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Blues Viaggio nel Blues: Sweet Home...

02/05/2021 di Roberto Frattini

#Blues#Jazz Blues Black#Blues

Prosegue il viaggio che Roberto Frattini ci ha fatto intraprendere nel mondo Blues. La settima tappa racconta del Chicago Blues..
Secondo alcuni esegeti, è possibile che il più famoso brano dedicato a Chicago -  e anche il blues anthem più suonato al mondo, da musicisti grandi e piccoli, dai palchi di oceanici concerti fino a quelli dei più scalcinati pub, dagli States a Sumatra, da Tonga alla Lapponia – non parli, in realtà, della celebre metropoli dell’Illinois. Chi ascolta, da ormai più di mezzo secolo, le innumerevoli versioni esistenti di Sweet Home Chicago, a cominciare da quella contenuta nel film cult di John Landis,  The Blues Brothers,  è abituato a sentir cantare il verso “back to the same ol’ place, to my sweet home Chicago”, ma se riandiamo alla registrazione originale del pezzo, eseguita da Robert Johnson nel 1936, scopriamo che il Nostro canta in realtà le parole “that land of California, to my sweet home...”. Non è assolutamente possibile che Johnson pensasse che Chicago si trovi in California, e per capirlo non c’è bisogno di sapere, come ormai sappiamo anche grazie a Up Jumped The Devil,  la bellissima e definitiva biografia scritta da Conforth e Wardlow e uscita nel 2019,  che Robert non era affatto il campagnolo incolto e non scolarizzato che qualcuno poteva immaginare che fosse. 

E allora? Cos’era quel verso incongruo? Uno scherzo? Un doppio senso ironico? O addirittura, come è stato ipotizzato, il rifermento ad una Port Chicago che, in effetti, si trova in California? Non lo sapremo mai, così come non sapremo mai tante altre cose che riguardano la vita e l’opera del più grande dei bluesman. 

Quel che sappiamo di sicuro, però, è che Chicago è stata (ed è ancora, anche se il tutto ha preso ormai la forma di una roba confezionata ad uso dei turisti) la città del blues per eccellenza, soprattutto se parliamo di quello elettrificato nato alla fine degli anni ‘40. Lo è talmente da aver dato il nome ad uno stile che è forse il più popolare ed influente genere di blues: il Chicago Blues, per l’appunto. 

Ora dobbiamo però chiederci: come e quando è accaduto che una musica nata nel profondo sud, fra paludi e caldo soffocante, arrivasse nella tentacolare e gelida windy city, a migliaia di chilometri di distanza dal Delta? 

Per spiegarlo in poche parole, concedetemi un riferimento personale. Io sono un terrone e conosco bene la storia di noi terroni. Negli stessi anni in cui il blues e la sua gente migravano al nord verso Chicago, grande metropoli industriale, noi terroni compivamo un percorso latitudinale del tutto simile verso Torino o Milano. Quello che spingeva noi a lasciare la nostra terra per andare a nord era lo stesso motivo che spinse, nella prima metà del ‘900 e per buona parte dei decenni a venire, le giovani generazioni  di afroamericani del sud a migrare verso Chicago. Lo facevano prendendo la mitica Highway 61, cantata poi da Bob Dylan in un epocale album, conosciuta come blues highway, la strada che, seguendo il corso del Mississippi, risale dal sud est degli States fino al profondo nord, la strada delle grandi speranze e della fuga dalla fame, dalla disoccupazione e dalla segregazione raziale. Fra il 1910 e il 1970 si calcola che circa sette milioni di afroamericani migrarono al nord in cerca di fortuna. Pochi la trovarono in senso stretto, molti dovettero accontentarsi di ristrettezze un po’ meno dure di quelle vissute al sud e di un lavoro in fabbrica. Qualcuno continuò a rimpiangere per tutta la vita la sua terra, anche se non sarebbe stato più capace di viverci, in quella condizione di sradicamento tipica di tutti gli emigrati che non si sentono più a casa in nessun posto.

