Dieci Viaggi Veloci<small></small>
Italiana − Massimiliano Peri

Volwo

Dieci Viaggi Veloci

2017 - Viceversa Records/Believe/Audioglobe
01/03/2018 - di
Ci sono dischi a più dimensioni, dischi brevi nel freddo conteggio dei minuti ma che sembrano stranamente più lunghi per quel che comunicano in profondità e densità. Dieci Viaggi Veloci è un lavoro così: dieci brani per 36 minuti complessivi, eppure il “cammino” sembra durare molto di più. Volwo richiama immediatamente l`idea di un viaggio familiare, in comitiva, un viaggio collettivo, soprattutto una fuga dal Sud al Nord ma anche dall`Italia all`estero, in cerca di un futuro migliore. Le storie di chi si sposta, principalmente di chi emigra, scorrono nel sangue di Pasquale De Fina, calabrese di nascita e milanese per adozione, cantante, chitarrista e autore, anima di Volwo e del progetto parallelo Atleticodefina. Dieci Viaggi Veloci ne mette in fila alcune, senza raccontarle nel dettaglio o romanzarle ma mettendo in luce frammenti e sfumature più intime. C`è l`“enorme salvagente” della “Merica” a cui aggrapparsi, tra la fine dell`Ottocento e l`inizio del Novecento, dopo un viaggio per nave di tre mesi (M`arricordu e non mi scordu). C`è la Milano protagonista nei racconti dei genitori di De Fina, la città “pulita di parole” e nebbiosa da immaginare dietro una finestra (Milano immaginazione), la città dei licenziamenti alla Opel negli anni Settanta (“mastico piano gli spigoli, digerisco tutti gli angoli”, Tutto l`oro), la città dove sognare di ricongiungersi con l`amata Vittoria in un ballo liberatorio (Sotto le tre nuvole). C`è la lettera del minatore dalla Francia, sconsolata ma colma di dignità, dove implorare la moglie sola di "non darla nè a preti nè a frati, ma dalla pure ai disperati" (Canto dell`emigrante 1903).

Dieci Viaggi Veloci è un concept per quel che racconta ma anche per come la racconta, per la coerenza interna dei suoni e il tono dimesso e malinconico che lo attraversa dall`inizio alla fine. Su una base indie rock si inseriscono gli echi della nostra tradizione mediterranea (anche nell`uso sporadico del dialetto), il lavoro dei fiati di ascendenza jazzistica e qualche schizzo di elettronica nel “fondale” dei loop e nelle episodiche deflagrazioni della chitarra. Una commistione davvero apprezzabile e ben studiata, che cattura fin dal primo ascolto pur senza andare mai sopra le righe. Parte del merito di questo risultato va al compagno di De Fina, Roberto Romano, e al suo lavoro ai fiati e agli arrangiamenti. I fiati si apprezzano più che per gli assoli (che pure non mancano) soprattutto per il colore timbrico e la profondità che riescono a dare ai pezzi. In Canto dell`emigrante 1903 il doppio intervento del sax contribuisce ad alleggerire il tono cupo e rassegnato del pezzo. Ma le carte migliori le gioca il clarinetto, che fa da controcanto (insieme agli effetti delle chitarre) a De Fina e a Ylenia Lucisano in Sotto le tre nuvole e alla voce conturbante di Rachele Bastreghi (Baustelle) in Tutto l`oro. Quest`ultima traccia spicca anche anche per la finezza dell`arrangiamento: su un tappeto di effetti e percussioni, rinforzato qua e là dai colpi del rullante della batteria (Giorgio Prette) quasi a tempo di marcia, si aggirano prima il clarinetto e poi il sassofono, con il piano (Pancho Ragonese) che sporadicamente accenna qualche nota swingante.

Una nota a parte la merita la squadra di voci ospiti, che hanno soprattutto il pregio di non sembrare ospiti affatto, ma assolutamente coerenti al tono generale del lavoro. Alle due cantanti, a cui si è già accennato, si aggiungono Luca Gemma nell`incalzante e dialettale M`arricordu e non mi scordu e Paolo Benvegnù in Milano immaginazione, ipnotica nella melodia e disturbata dagli echi dei loop e e del flauto. Il disco è costruito soprattutto intorno a queste quattro collaborazioni, più A debita distanza, dall`attacco zeppeliniano, crepitante ed elettronica dall`inizio alla fine, la già citata Canto dell`emigrante 1903 e Cusago, forse il brano più strettamente cantautorale. Un telaio solido, integrato da qualche traccia più leggera (La cuccagna), per un disco ha il pregio di sfuggire alla troppa autoreferenzialità di tanta musica italiana contemporanea, alla moda di eccedere nei riferimenti alla tradizione musicale autoctona e alla ricerca ossessiva di sonorità alternative. Tre versanti che sfiora, sistemandosi però in un virtuoso giusto mezzo.

 

Track List

  • M`arricordu e non mi scordu
  • Milano immaginazione
  • Tutto l`oro
  • A debita distanza
  • Canto dell`emigrato in Francia 1903
  • La Didone abbandonata
  • Sotto le tre nuvole
  • Cusago
  • Se ti sabir
  • La cuccagna