Sitespecific for orange squirel<small></small>
− Italiana, Funk

The Hutchinson

Sitespecific for orange squirel

2006 - Wallace Records
13/02/2007 - di
Il gruppo in questione nasce fra il 1999 ed il 2000 con un piglio strumentale che ha portato a far parlare di loro avvicinandoli agli anni Settanta dei Black Sabbath.
Non si può proprio dire lo stesso ora: con la maturazione artistica quel tipo di suono, ma soprattutto quel tipo di costruzione, è stato abbandonato. Messo da parte in favore di una formula strumentale decisamente più dilatata. “Sitespecific for orange squirel”, secondo disco dei The Hutchinson, lascia da parte anche quello che in parte era stato detto per il loro primo album che era stato accostato a suoni post kraut e alla trance. Questo lavoro invece ha un’influenza forte che viene ancora dagli anni Settanta: è quella del funk, che pulsa nella ritmica che spazia fra le sincopi e le battute regolari.
Rimangono elementi kraut, ma avvicinabili ai Can e al loro “Tago Mago”, non certamente ai suoni spaziali dell’estetica Kraftwerkiana così sintetica in dischi come “Trans Europa express”. Spazi elettronici si diffondono per esempio in “Summe”, ma l’apertura elettronica funge da breve bridge, da passaggio, da punto di svolta per il cambio di tempo e suono.
Oltre al suono delle chitarre e dei synth che richiama inevitabilmente agli anni Settanta vi è l’inconfondibile grafica della copertina, arancio e nera con una carattere decisamente funky ad annunciare il contenuto; da notare poi anche quel “The” nel nome, elemento non banale visto che è un rischiamo agli anni sessanta. Anni di colori e di vinili da ascoltare da un lato e poi da girare.
Ecco quindi che anche i The Hutchinson, fedeli a quell’estetica, propongono otto tracce, ripartite in quattro e quattro e numerate da uno a quattro su due colonne all’interno del libretto.
“Sitespecific for orange squirel” è un disco ben fatto, decisamente legato ad un suono determinato, impasto di funk, di rock anni Settanta, di psichedelia, che si muove acida sotto la ritmica accentuata, e di elettronica che riempie spazi sonori non giocando un ruolo da protagonista ma mescolando e amalgamando il tutto. La lunga durata dei brani, non tutti ovviamente, ma ad esempio “Stuch” (più di sette minuti), viene spezzata dai cambi di tempo e dalla perizia strumentale del gruppo che propone stacchi di batteria che sfumano mettendo in evidenza l’elettronica (“Part-two”). Un disco consigliabile.

Track List

  • Sta|
  • Zug Reloaded|
  • Summe|
  • Part-one|
  • Stuch|
  • Part.two|
  • Topic|
  • Parabellum