Smoke [parole senza filtro]<small></small>
Italiana − Canzone d`autore

Vincenzo Costantino Cinaski

Smoke [parole senza filtro]

2012 - Gibilterra
20/12/2012 - di
Da Sera di pioggia: “Quando poi avrò smesso di camminare/ e poi avrò tempo di coltivare/ la rabbia e la gioia/ quando poi sentirò odori e sapori/ confusi nella sabbia/ guarderò le mie scarpe e le mie ferite/ urlerò ai lampioni/ mi innamorerò dei taxi e dei taxisti/ quando poi giocherò a scacchi con le molliche di pane/ E giocherò con il resto del mondo a Chemin de fer (…) Lei entrerà come un sogno / vestita di bleu/ e come una carezza di miele dirà/ Ciao sono qui”. Da Be Bop: “Dietro la brace rossa/ della punta di una sigaretta/ vedo la faccia di Charlie Parker/ Comincio a pensare al contrario/ Ai cattivi maestri/ Alle onde che arrivavano fino alla strada/ Ai fagioli con tonno e maionese/ A due uova sbattute prima di correre per dieci kilometri/ E arrivare Sessantaquattresimo/ Ai rumori di fondo/ Al silenzio della neve/ Al gesso che disegna le piste sul marciapiede (…)”. Sapete?, è così che si dovrebbe scrivere dentro alle canzoni. Che la lezione ci venga da un poeta - poet-singer come usa definirsi Vincenzo Costantino “Chinaski” - conferma quella che talora può apparire come la pochezza cantautorale in atto e prova che “a canzoni si possa far poesia”.

Il primo disco di versi-con-commento-musicale di Chinaski è un ibrido, qualcosa di collocabile a metà strada tra John Fante e Claudio Lolli di Rumore Rosa (Stampa Alternativa). Un album umbratile che non si piange addosso, un diario lucido e mai sterilmente ombelicale, un focus notturno - spesso alcolico - che dalla poetica (affatto pascoliana) di azioni e cose quotidiane (Niente è grande come le piccole cose) sconfina nel bilancio ontologico, per mettere sul cerebrale ciò che invece Chinaski rende in taglio da parlato (“Ho avuto ragione e ho avuto torto/ Ho vissuto le cose altrui/ solo perché sono nato maschio/ Ho avuto tempo e l’ho ammazzato/ Ho avuto il resto ma mai la mancia/ Mi sono piegato in due/ e ho ricominciato da tre/ Ma non ho mai smesso/ Di piangere…/ Dal ridere”, da Epitaffio).

Il Nostro maneggia parole come un barman navigato i suoi intrugli, mischiando tra loro “alto” e “basso”, guizzi e rovinose cadute, nuove stanze di vita quotidiana (come nel racconto-incipit Il terzo uomo), on the road e massimi sistemi, epica nottambula (Il bar, Il re del bar), suggestioni letterarie, altre ancora musicali. Ed è in quest’ultima fattispecie che il verseggiatore riesce finanche a farsi singer, cimentandosi con Pete Seeger e Joe Hickerson (Where have the flowers gone?), Leonard Cohen (Bird on the wire) e Bruno Lauzi (Il poeta).

La voce è calda quanto basta per la suggestione, il sottofondo musicale discreto, cucito addosso alle strofe quasi per inciso (oltre al ricorrente Francesco Arcuri, commentano anche Simone CristicchiSera di pioggia – e Vinicio CaposselaLe cento città). Il disco dura poco più di mezz’ora (per 18 tracce-stazioni in tutto): per quanto mi riguarda, il tempo meglio speso da diversi ascolti in qua.

Track List

  • Il terzo uomo
  • Sera di pioggia
  • Where have the flowers gone?
  • Be bop
  • E’ bellissimo
  • Percorsi
  • Il bar
  • Il re del bar
  • In anticipo
  • L’eroe
  • Bird on the wire
  • Le cento città
  • Niente è grande come le piccole cose
  • Epitaffio
  • Terra
  • Il poeta
  • Polvere di stelle
  • Le case

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