Confessin` my Dues<small></small>
Jazz Blues Black − Blues

Terry Robb

Confessin` my Dues

2019 - Nia Sounds
25/09/2019 - di
Non temendo superstizione sono tredici le composizioni “originali” che stanno in Confessin’ my Dues, il nuovo, godibilissimo e quindicesimo tassello dell’articolata produzione di Terry Robb. Questo chitarrista fingerstylemolto conosciuto dagli amanti del genere, rimane – peggio per loro - sconosciuto ai più, anche tra i più affezionati frequentatori di Blues, tuttavia l’occasione è buona per per rifarsi e Buch Holler Stomp, prima traccia del lavoro, vi guiderà  nel magico mondo di Terry Robb “mani-di-forbici”.

 Per chi si fosse perso le puntate precedenti, Terry Robb, canadese di nascita, transita, al seguito della famiglia, prima a Pittsburgh, Pennsylvania, poi, come un tergicristallo, approda a Portland, Oregon e lì rimane. Certo, Portland è una tra le città più belle d’America, ma non è la grande luna fertile del Blues. Poco male, le arie iodate di queste parti portano brezze salubri sul Waterfront Blues Festival e il nostro ha modo di respirare a fondo le sue inquietudini blu con cura filologica. Nella sua formazione uno zio benedetto ha il suo ruolo, gli regala una chitarra. Uno che se ne intende, suona per la Lawrence Welk Ochestra, indiscussa protagonista dell’offerta musicale televisiva anni ’50, una vera e propria corrazzata dello swing, del jazz e di tanta musica popolare americana. Benedetto anche il Great Awakeningdel Blues anni ’60, un risveglio che avvicina un’intera generazione al patrimonio musicale americano prebellico, attratta soprattutto dalla dimensione acustica, ritenuta più autentica di quel capitale. Terry Robb respira quell’aria e impara quanto basta di teoria musicale da Thomas Svoboda alla Portland University ma di gran lunga più sostanziale, allunga mani e occhi su una lunga schiera di maestri di strada tra i quali: Rambling Rex Jacobsky(Frank Zappa, Capitan Beefheart) ed Henry Vestine (Canned Heat). Fulminato come tanti dal blues, determinato come pochi, imbocca la gavetta dei locali, approda a qualche comparsata su palchi mediamente importanti, incontra Curtis Salgado, ma più di ogni altro si sofferma su John Fahey. Siamo agli inizi degli anni ’80 e John Fahey si è trasferito a Salem, Oregon, dove entra in possesso di una versione di One Way Gal- del chitarrista blues William Moore- realizzata da Terry. E’ un buon motivo per conoscersi di persona. Tra i due ci sono diciassette anni di differenza, un incontro quasi padre-figlio. La luce potente, trascendentale di John Fahey influenza in modo importante Terry Robb che diventerà in futuro suo produttore in più di un’occasione. Quell’influenza riverbera su tutta la sua carriera, sul modo di proporsi che si affida per la gran parte all’actionalityche Robb sprigiona con la chitarra, alla qualità del suo essere con lo strumento. Per il resto, sul palco, buongiorno e buonasera. Malgrado appartenga a una generazione maledetta non ha scivolamenti alcolici, è piuttosto puntiglioso, come può esserlo chi è musicista ma anche  produttore. Insomma Terry Robb impara presto a essere artefice del proprio destino e di altri con lui. Musicalmente sa uscire dal solco senza umiliare canone e storia di quanto maneggia.

 Confessin’ My Duesriconosce – ancora una volta - questa direzione, questo bagaglio. Ce lo fa capire bene già a partire dalla foto di copertina. Vale il vecchio adagio di Bo Diddley, You can’t judge a book by the cover. Quella foto parla chiaro. C’è qualcosa che ricorda il quadro di Grant Wood, American Gothic. Ve lo ricordate? Due contadini del Midwest, padre e figlia, aria timorata di Dio, vi guardano eterei, alle spalle la loro fattoria. Significato del quadro; il persistere di un’America profonda nel prevalere di una violenta modernità industriale, la stabilità rurale messa di fronte - come a un peccato mortale - alla più grande crisi economica e finanziaria che il mondo ricordi. Siamo nel 1930. Avvicinando il dipinto alla copertina di Confessin’ My Duescolpiscono curiose similitutini: medesima bramina bianca, l’abito scuro, la montatura degli occhiali, volto e sguardo coinvolti in uno spaesamento complice.

L’accostamento è spavaldo ma si fa pertinente se pensiamo che Terry Rodd ricade per gli improvvidi designatori di genere tra gli American Primitive Guitar nella cui cupola sono posti tra i padri: Mississippi John Heart, Charlie Patton, Son House e tra i figli: Alan Wilson, John Fahey, David Graham. Peste li colga perché il primitivismoè spesso un modo molto elegante di fissare il blues – quello ritenuto bello, buono e autentico - quasi a uno stato di natura, estremizzando, idealizzandone l’estetica e condannandolo, di fatto, a una nicchia. Ecco, Confessin’ My Duesdi Terry Robb tenta l’impossibile inverso, ambisce a ricreare un ambiente familiare, nel quale ritrovare la tradizione, senza rinunciare a espandersi nella contemporaneità. Lo fa affidandosi in qualche occasione al contributo di Gary Hobbs(Stan Kenton, Woody Hermann) e Dave Captein(Mose Allison, Larry Corryell), jazzisti informati dei fatti. Soprattutto Terry Robb cura suono, velocità, accordature, mezzi, voce e testi, realizzando un’opera fresca e non banale. Nel nastro troviamo un campionario di esercizi ortomanici di gran fattura come Still on 101,Now Vestapol, Three Times the Blues, Death of Blind Arthur. Un mix di sapori Delta, di swing and ragcompletano il disegno.

Non è chiaro se Confessin’ My Duessia un lavoro di svolta o di conferma. Del resto Terry Robb, tolte rare incursioni con lo strumento elettrico, da anni si muove su questo registro ben oliato, dal quale di discosta a tratti, nel quale allunga il suo beatin’acustico con compagni sicuri, alternando il piano e il forte di una gamma su un territorio che ormai conosce a fondo. Non di meno Confessin’ My Duesconferma ed eleva la direzione di Terry Robb, la confessa, appunto. Dice da dove viene e dove verosimilmente continuerà ad andare. Non è poco. 

A noi non rimane che godere di questa ulteriore dimostrazione di consapevolezza posta all’incrocio di una circostanziata ri-conoscenza al valore degli incontri che hanno segnato stile, percorso e allo stesso tempo, anche di una matura, indiscutibile, affermazione di estro e capacità espressiva.

mauro musicco

 

Track List

  • Buch Holler Stomp
  • Still on 101
  • How a free Man Feels
  • It Might Get Sweaty
  • Heart Made of Steel
  • Now Vestapol
  • Darkerst Road I’m Told
  • Three Times the Blues
  • Confessin’ my Dues
  • Death of Blind Arthur
  • High Desert Everywhere
  • Keep Your Judgment
  • Blood Red Moon