Mikhail Sergeevic Gorbaciov

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Mikhail Sergeevic Gorbaciov Io, Gorby e Raissa

03/03/2021 di Luigi Lusenti

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In occasione del novantesimo compleanno, pubblichiamo con piacere il ricordo dell'incontro avuto da Luigi Lusenti con uno degli uomini, allora maggiormente influenti. Uno di quelli che sicuramente ha contribuito, nel bene o nel male, ad avviare profondi cambiamenti politici.
Con Mikhail Sergeevic Gorbaciov ho da spartire una stretta di mano e qualche battuta tradotta in francese da un amico comune Adam Michnik. Con Raisa Maksimovna invece solo pochi sguardi mentre parlavo col marito.

Era il maggio del 1994. Valencia attendeva l’arrivo dell’ex premier dell’URSS sotto un sole ormai estivo. Sulle scale del Palazzo dei Congressi pure gli ospiti del convegno “Le prospettive della casa comune europea” aspettavano l’illustre personaggio. All’epoca Gorbaciov aveva 63 anni, l’età di molti suoi potenti colleghi che erano ancora saldamente al comando in tutto il mondo. Un’età poi che nella stantia nomenklatura sovietica, avrebbe significato giovane. Invece quello che il mondo chiamava amichevolmente Gorby era ormai un ex della politica. Il suo astro era durato poco, neppure dieci anni. Ma pochi uomini hanno segnato come lui l’ultima parte del “secolo breve”.

L’uomo della perestrojka arrivò sulla macchina del presidente della regione valenciana. Le mani dei presenti corsero alle macchine fotografiche per immortalare l’attimo, ma poi, poco alla volta, le instamatic furono riposte e partì un incredibilmente lungo applauso collettivo.  Mikhail Sergeevic salì le scale quasi di corsa. Pareva infastidito dall’accoglienza. Non era arroganza, mi spiegò poi Adam Michnik, ma il desiderio sincero di non creare problemi al suo paese, di non essere visto come un alter ego a Boris Eltsin che, dal dicembre del 1991, lo aveva sostituito alla presidenza, sostituendo pure l’Urss con la Csi.

Due anni dopo ebbi l'occasione d'intervistare “l’uomo della perestroika” . Allora ero direttore dell’Agenzia Est/Ovest, aperta dall’Arci e dai sindacati per sostenere la stampa indipendente nella ex Jugoslavia. Gorbaciov sarebbe venuto a Milano, su invito della Camera del Lavoro. Chiesi l’intervista e mi fu concessa, ma indirettamente. Avrei inviato le domande e Gorbaciov  avrebbe dato le risposte. Così feci ed ebbi  la tanto agognata “intervista”.  A distanza di tempo non so ancora chi del suo staff fu così gentile di dare retta a uno sconosciuto giornalista di una ancor più sconosciuta testata.

"Io, Gorby e Raissa", quel pronome di prima persona singolare può suonare presuntuoso. A parte una "fugace stretta di mano" e una indiretta intervista, non posso vantare altri momenti di intimità con mister Gorbaciov. Di sua moglie, la signora Raissa, ho solo qualche foto, a braccio del marito, prese in quel di Valencia. Ma l'io del titolo ha un altro significato, un significato collettivo. Rappresenta i milioni di persone, forse centinaia di milioni, che  hanno visto in Gorbaciov l'uomo che poteva ridare dignità ai valori di giustizia e uguaglianza, valori mortificati dagli scellerati regimi dell'est, dai cosiddetti "socialismo reali".

Che l'uomo fosse diverso dai sarcofaghi abituali abitatori del Cremlino se lo accorse un testimone al di sopra di ogni sospetto. Margarette Thatcher, che ospite a Camp David del suo amico Reagan, disse : Gorby «is an unusual Russian».

L'incontro fra la "Lady di ferro" e il primo politico della "generazione poststaliniana" avvenne alla fine del 1984. Mikhail Serghevic era ancora il "secondo segretario generale del Pcus" (come lo definì il direttore della Pravda di quegli anni Afanasiev). Prima di allora Mikhail "il giovane", come veniva chiamato, si era presentato sulla ribalta internazionale con due viaggi. Il primo in Canada dove l'allora premier Pierre Trudeau commentò "personalità senza paragoni nella leadership sovietica". Il secondo a Roma, per i funerali di Enrico Berlinguer. In quell'occasione, il gruppo dirigente di Botteghe Oscure fu positivamente colpito dalla diversità con gli altri "sovietici" conosciuti fino ad allora.

Quei viaggi, più che ancora le politiche e le posizioni espresse, crearono il mito dell'uomo nuovo del Cremlino. Nei gesti, nei vestiti, nei sorrisi.

E scoppiò la "gorbymania".

"Ma fu vera gloria?" Amato visceralmente all'estero, odiato ferocemente nel suo paese: questo il destino di Mikhail Sergeevic .Il 15 marzo del 1990 Gorbaciov è il primo presidente dell’Urss nominato da un Parlamento eletto da elezioni libere. Il primo e l’ultimo visto che il  25 dicembre del 1991 rassegnerà le dimissioni. In mezzo, il 15 ottobre,  l’Accademia di Stoccolma gli conferisce  il premio Nobel per la pace.  In quei ventun messi da presidente ci sono tutte le vittorie e tutte le sconfitte dell’uomo della perestroika.

Di colui che ha firmato con Reagan, nel 1987 ancora da segretario del Pcus, il Trattato che smantellava i missili nucleari, ma che, già da Presidente eletto dell'Urss, nel 1991, usava la forza per reprimere i moti indipendentisti in Lituania.

Una vita sulle montagne russe della politica e della storia. A partire dal 1° dicembre del 1989, appena dopo la caduta del muro di Berlino quando fece cadere un altro muro: l'incontro con l'allora Papa, Giovanni Paolo II°, l'ex cardinale di Cracovia  Karol Wojtyla fino al golpe dell'agosto del '91 che ne segnò l'inizio della fine.

Non ho meriti storici per addentrarmi nel dare un giudizio sull'operato di Gorbaciov.

Voglio solo sottolineare come l'inventore della "glasnost  e della perestroika" sia diventato, nel mondo e non nel suo paese, a torto o a ragione, una delle grandi effigi del secolo scorso, secolo che ha bramato i leader, glorificandoli, rendendoli feticcio nel Pantheon della speranza di popoli interi. Così la grandezza di Gorbaciov è nel diventare quel mito, oggi diremmo brand, di passione per chi sperava che un cambiamento "fosse possibile", fino al documentario "santificatorio" che girò due anni fa Werner Herzog su di lui.

Ma la frase finale del film di Herzog è forse la miglior conclusione.  "Ho voluto svecchiare l'Urss ma volevo anche più socialismo": sono le parole di Mikhail Sergeevic Gorbaciov.

Un ossimoro? Forse, ma per chi ci ha creduto no.