Dream letter - live in london 1968<small></small>
− Folk, Jazz

Tim Buckley

Dream letter - live in london 1968

1968 - Enigma
26/11/2007 - di
Il mercato delle ristampe, si sa, è diventato la gallina dalle uova d’oro (l’ultima) delle case discografiche: se questo vuol dire riscoperta di tesori perduti, dall’altro significa una mole indecente di pubblicazioni in mezzo alle quali artisti di indubbia levatura continuano ad essere (quasi) irraggiungibili dal grande pubblico.
Il caso di Tim Buckley è esemplare. La sua parabola umana ed artistica ne fanno un cult, citato dai critici e omaggiato da schiere di artisti con tributi più o meno espliciti. Restano però i fatti: i suoi lavori migliori sono di ardua reperibilità e il suo nome non ha avuto le tardive rivalutazioni di Nick Drake o Fred Neil (forse Buckley non possedeva né il fascino triste e malinconico del primo né la scrittura con radici nella tradizione americana del secondo).
Carichiamo allora sulla nostra Crystal Ship un documento live del primo periodo della sua carriera, quello targato frettolosamente come folk e sottovalutato rispetto alle successive sperimentazioni.
La visione del miglior Buckley è già tutta qui, in queste due ore di melodie cristalline, anche se annacquata da un repertorio e da un’esecuzione ancora legata al retaggio del folk-blues.
Scarna, a dir poco, la formazione: la chitarra jazzata di Lee Underwood dal continuo e liquido fraseggio, il basso di Danny Thompson direttamente dai Pentangle, unico elemento ritmico insieme alla chitarra acustica di Tim, e il vibrafono di David Friedman che sfrutta i silenzi della voce. La voce, appunto: potente, nitida, senza il minimo cedimento, con un’estensione che va dal baritono al tenore. Non è esagerato affermare che Tim usava la voce come un jazzista il suo strumento, cercando pause, cambi di tono, frasi improvvisate, accelerazioni.
Così si parte dall’accorato gospel di “Buzzin Fly”, passando per i toni da folk apocalittico di “Phantasmagoria in two”, fino a trovare un’intensa “Dolphins” di Fred Neil che non può non sembrare autobiografica: “I’ve been searching for the Dolphins in the sea / sometimes I wonder do you ever think of me”, canta Tim Buckley come un moderno Ulisse o un novello Boccadoro.
E ancora, l’insolitamente aggressiva “Who do you love” anticipa il capolavoro “Happy Sad”, mentre il medley “Love from room 109/Strane Feelin’” è prestazione da vero crooner intimista prima del viaggio senza ritorno nella psiche chiamato “Hallucinations”, introdotto da un interplay tra Friedman e Underwood. Proprio in questa interpretazione emergono le prospettive del Buckley che verrà, con virtuosismi derivati dal canto indiano e partiture più complesse di matrice avant-jazz.
Una menzione per la registrazione a dir poco perfetta, frutto di un lavoro di mastering eccelso svolto da Bill Inglot, autore di altrettanto mirabili risultati con le ristampe Atlantic di Charles Mingus, Ray Charles, Aretha Franklin.
Consiglio per i più giovani: nell’attesa che qualcuno ristampi questo e altri materiali di Buckley, provate a caricare “Dream letter” sul vostro I-Pod e scoprirete il padre di tutti i novelli cantori alternative folk.

Track List

  • Introduction|
  • Buzzin´ Fly|
  • Phantasmagoria in Two|
  • Morning Glory|
  • Dolphins|
  • I´ve Been Out Walking|
  • The Earth Is Broken|
  • Who Do You Love|
  • Pleasant Street / You Keep Me Hanging On|
  • Love from Room 109 / Strange Feelin´|
  • Carnival Song / Hi Lily, Hi Lo|
  • Hallucinations|
  • Troubadour|
  • Dream Letter / Happy Time|
  • Wayfaring Stranger / You Got Me Runnin´|
  • Once I Was

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