Hot town<small></small>
− Rock, Americana

Tucson Simpson

Hot town

2002 - GGP RECORDS / THIRTY SECOND PUBLISHING
05/06/2003 - di
Emergenti, autoprodotti, autodistribuiti, americani e molto, molto rock’n’roll: questi sono i Tucson Simpson, band di Memphis, appena arrivata all’esordio, con “Hot town”.
Quello di Graham Perry e compagni è un rock ad alta temperatura, in cui il southern viene innescato con il blue collar, senza dimenticarsi di cospargere tutto di soul, prima di dare fuoco alla miccia. In copertina una vecchia casa in legno che prende fuoco, con un porch scricchiolante come piace alla tradizione americana: sono i Tucson Simpson ad averla incendiata, neanche tanto metaforicamente.
Poco importa che l’abitazione che si viene costruendo non sia tanto diversa, visto che le fondamenta poggiano sempre sul rock più vero e tradizionale. Loro la chiamano “Delta rock”, ma quello che conta è che la struttura è solida, ben collaudata, capace di resistere anche ad intemperie ed avversità, compresa la perdita del proprio chitarrista, Sam Plumlee, a cui il disco è giustamente dedicato.
Oltre a Graham Perry, alle chitarre si alternano Terry Ferguson e Jeff Miller, imbastendo un suono molto centrato, che si rivela grintoso quando c’è da alzare il tiro e attento, nelle ballate, quando non c’è da farsi scoprire.
La scrittura di Perry non produce (ancora) brani memorabili, ma ha una costanza invidiabile, sia negli arrangiamenti che nelle melodie, con cori, controcanti e tanto di organo Hammond.
I Tucson Simpson riescono ad essere convincenti, anche quando “devono” pagare dazio a chi li ha preceduti: “Bottle of Pain” ricorda gli Aerosmith di un tempo, quando Steve Tyler aveva le orecchie tese al blues e al voodoo più che alle charts, mentre “Beat This Dead Horse Down” non sfigurerebbe nel canzoniere di quel punto di riferimento per tutto il rock americano, che è John Mellencamp.
Ma più che altro ad emergere è la voglia di suonare e di suonare già in modo personale: tanta convinzione ed energia trovano il loro sbocco ideale in “Can´t Help You”, un southern rock alla Widespread Panic, che comincia con le percussioni e prosegue con un grande lavoro di chitarre, lancinanti come un’ armonica blues. I Tucson Simpson dimostrano di sapersi muovere con personalità anche nei pezzi più lenti: “Owen´s Mill” presenta un uso del mandolino interessante, teso a tirare il pezzo più che a ricamarlo, mentre “Afraid of the Dark” ha un piglio melodico in cui la voce di Perry fa salire l’assolo di chitarra senza cadere in facili banalità.
Anche una “canzoncina” come “Divided” diventa una soul song vera, che piacerebbe tanto a Graham Parker. Il disco si conclude facendo emergere ancora lo spirito southern con “Down Into You”, un commosso saluto al compianto Sam Plumlee, eseguito con quel codice chitarristico che la band ha adottato fino a rendere proprio.
Non è per onor di cronaca che va ricordata anche la durata del cd, perché, per una volta, ci troviamo di fronte 40 minuti essenziali, che non hanno nulla fuori posto: i Tucson Simpson sono già una garanzia, sia per un eventuale tour in Italia che per il prossimo disco.

Track List

  • Coldwater|
  • Bottle of Pain|
  • Beat This Dead Horse Down|
  • Cry (Like a Baby)|
  • The Money Ain´t There|
  • Owen´s Mill|
  • Afraid of the Dark|
  • Can´t Help You|
  • Divided|
  • Down Into You (The Sammy Song)

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