Get My Demons Straight<small></small>
Jazz Blues Black − Blues − Rock

Superdownhome

Get My Demons Straight

2019 - Slang Music / Warner Italia
11/08/2019 - di
Come insegna Bukowski, si beve per far festa, si beve per anestetizzare la solitudine, e si beve pure senza un perché, per far succedere qualcosa. L’alcol è stato la musa e la maledizione di molti artisti, da Alceo a Hemingway, da Jim Morrison a John Bonham. Sicuramente è la musa anche dei Superdownhome, il duo di bluesmen bresciani giunti alla loro terza produzione discografica, dopo l’eponimo EP del 2017 e l’ottimo Twenty-four days, uscito l’anno successivo. Determinati a mantenere costante il livello alcolico nel sangue senza correre il rischio di andare a schiantarsi, Enrico “Henry” Sauda e Beppe Facchetti pretendono che un autista sia compreso nel cachet concordato per i loro concerti. Pur rifuggendo dal maledettismo che permea la leggenda di tanti dei loro eroi musicali, Sauda e Facchetti quelle storie dannate le amano, così come amano i suoni e gli stilemi della tradizione blues, che non si peritano di saccheggiare con filologica fierezza. Sufficientemente saggi per non coltivare l’ambizione di produrre qualcosa di nuovo in un campo in cui sarebbe pretenzioso e imbarazzante il solo provarci, i Superdownhome riescono tuttavia a marchiare con la loro cifra personale il genere che è alla base della musica popolare occidentale del Novecento.  In che modo?

 La prima cosa che colpisce chi ascolti la riproduzione tecnica di una delle loro opere d’arte, chi guardi i riflessi filmati dei loro concerti o chi delle loro esibizioni dal vivo sia testimone diretto è l’entusiasmo, il piacere di condividere con gli appassionati accorsi ad ascoltarli un suono alla cui costruzione hanno in tutta evidenza lavorato a lungo. La seconda è l’equipment. Tra gli strumenti utilizzati da Henry Sauda, cui sono affidate le rauche lead vocals, figurano infatti la Cigar Box a tre corde, una chitarra che ha come cassa di risonanza una scatola di sigari sapientemente elettrificata, e il Diddley Bow, anche questo appartenente alla categoria degli “strumenti fatti in casa”, visto che non è altro che una tavola di legno con due o tre corde fissate alle due estremità che viene suonata facendoci scorrere sopra un cilindro di vetro. Beppe Facchetti si occupa invece della batteria, che nel suo caso comprende soltanto il rullante, la grancassa e un piatto. Tutto davvero molto downhome. Il suono che ne deriva è grezzo, basato sulla distorsione e la slide. Talvolta, però, soprattutto quando ai due si unisce la satura chitarra elettrica di Popa Chubby (che produce anche il disco), possiamo avere l’impressione di ascoltare un pezzo degli ZZTop.

 I temi dei brani sono quelli classici del blues: amori non corrisposti, solitudine, disperata rassegnazione, rabbia ed ebbrezza. Il suono si rifà a sua volta a quella tradizione, laddove la dotazione minimalista degli strumenti impedisce al duo bresciano di architettare armonie particolarmente sofisticate o di indulgere in arrangiamenti troppo ricercati. Nè lo scopo del loro stare insieme appare possa essere questo. I brani più riusciti sono allora quelli che riescono a trasferire su disco i momenti in cui il groove più incalzante si apre al refrain più contagioso. Volendo fare un paio di esempi, ci sentiamo di segnalare Booze is My Self-Control Device, corredato pure da un delizioso video a cartoni animati che vede i Superdownhome  annegare nell’alcol le proprie pene, prima di scoprire che quelle maledette sanno nuotare; e Stop Bustin’ My Bones, in cui l’unisono derivante dalla chitarre ravanate da Sauda insieme alla sorprendente varietà di suoni che Facchetti riesce a estrarre dai tamburi incalzano una melodia cantabile. Belle cattive anche Highway Music e Razor Action Blues (entrambe corredate dai licks della chitarra di Popa Chubby), I’m You’re Hoochie Coochie Man e Taverner’s Boogie (impreziosite dall’armonica di Charles Musselwhite) e la sinuosa Get My Demons Straight, che apre il disco.

Tutti i pezzi, anche i pochi non menzionati, trovano in realtà il loro posto in un album che conferma e sviluppa l’attitudine dei due musicisti lombardi a confezionare dei dischi che li mettono sullo stesso piano dei campioni d’otreoceano che tanto ammirano. Non è un caso se saranno proprio loro, dopo aver trionfato alle finali di Rovigo e Pordenone, a rappresentare l’Italia per la categoria solo/duo al prestigioso International Blues Challenge in programma a Memphis tra il 28 gennaio ed il primo febbraio del 2020.



Track List

  • Get My Demons Straight
  • Highway Music (feat. Popa Chubby)
  • Let’s Ball
  • I’m Your Hoochie Coochie Man (feat. Charlie Musselwhite)
  • Booze Is My Self-Control Device
  • Taverner’s Boogie (feat. Charlie Musselwhite)
  • Stop Bustin’ My Bones
  • Troubles
  • Razor Action Blues (feat. Popa Chubby)
  • It’s the Voodoo Working

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