale, Edizioni Atlante, 2012.

Mike Evans, Vinile. Il disco come opera d’arte, Edizioni Atlante, 2016.

Ferdinando Fasce, La musica nel tempo, Einaudi 2018

Massimo Bassoli, Rock&Roll Marx, Milano, Gammalibri, 1981

Stefano Mannucci, Il suono del secolo, Mursia, 2017.

 

Versione rivista e ampliata dell’articolo pubblicato dal blog Magazzino Jazz  https://magazzinojazz.wordpress.com