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B.b.king Albert King Freddie King I doni dei tre Re

05/12/2020 di Roberto Frattini

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Se in occidente ti riferisci ai “Tre Re”, tutti penseranno a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Tuttavia, puoi star sicuro che se i tuoi interlocutori sono degli appassionati di blues i nomi che faranno sono altri: B.B., Freddie e Albert. A voler giocare ancora un po’ con le analogie, si può dire che anche loro sono stati dei maghi e sono venuti a recare doni preziosi.
L’importanza che i tre King hanno avuto nella storia del blues elettrico e, in particolare, dello strumento principe del genere, la chitarra, è così incontestabile che, al di là dei gusti e delle preferenze soggettive, nessuno si permetterebbe di scalzarli dai loro troni.

Voglio però occuparmi di un aspetto meno ovvio della faccenda, assumendomi la responsabilità di un’affermazione un po’ eretica: al di là del blues, i Tre Re sono stati forse i chitarristi più influenti nella storia del rock. Prima di mandarmi al rogo, lasciatemi fare l’advocatus diaboli di me stesso, spiegandovi perché.

Partiamo dall’assunto che, se è vero come è vero che nella storia della musica nessuno vien fuori dal nulla, neanche lo strumentista apparentemente più originale e rivoluzionario, lo è ancor di più se parliamo di chitarristi elettrici. Il motivo è semplice: quando, più o meno a metà degli anni ‘60, la chitarra elettrica divenne il cardine del rock e della pop music facendo nascere la figura del guitar hero, non esistevano metodi sistematici o basi didattiche coerenti per chi avesse voluto imparare a suonarla, così come invece era per gli altri strumenti. C’era un solo modo per diventare chitarristi elettrici: ascoltare fino allo sfinimento gli altri e cercare di riprodurre. In altre parole, copiare. Questo avveniva anche ai livelli professionali più alti. In quegli anni, il “nuovo suono” divenne così popolare che gli arrangiatori in forza ai grandi studi, quelli che producevano musiche da film, jingle pubblicitari e sigle, si ritrovarono a dover reclutare nelle fila delle loro orchestre degli adolescenti “ignoranti”, perché erano gli unici a saper suonare una chitarra elettrica come si doveva. Il caso emblematico, conosciuto da ogni rock fan, fu quello di Jimmy Page, il quale diventò, ancora minorenne, il session man più richiesto d’Inghilterra senza saper leggere una sola nota (in suo onore, va detto però che imparò a farlo in un mese).

Con gente come Page, Clapton, Beck e Green in Gran Bretagna ed Hendrix e soci dall’altra parte dell’oceano, nasceva in quegli anni la moderna chitarra elettrica rock, quella senza la quale non sarebbe potuto esistere, discendendo “per li rami”, neanche il più moderno dei chitarristi prog metal dei giorni nostri.

Bene, questi personaggi, prima di sviluppare il loro personalissimo stile, avevano tutti, nessuno escluso, imparato copiando. La domanda, a questo punto, è ovvia: copiando da chi? Beh, dal blues elettrico, ça va sans dire. Certo, forti erano anche le influenze di papà Chuck Berry e dei chitarristi del primo rock and roll e rockabilly, come Scotty Moore, ma essenzialmente le fonti a cui si erano abbeverati erano quelle del chitarrismo blues elettrico degli anni ‘50.

Dopo questo, è necessario dirlo? Furono proprio i tre King i più grandi maestri inconsapevoli di quei giovani virgulti che stavano inventando la chitarra elettrica moderna. Soprattutto all’inizio, ogni lick, ogni frase di gente come Clapton, Page, Beck e altri della loro generazione, era una derivazione diretta, evoluta e personalizzata, dello stile dei tre grandi maestri e, in misura minore ma degna d’essere citata, dei session man del chicago blues come Hubert Sumlin e il primo Buddy Guy.

 Il caso più clamoroso è proprio quello di Jimi Hendrix. Quante volte avete sentito dire (a giusta ragione) che Jimi era un marziano, un alieno venuto dal nulla con uno stile che non s’era mai sentito prima? Eppure, anche in lui, prestando bene orecchio, sono evidentissime le tracce dello stile, ad esempio, di Albert King. Così come è evidente l’influenza di Freddie King su Clapton o quella di B. B. su Peter Green e così via.

E se volessimo fare un passo ulteriore e rivolgerci ad altri generi musicali? Be’, ovviamente tutti i chitarristi della black music, in tutte le sue forme, non possono che aver studiato anche alla corte dei Tre Re. In un pezzo di James Brown si può sentire il Reverendo del Funk dire al suo chitarrista: “Gimme some B. B.!!! “, “Dammi un po’ di B. B. !!!”.

Vogliamo andare oltre? Pensiamo alla fusion, all’acid jazz, generi apparentemente così lontani dal blues elettrico classico. Uno come Larry Carlton è così devoto a B. B. King che, oltre ad aver suonato col maestro, nelle sue cose a volte sembra un vero è proprio B. B. evoluto.  E lo stesso si potrebbe dire dello stile di Robben Ford, influenzato da Freddie King e anche dagli altri due Re. Perfino nel raffinato e complesso Scoffield si sente l’ombra, qua e là, di questi padri venerandi.

Ora, non so se vorrete consegnarmi ancora al braccio secolare per mandarmi a bruciare in Campo Dei Fiori, ma io non abiuro e ripeto: i Tre Re, non hanno influenzato semplicemente il blues, hanno influenzato, come nessuno, tutto il chitarrismo rock moderno, anche se le loro tracce oggi sono diluite.

Detto ciò, vien da chiedersi: quanti ragazzini che si approcciano allo strumento oggi, adolescenti degli anni duemila per i quali perfino Hendrix sta diventando un padre ignoto e perso nelle nebbie di un’altra epoca, sanno dei tre King? Quanti li conoscono davvero e li hanno ascoltati? E’ probabile che un po’ di familiarità ce l’abbiano con la produzione di B. B., il quale è stato fra noi fino a pochi anni fa e, soprattutto, era diventato un personaggio crossover, uno dei pochi grandi padri del blues conosciuti anche da ogni ascoltatore generalista, uno che veniva onorato ormai ai massimi livelli dello show biz e aveva duettato perfino con Pavarotti e gli U2, diventando sinonimo di blues presso il pubblico pop.  Ma la sorte degli altri due Re è rimasta quella di una fama riservata ai blues fan. Per questo, mi pare doveroso consigliare qualche ascolto, come si suole dire.

Come spesso accade per i grandi del blues – una musica fatta di performance più che di album storici o di canzoni specifiche – la cosa migliore per chi voglia approcciarsi all’arte dei Tre Re è quella di rivolgersi alle compilation. Tuttavia, per ognuno di loro si possono dare dei titoli che, per vari motivi, son diventanti dei piccoli classici.

Per B. B., non si può che consigliare Live At Regal, del 1965, per l’influenza che ebbe sui “new kids on the blocks” della chitarra elettrica negli anni di cui abbiamo discusso, tanto che perfino Clapton, nel giorno della morte del Re, in un commosso videomessaggio, lo indicò come viatico alla musica del maestro.

Per Albert un titolo classico può essere quello di una compilation, King Of The Blues Guitar, del 1969.

Per Freddie il titolo non vedrà d’accordo molti aficionados del blues di stretta osservanza, perché si tratta di un disco che vede la musica di King incontrare la scena bianca di quegli anni, in particolare il genio di Leon Russel che lo produsse. Ma se permettete, qui dovete fidarvi proprio del mio gusto personale e opinabile. Parlo di Getting Ready, del 1970.