Blues

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Blues L’inconfessabile segreto del dr. Blues

03/10/2020 di Roberto Frattini

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Roberto Frattini è uomo colto e musicista raffinato, con un dichiarato e profondo amore per il blues. Session man, chitarrista e pianista, insegna musica a chi vuole imparare, bacchetta quelli ciucci e presuntuosi e smanetta con i cursori del mixer in sala di registrazione. Si diverte a pubblicare post semiseri sempre in bilico tra il gioco e una vera lezione di musica, usando spesso l’ironia del dialetto napoletano. La sua è una bella penna. E con questo articolo inizia la sua collaborazione con Mescalina.it
Qui ci vorrebbe un bell’incipit da gothic tale ottocentesco. Una cosa come: “Scrivo queste ultime righe prima che mi vengano a prendere. Ho scoperto un indicibile segreto che...”. Perché è proprio di un blasfemo peccato, uno di quelli che si consumano in solitudine, fra le proverbiali quattro mura, che voglio parlare.Una pratica che riguarda molti blues fans di nuova generazione, ma che nessuno di costoro confesserà mai.

Prendiamo un ventenne bluesofilo, e qui, in un attimo, il registro passa da Poe al buon Marco Ferradini di Teorema, chiediamogli, per esempio, cosa ne pensi dei Tre King (B.B., Freddie e Albert, naturalmente), e quale posto abbiano nei suoi ascolti abituali questi numi tutelari del genere. A meno che il ventenne in questione non voglia fare la figura del gonzo, certamente ci dirà che sono in cima alle sue preferenze e che ogni loro nota gli provoca deliqui e pelle d’oca alta un centimetro.
Ipotizziamo ora di poterlo seguire fino a casa e spiare quando sceglie una playlist che gli faccia da colonna sonora, mentre si prende il meritato riposo dalle fatiche della giornata. Beh, signori, vi dico che potremmo avere delle sorprese.
Potremmo scoprire che quelle che escono dalle casse del suo computer non sono le note di The Thrill Is Gone o Born Under A Bad Sign, bensì un profluvio di scale ipercinetiche suonate da Stevie Ray Vaughan (nei casi migliori) o da Joe Bonamassa (in quelli peggiori).

Ma il buon ragazzo sa di far peccato! Egli sa che non può confessare, pena la scomunica immediata dalla Chiesa Ortodossa del Blues, la sua colpa tremenda! Egli sa di non poter dire che i Tre King, in realtà, per quanto voglia farseli piacere, dopo un po’ lo annoiano. Forse neanche con sé stesso sarà disposto mai ad ammettere che, abituato com’è al chitarrismo pirotecnico del blues bianco, quello dei padri gli suona come involuto, basico e ripetitivo.

Consentitemi un salto ardito e fatemi ora dire di una piccola epifania che ebbi, quattro anni or sono, leggendo le reazioni della “gente di blues” italica a Blue And Lonesome, l’album “all blues” degli Stones. Fui preso, in quell’occasione, da non poco sconcerto, perché mentre per me (e per gran parte dei critici stranieri, a dire il vero) quello era un gran disco, pareva proprio che per molti ascoltatori nostrani l’album di Mick e soci
fosse, se non proprio una schifezza, quanto meno una delusione. Leggevo cose come: “Ma la band di mio cugino che fa i pub il blues lo suona meglio”.

La mia prima reazione, ça va sans dire, fu di ritenere che avessero tutti perso la bussola; quella il cui ago, s’intende, non viene attratto dal polo nord, ma dal delta del Mississipi. Poi però, riflettendoci, capii quel che intendevano dire. Capii che, da un certo punto di vista, era proprio vero: la band del fantomatico cugino probabilmente suonava più quadrata, più corretta, più virtuosa e meno ignorante di quanto facessero gli Stones in quel disco.
Preso atto di ciò, però, il punto diventava un altro: il Chicago blues, quello vero, quello di Muddy Waters, di Howlin’ Wolf e delle band composte dai vecchi session man della Chess Records, suonava più simile agli Stones di Blue And Lonesome o alla band “del cugino” ? La risposta, per me, era ovvia: suonava più simile agli Stones. Le band della Chicago degli anni ‘50, mediamente, erano più squadrate, scorrette e involute di qualsiasi blues band in circolazione oggi. E allora?

E allora, le orecchie di quelli che criticavano l’album degli Stones erano le stesse di quelle del ventenne che abbiamo, deplorevolmente, ammettiamolo, spiato all’inizio della nostra storia. Orecchie che sono cresciute con un’ idea di blues che, nei fatti, non è quella originaria, ma quella filtrata attraverso le evoluzioni bianche e moderne del genere. Ma attenzione: anche quelli che giudicavano male il disco degli Stones mai e poi mai avrebbero confessato che il modo di suonare dei vecchi tempi li annoiava a morte. Degli Stones si poteva pure dir male, ma di Muddy o del Wolf no, e che diamine!

Si potrebbe ora pensare che questo paradosso sia cosa recente. In realtà, a ben vedere, comincia già a metà degli anni sessanta o giù di lì. Ovvero, comincia con il blues revival in generale ed il british blues in particolare. Alcuni dei teen agers che ascoltavano estasiati le chitarre di Eric Clapton, Peter Green o Jeff Beck, in realtà, spesso trovavano noiosi o eccessivamente elementari i soli di uno come B. B. King. Non lo ammettevano, ma così era. Una volta lo disse Muddy Waters, in una intervista: “Questi ragazzi bianchi suonano molto meglio di noi”. Aggiunse anche, però, che a cantare non erano buoni. E sopratutto, ovviamente, Muddy non voleva dire certo che suonare “meglio” in assoluto significava suonare meglio il blues.


A questo punto chiudiamo il cerchio, tiriamo le fila. Facciamolo non come in un gothic tale ottocentesco e neanche come in una canzone di Ferradini.
Buttiamoci giù a precipizio verso un sano Marzullo e chiediamoci: ma a quelli che dicono di amare il blues, poi, il blues vero, piace per davvero?