Freedom`s Goblin<small></small>
Rock Internazionale − Alternative

Ty Segall

Freedom`s Goblin

2018 - Drag City
26/01/2019 - di
Hai sentito l’ultimo di Ty Segall?” rischia di diventare la domanda più maliziosa da rivolgere a un appassionato di musica. Nel solo 2018, infatti, il pluristrumentista californiano ha sfornato la bellezza di sei album. Il primo dell’anno era stato quello oggetto della presente recensione, Freedom’s Goblin, uscito il 26 gennaio di un anno fa; Joy, prodotto in collaborazione con White Fence, è apparso invece il 20 luglio, seguito il 20 settembre dal terzo parto, Pre Strike Sweep, quest’ultimo realizzato come membro dei GØGGS,  gruppo formato nel 2016 con Charles Motthart (con lui anche nei Fuzz) alla batteria, l’ex Cult Chris Shaw alla voce e Michael Anderson al basso; poco più di un mese di attesa ed ecco Segall mettere in circolo Orange Rainbow, una cassetta con una tiratura limitata di cinquantacinque copie, venduta al termine di una art perfomance che ha avuto luogo lo scorso 18 ottobre in una galleria di Los Angeles; otto giorni dopo è già possibile ascoltare lo splendido album di cover (War, Spencer Davis Group, John Lennon, Funkadelic, Dils, Neil Young, Gong, Amon Düül II, Overkill, Grateful Dead, Sparks) Fudge Sandwich, dato alle stampe il 26 ottobre; l’anno è tuttavia ancora giovane e Ty trova il tempo di far uscire, il 21 dicembre, The C.I.A., inciso col gruppo che porta lo stesso nome e che comprende, oltre a lui e alla moglie Denee, anche Emmett Kelly della Cairo Gang. Mentre scriviamo queste righe, giunge notizia della prima pubblicazione di questo 2019. Si tratta di Love Fuzz, un singolo che preannuncia un live dal titolo Deforming Lobes e attribuito a Ty Segall and Freedom Band.

A partire dal 2006, anno in cui esordisce con gli Epsilons (surfabilly), Segall ha pubblicato una quarantina di album – talvolta immessi sul mercato solo nei formati vinile o cassetta -, alcuni dei quali come membro di band che non abbiamo ancora menzionato. Ecco quelle di cui siamo al corrente e che abbiamo ascoltato: Party Fowl (punk-garage); The Traditional Fools (garage-punk-surf-trash); Fuzz (hard rock); in duo con Mikal Cronin (garage rock), con cui peraltro collabora in diversi dei suoi progetti;  Ty Segall Band (hard indie rock?), insieme ai fidi Mikal Cronin e Charlie Moothart, oltre che alla batterista Emily Rose Epstein: di fatto The Freedom Band, ovvero gli stessi musicisti (con l’aggiunta di Ben Boye) che lo accompagnano in Ty Segall (2017) e in  Freedom’s Goblin. E questo senza  calcolare singoli, Ep e compilation varie.

 Abbiamo forse a che fare con un pazzo megalomane? La risposta è no. Abbiamo a che fare con un musicista posseduto dai demoni della creatività, un essere polimorfo e instancabile, che asseconda un talento enorme e possiede l’abilità di tradurlo in suoni ricchi di melodia, armonia e ritmica, che generosamente rende pubblici. Tutto quello che immette sul mercato ha infatti significato, tanto che non hai mai la sensazione di trovarti di fronte a degli scarti, o a un prodotto privo di  coerenza estetica. In alcune opere, Ty Segall sovrintende a tutto il processo compositivo e produttivo, in altre realizzazioni si mette invece a disposizione del progetto, concorrendo al risultato finale al pari degli altri band members.