Ma noi non ci occupiamo di sociologia, bensì di musica e di musicisti. Come abbiamo visto nella scorsa puntata, anche Blind Lemmon Jefferson, il primo artista rurale ad aver inciso dischi di successo, migrò negli anni ‘20 a Chicago. Dopo di lui ne arrivarono altri: Big Bill Broonzy, Sonny Boy Williamson II e Tampa Red, solo per citare alcuni dei più famosi fra quelli della “prima ondata”. Nella grande città trovarono due cose: la prima fu l’esigenza di urbanizzare lo stile del delta, di renderlo più veloce, fragoroso e moderno, più adatto ai marciapiedi brulicanti di Maxwell Street o ai locali notturni, abbandonando la formula del bluesman solitario con la sua chitarra per mettere su delle formazioni simili a quelle del jazz e amplificando gli strumenti; la seconda fu la Bluebird, un’etichetta discografica che, con il suo capo Lester Melrose, aveva le idee molto chiare in proposito. 

Come si è detto, il blues urbano aveva un impatto sonoro molto più potente di quello rurale ma, per certi versi, anche più semplice, meno libero e più omologato. Il nuovo stile non aveva le strane e misteriose alchimie di quello del Delta, era più lontano da Mamma Africa e più adatto a far presa immediata su un pubblico eterogeneo e moderno. Sostanzialmente, è soprattutto in questo periodo che si stabilisce il canone strutturale che anche oggi il grande pubblico identifica con il blues: le dodici battute, le strofe simmetriche e senza idiosincrasie, il ritmo shuffle, la brevità radiofonica dei brani. Tanto che, nel caso di un brano come It’s Tight Like That, di Tampa Red, molti critici hanno parlato di progenitore del rock & roll. Anche i testi cambiano e sono fatti per essere a presa rapida, se così si può dire. Proprio con It’s Tight Like That (per i non anglofoni “è stretto/a così” ) si inaugura anche un sottogenere, quello dello hokum blues, fatto di pesantissime e umoristiche allusioni sessuali. Insomma, in una parola, lo stile di Chicago era più “leggero”. 

La definitiva consacrazione del Chicago Blues arriva però con la seconda ondata di migranti, quella del dopoguerra, che fra la fine degli anni ‘40 e l’inizio dei ‘50 fornirà i classici assoluti del genere e ruota in gran parte attorno ad una iconica casa discografica: la Chess Records, fondata nel 1950 da due immigrati polacchi, Leonard e Phill Chess (il cui cognome originario era Czyz). I cinefili possono appassionarsi alla storia di questa etichetta seguendone le vicende (a tratti romanzate) nel delizioso film del 2008  Cadillac Records, di Darnell Martin, con una splendida e bravissima Beyoncé nei panni di Etta James. 

Fu proprio con la Chess che si formò il mito di quello che viene considerato, con un po’ di approssimazione ma con qualche ragione, l’inventore del moderno Chicago Blues: Muddy Waters. 

Nato sul Mississippi col nome di McKinley Morganfield (il nomignolo di “acque fangose” gli venne dato dalla nonna per la sua abitudine di sguazzare da bambino in riva al fiume), Waters venne prima registrato nella piantagione dove lavorava da Alan Lomax e poi decise, nel 1943, di intraprendere anche lui il viaggio verso Chicago. Il suo stile era puro Delta Blues ma, appena arrivato nella windy city, lo scaltro e talentuoso Muddy capì subito che era il momento di passare allo stile urban e mettere su una band. Nei primissimi anni ‘50, l’incontro con i fratelli Chess costituì la svolta definitiva. Con i suoi classici firmati spesso da Willie Dixon (autore di una miriade di successi per la scuderia dell’etichetta), Waters influenzerà l’intero mondo del blues per gli anni a venire, nonché, in maniera massiccia, quello del rock. Lo accompagnava quella che viene considerata la più grande band di Chicago Blues di sempre: Little Walter all’armonica (egli stesso un grande solista e uno dei primi ad amplificare lo strumento), Jimmie Rogers alla chitarra, Otis Spann al piano, Elgin Evans alla batteria e lo stesso Dixon al basso. 

La storia del Chicago blues resterà in gran parte legata a quella degli altri artisti Chess e dei suoi mitici session-man. I nomi sono tanti, ma ne facciamo uno per tutti: quello di Howlin’ Wolf, anche lui proveniente dal profondo sud. Con la sua voce aspra e il suo blues cupo, la presenza scenica imponente e le doti di straordinario performer, Wolf è l’altro grande pilastro del genere con Waters. Senza di loro non solo non sarebbe esistito il blues moderno, ma neanche il rock come lo conosciamo. 

Un’altra cosa però accadde con l’elettrificazione: la chitarra solista, insieme all’armonica, si prese il centro della scena. E’ quel che vedremo nella prossima tappa del nostro viaggio.