No Treasure But Hope <small></small>
Rock Internazionale − Alternative − Indie rock, pop

Tindersticks

No Treasure But Hope

2019 - Cityslang
22/11/2019 - di
Innegabilmente i Tindersticks sono stati, con Black Heart Procession, Willard Grant Conspiracy, Sophia e Arab Strap, tra le punte di una musica indipendente degli anni Novanta che si poneva come alternativa alla scalata mainstream di generi come il grunge, raccogliendo la simbolica eredità di un cantautorato oscuro, spesso compiaciutamente greve e drammatico, diviso tra perizia tecnica, arrangiamenti sontuosi e visceralità. I primi tre dischi (Tindersticks I, 1993,  Tindersticks II, 1995, Curtains, 1997) rappresentano un’escalation di generosità strumentale, di minutaggio, di atmosfera, rendendo omaggio tanto a Nick Cave (che ebbe a dichiarare: “non ho mai ascoltato un loro disco, ma loro di certo hanno ascoltato i miei”) che a Scott Walker, passando per Lee Hazlewood, Ennio Morricone, David Bowie e tutta la tradizione dei crooner da tarda notte, per perfezionare l’aderenza a un immaginario hard-boiled che prevede pene d’amore, storie di sesso, gessato grigio, sigaretta tra le dita e cantato baritonale, a volte suadente, altre volte lamentoso. E se su disco il fulcro era rappresentato dalle parti orchestrali, divise tra archi romantici e ottoni più aggressivi, chi ha avuto modo di vederli dal vivo non può che essere rimasto impressionato dalla presenza, sul palco, di piano Rhodes, vibrafono, organo Hammond, chitarre Gretsch, batteria dagli accenti jazzy e un violino elettrico talvolta un po’ impreciso ma di un languore straziante, ad arricchire ballate down-tempo di quello che si definiva pop noir, pronte ad esplodere in una sorta di noise dissonante.

Poi qualcosa è cambiato: i dischi si sono fatti più brevi, sono comparse partiture in tonalità maggiore, un’apertura al soul forse non del tutto a fuoco, quindi i cambiamenti d’organico del caso e i lavori solisti. Lo stesso, un marchio di fabbrica è restato riconoscibile e la qualità generale è rimasta degna d’attenzione, anche se più volte è parso che la formula avesse perso mordente e la maniera si fosse affacciata trai solchi.

Ma ora eccoli, inaspettatamente (?) tornare sui propri passi, con un disco che sulle prime porta a dire che non c’è alcuna grossa novità (non che sia richiesta, s’intende), ma che poi, confrontato con il resto della loro produzione, si pone come opera a sé stante, con un suono particolare. Simile forse ai dischi in solitaria di Stuart Staples, sebbene le composizioni siano divise tra Staples e Dan MacKinna, tranne l’ariosa Take Care In Your Dreams, scritta dall’intera band, l’album è stato registrato live in studio in una sola settimana e ci offre un ensemble pronto a suonare con inaspettata leggerezza, rinunciando ad incisi strumentali e lasciando il campo libero alla voce, che è più carezzevole che mai, non indulge più nel vibrato melodrammatico e nei noti (e magnifici) bassi di un tempo, cercando una carezzevolezza nuova nelle note di testa, con un controllo dell’intonazione e un’agilità del tutto assenti nei primi lavori.

Un ritorno al passato con la maturità del presente, dunque, che si apre con For The Beauty, in cui il piano è meno minimalista di quello che ci si aspetterebbe e gli archi sono una carezza lontana. Si parla di bellezza che mette in ginocchio, ma non c’è pathos, quanto una sorta di dolce rassegnazione. The Amputees parla di distacco amoroso e mancanza: vibrafono e batteria a tempo di slow rock, echi di Serge Gainsbourg; un falsettone dolente e vellutato apre l’essenziale Trees Fall, che dispiega la melodia appoggiata a una chitarra elettrica suonata col palm-mute su cui arriva la benedizione degli archi; ancora più cinematografica Pinky In The Daylight introduce un mandolino, mentre The Old Man’s Gait rimanda direttamente, con la parentesi recitata, a brani come Can Our Love (sul disco omonimo, 2001); Tough Love potrebbe invece essere un brano dei primi Cousteau. La conclusiva No Treasure But Hope è morbosamente morbida e suona come una ninnananna, chiudendo degnamente l’album a conferma della classe e dei toni crepuscolari che rendono questa band un balsamo per cuori dolenti da quasi trent’anni.

No Treasure But Hope è un disco che insieme conferma e dimostra la profondità di un percorso, con testi come sempre intimisti, ma focalizzati su un senso di spaesamento quasi universale (See My Girls), che parla di sogni e speranza, ma anche di perdita, di ciò che finisce e di ciò che resta, senza compiacimento. Musicalmente, un’opera autunnale non priva di sprazzi di sole, un inno alla bellezza nella sua fragilità.

Track List

  • For The Beauty
  • The Amputees
  • Trees Fall
  • Pinky In The Daylight
  • Carousel
  • Take Care In Your Dreams
  • See My Girls
  • The Old Mans Gait
  • Tough Love
  • No Treasure But Hope