Dotato di  una conoscenza della popular music enciclopedica, Segall, classe 1987, canta, suona il basso, le tastiere, la batteria e la chitarra. Come Jimmy Page, ama le chitarre vintage – possiede, tra le altre, una Fender Mustang del 1966 e una Gibson Les Paul del 1969 – e, come Pagey, sa usare amplificatori e pedali per ottenere in studio gli effetti più appropriati a ciascun pezzo. Il suono è spesso grasso, saturo, e lo si apprezza particolarmente negli assoli, che non risultano peraltro mai gratuiti e sono sempre funzionali all’architettura del brano. La voce è assai gradevole, quasi un medley tra i toni vocali di Lennon e quelli di McCartney, e molto espressiva. Come compositore, infine, Segall si rifà al meglio della musica pop, di cui non disprezza alcun genere (“I don’t hate any kind of music or any era of music”). Ty Segall ha la sfacciataggine dei Led Zeppelin nell’appropriarsi di spunti altrui e la stessa capacità di metabolizzarli per dar vita a “nuovi originali”. All’approccio postmoderno di Bowie rimanda invece l’esibito citazionismo, sicuramente una delle chiavi interpretative della sua estetica. Sorta di juke-box vivente, Segall è in missione per conto degli Dei del Rock: onora i suoi idoli – gli Hawkwind, i T. Rex, Neil Young, Ozzy Osbourne, Frank Zappa, Prince, i Beatles, ... -  mentre li maltratta, e appare consapevole che non c’è più nulla da inventare; eppure. Eppure, quando lo si ascolta non se ne sente il bisogno, di novità, ma solo di ruotare la manopola dell’amplificatore al massimo del volume consentito dalla potenza del proprio impianto, non appena le prime note dell’irresistibile cover di Everyone Is A Winner degli Hot Chocolate riempiono la stanza, o l’abitacolo dell’auto, di musica e ritmo.

In questo articolo, che vuole celebrare un grande artista contemporaneo ed introdurlo ai lettori di Mescalina, la menzione di Everyone Is A Winner ci fa finalmente arrivare al disco nominalmente oggetto della recensione: Freedom’s Goblin. Prodotto da Steve Albini, l`album contiene diciannove canzoni e dura circa 75 minuti. Mentre nei (numerosi) dischi precedenti Segall aveva mantenuto una sostanziale coerenza interna a ciascun progetto, producendo quindi LP garage, oppure hard rock, oppure rifacendosi esplicitamente alla psichedelia degli anni Sessanta,  questo album è stato concepito nella più totale libertà creativa (“The idea of it was to be as free as possible”). Si sente tuttavia una grande attenzione agli arrangiamenti, e la sensazione complessiva è di eleganza e ricercatezza. Le canzoni sono costruite sulla chitarra – che suona meravigliosamente -, ma viene dato spazio a strumenti che negli altri dischi di Segall sono poco o punto presenti: i sintetizzatori e gli strumenti a fiato. Pari a quello già accordato ai predecessori, invece, è il rilievo dato alle percussioni, sia nel cuore ritmico delle composizioni che negli abbellimenti della post-produzione. Il groove, ecco, il groove applicato alla psichedelia risulta essere l’elemento della poetica di questo artista fenomenale che emerge con più forza dai solchi di Freedom’s Goblin. Ma c’è qualcos’altro. E’ l’energia, l’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, da quelle più tragiche a quelle più esaltanti, a venire fuori con forza dalla produzione discografica di Segall, sì, da tutta la sua produzione, ma da questo Freedom’s Goblin in maniera evidente, nettissima, clamorosa. E ti ritrovi a fare air guitar quando scattano i riff di She, ad agitarti spasticamente sulla poltrona alle sonorità free funk-jazz, à la James Chance, di Talkin 3, o a chiudere gli occhi e a far di sì con la testa quando si impongono le atmosfere pinkfloydeggianti della finale And, Goodnight. Devi allora farlo ripartire, questo capolavoro di rock contemporaneo, mentre auguri lunga vita a Ty Segall, e benedici la sua bulimica incontinenza.

 

 

 

Track List

  • Fanny Dog
  • Rain
  • Every 1’s a Winner
  • Despoiler of Cadaver
  • When Mommy Kills You
  • My Lady’s On Fire
  • Alta
  • Meaning
  • Cry Cry Cry
  • Shoot You Up
  • You Say All the Nice Things
  • The Last Waltz
  • She
  • Prison
  • Talking 3
  • The Main Pretender
  • I’m Free
  • Five Ft. Tall
  • And, Goodnight