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Blues Viaggio nel Blues: Le Regine del Classic Blues

06/03/2021 di Roberto Frattini

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Prosegue il viaggio che Roberto Frattini ci ha fatto intraprendere nel mondo Blues. La quinta tappa si sofferma sulle Regine del Classic Blues
Una donna libera, autodeterminata, con il coraggio di affrontare una vita che oscilla sempre fra  grandi passioni e grandi dolori, amori e disillusioni, altari e polvere, glorie ed eccessi autodistruttivi; una donna padrona del proprio corpo, sessualmente emancipata, in lotta perenne contro le discriminazioni  di cui è vittima;  una donna  che parla sempre chiaro, senza ipocrisie, detestando i pregiudizi, evitando gli infingimenti; una donna che scandalizza i benpensanti (i quali, per altro, hanno segretamente paura di tutto ciò che lei rappresenta) ma affascina irresistibilmente il proprio pubblico; una donna che vive “on the road”, saltando da un  concerto all’altro e, a volte, morendo giovane, come bruciata da una fiamma troppo forte.

Certamente, figurandovi un ritratto come questo, col pensiero sarete andati a qualche regina del rock degli anni sessanta o settanta, magari proprio a Janis Joplin, ovvero a colei che, in qualche modo, è diventata l’archetipo stesso della rocker passionale e anticonformista. Invece quella che ho tratteggiato è la personalità tipica di alcune cantanti che sono state così decenni prima che la Joplin mettesse piede su un palco e, per giunta, lo sono state essendo anche  donne di colore nell’America puritana, sessista e razzista dei primi del ‘900. Sto parlando delle regine del cosiddetto “classic blues”: la prima forma di blues ad essere finita su disco e a riscuotere un vero, grande successo commerciale.

Nelle precedenti tappe del nostro viaggio, abbiamo visto come il blues sia nato, fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, nella regione del Delta del Mississippi e come avesse un carattere sostanzialmente popolare e rurale. Bisogna ora dire, però, che quel blues non entrò in uno studio di registrazione che alla fine degli anni ‘20, restando fino a quel momento un fenomeno conosciuto solo dalla popolazione afroamericana del sud ovest degli Stati Uniti e dagli studiosi di etnomusicologia. Il primo genere di blues ad essere registrato e commercializzato fu invece, per l’appunto, quello delle grandi cantanti degli anni ‘10 e ‘20 ed era una musica che non aveva molto a che spartire con quella del Delta. Innanzitutto, mancava totalmente del carattere “campagnolo”: era musica urbana, suonata da band composte da vari elementi, con delle strutture e degli arrangiamenti molto più vicini al primo jazz di New Orleans che allo stile del Delta. Non a caso, alcuni grandi nomi del jazz, a cominciare da Louis Armstrong, accompagnarono anche le regine del Classic Blues. In secondo luogo, le stesse grandi interpreti del genere spesso venivano dai centri urbani, non dalle zone rurali, e avevano cominciato a farsi le ossa nel vaudeville, ovvero nella prima forma di quello che da noi si sarebbe chiamato “teatro di rivista”. Non avevano niente dell’immagine “ragged”, “stracciona”, tipica dei bluesman del sud, ed erano  abituate agli abiti di scena costosi e sgargianti, alle collane di perle e ai boa di piume di struzzo.  Non si esibivano, di norma, nei juke joint di campagna, ma nei grandi teatri, in veri e propri recital, e giravano l’intero paese nell’ambito di tour organizzati con tanto di manager e auto personale guidata dallo chaffeur. Il loro stile vocale era molto più impostato, teatrale e ortodosso di quello dei cantanti del Delta. 



Il primo blues della storia ad essere finito su un 78 giri -  per lo meno il primo cantato da un interprete nero e destinato ad un pubblico afroamericano - fu proprio inciso da una di queste signore del blues urbano: venne registrato il 10 agosto del 1920, il titolo era Crazy blues e la cantante Mamie Smith. Comincia con questa incisione la storia discografica del blues e quella dei cosiddetti “race records” (orrenda definizione, ma tant’è...), i dischi destinati al solo pubblico afroamericano.

Pochi mesi prima i dirigenti delle grandi case discografiche avevano fatto una grande scoperta: grazie alla commercializzazione di un modello di grammofono super economico, il Victrola, ora la popolazione afroamericana poteva permettersi di riprodurre a casa propria i dischi e, visto il proverbiale amore per la musica di quella gente, questo significava un enorme nuovo mercato a disposizione dell’industria discografica. Bisognava dare alla gente di colore la sua musica da comprare. Fu così che vennero sguinzagliati in tutto il paese dei talent scout alla ricerca di artisti neri e, dal momento che le compagnie discografiche stavano nei centri urbani, questi segugi cominciarono dai teatri e dai locali delle grandi città, dove trovarono, appunto, le cantanti del vaudeville.

Mamie Smith e il suo Crazy Blues vennero ben presto eclissati da due signore che resteranno nella storia: prima arrivò  Ma Raney, poi fu la volta della più grande di tutte, Bessie Smith. Riassumere qui le vite e l’arte di queste due fondamentali cantanti sarebbe impossibile. Soprattutto Bessie Smith fu un idolo e un’influenza primaria per qualsiasi donna abbia voluto cantare il blues dagli anni ‘20 fino ad oggi, a cominciare dalla stessa Janis Joplin, la quale venerava Bessie e, purtroppo, si trovò anche a condividerne la fine prematura e tragica.

Il successo delle regine del Classic Blues fu enorme e durò esattamente un decennio, dal ‘20 al ‘29, quando la grande crisi economica si abbatté come un uragano anche sul mercato discografico. Per dieci anni, queste grandi cantanti riempirono i teatri e affascinarono il pubblico con le loro interpretazioni drammatiche, maliziose, sensuali o ironiche ma sempre di enorme effetto ed intensità. Oltre alla Raney e alla Smith, ci furono altre grandissimi interpreti: Ida Cox, Victoria Spivey (che tra l’altro, ormai in là con gli anni, consentì ad un giovanissimo Bob Dylan di comparire per la prima volta su un disco in qualità di armonicista), Alberta Hunter, Sippie Wallace...

Ma all’inizio dicevamo della loro personalità e di come siano state, magari anche involontariamente, delle rivoluzionarie. In una società come quella dell’America degli anni ‘20, dove essere donna ed essere nera significava avere un destino di sottomissione già assegnato alla nascita, queste signore vivevano e, soprattutto, cantavano cose di cui nessuna donna osava parlare: l’amore e le passioni viste per come erano, senza le svenevolezze che si addicevano alle ragazze di buona famiglia; la durezza e la tragicità della vita sulla strada; la gioia e l’intraprendenza sessuale vissute senza vergogna o sensi di colpa (immaginate cosa doveva essere negli anni ‘20 ascoltare una donna cantare cose a volte ai limiti del pornografico, come accadeva  in alcuni testi, o professare un’aperta bisessualità, come faceva Bessie Smith); il coraggio di dire agli uomini quanto potessero essere squallidi e violenti e quanto fosse ingiusto il mondo per una donna che non voleva abbassare la testa.

Ma alla fine degli anni’20 il Classic Blues tramontò, insieme ai fasti del mercato dei “race records”. C’era però tutto il blues rurale, quello del Delta e non solo, a dover essere ancora scoperto dal grande pubblico, ed è quello che vedremo nella prossima stazione del nostro viaggio.