COLORS<small> [<strong>Lost & Found</strong>]</small>
Jazz Blues Black − Blues

Sugar Blue

COLORS [Lost & Found]

2019 - BEEBLE Music LLC
10/12/2019 - di
Eccoli! S’intende Sugar Blue e Colors la sua ultima fatica. Dopo il positivo Voyage del 2016, nel titolo e nell’immagine di Colors, Sugar Blue spinge il vento nell’ancia con gioia variopinta. Ne ha ben donde. Dopo una riuscita operazione chirurgica, non proprio una passeggiata, sebbene questo deve fare: passeggiare, si gode la convalescenza e due ginocchia nuove di zecca che lo rilasciano sul palco standing pat. Bentornato Sugar Blue!

Colors, diciamolo subito, riflette uno stato di grazia e sembra contenere un disegno che sta nella scia di Voyage ma per incrementarne la bontà. Dentro ci sono undici brani di godibile, eclettica, ottima fattura, chiusi da cromatica copertina. Di questi parleremo a breve ma prima permetteteci di giocare al  giornalista per fare un’intervista immaginaria a Sugar Blue, del tipo: “Dica, qual’è il senso di Colors?”. 

La risposta potrebbe essere: “Cari amici, vicini e lontani, “blue” è il mio colore, mi ha dato cognome e nome, al blue(s) dedico la mia vita. Se ci pensate bene però il mondo, la musica, sono molto più grandi. Sono tanti i colori del mondo, non puoi chiuderli in un solo recinto”. 

Interpretazione azzeccata? Forse sì e forse no, poco importa. Quello che è certo è che Sugar Blue sta nella sua luna blue ma sa anche attraversare solchi contigui. La domanda al dunque non è se Colors è un disco di blues, la domanda è se Colors ha percorso, lirica. La risposta è sì, eccome. Colors ha un accento di valore, nello specifico quello di Sugar Blue è l’arte di soffiare come pochi altri in un aggeggio lungo meno di venti centimetri.  
A questo va anche aggiunto che il nostro non ha niente da dimostrare al blues, può muoversi come crede e come desidera. Non sono molti Pochi coloro che possono affermare di avere condiviso il palco, in taluni casi la vita, con gente come Brownie McGhee, Roosevelt Sykes, Memphis Slim, Muddy Waters, B.B. King, Art Blakey, Lionel Hampton, Fats Domino, Ray Charles, Johnny Shines, Willie Dixon, Stan Getz, ma anche Frank Zappa, Jerry Lee Lewis, i Rolling Stones, Bob Dylan. E scusate se ne abbiamo tralasciati tanti. 

Insomma Colors ha un disegno, una trama nella quale cadono come capitoli, brani che sono il condensato di tanti incontri, di molte esperienze e deviazioni. E’ l’attraversamento, il tagliare in diagonale, l’escursione in orto altrui, la verità proposta da Sugar Blue. Così, anche in Colors ritroviamo approcci, intenzioni, frequenze molto diverse tra loro, sebbene tutte appartenenti ad una comune tavolozza. Sopratutto Colors si riconosce nel gusto e nel viaggio, nello stile e nel tragitto, nella barca come nel vento che la spinge, non è una gara per l’armonica più blue. 

Colors è stato pensato, scritto, in viaggio, durante lunghi mesi di tournè in giro per il mondo, Cina compresa. Paesi dove Sugar Blue è stato riconosciuto, apprezzato, paesi in qualche caso anche molto lontani dalla grande luna fertile del blues. Mondi altri, diversi, raggiunti sempre in divisa: pantalone, camicia, cappello, tutto rigorosamente in nero ma la cartuccera sempre a colori. Una da dieci, una da dodici o da quattordici fori, lui ne ha sempre una pronta all’uso. Anche un’armonica Sheng può andar bene, basta che soffi. 

Già! Qualcuno può dire: “Ma alla fine sempre solo di un armonicista si tratta!”. Il fatto è che l’armonica funziona se i polmoni spingono, l’aggeggio, come veicolo espressivo, funziona se è il cuore a funzionare. I cinesi devono averglielo spiegato bene. Il cuore, diversamente da quanto pensiamo noi occidentali, è organo imperatore, sovrasta il cervello, comanda il pensiero, proietta l’individuo fuori da sé perché è dell’Altro di cui abbiamo bisogno. Se il blues è il racconto di un viaggio, è fuori che stanno i colori del mondo. Il panegirico per dire che Colors certo contiene ballads, up tempo, country-blues, fusion, una spruzzata di pop, ma soprattutto c’è l’esposizione del proprio broccato. Fili diversi, egregiamente intrecciati.  

Colors parte con And The devil Too. Parte forte. Sugar Blue dice dal suo stare, richiama la jungla di Bo Diddley per dire della dimensione urbana, elettrica, che informa il suo suonare. New York, Parigi, Chicago e perché no anche Milano. Sono le sue città, qui non è sempre facile vivere, più complicato separare bene e male, giusto e sbagliato. Gezabele era eroina sì, ma tragica, fu divorata dai cani e da demoni. Bass Reeves è una ballad, il veicolo giusto per un viaggio nel tempo attorno a un personaggio poco conosciuto da noi, il primo, eroico, deputy marshall afroamericano che la storia ricordi. Mediatico quanto basta. Figura buona per la TV ma anche, allo stesso tempo, per un ripensamento positivo sulla linea del colore. Dal 1865 di Bass Reeves si fa un salto di secolo per volare a Liverpool e far rivivere da par suo i Beatles di Day Tripper, un brano mai stato chiaro nel significato. La dedica a chi viaggia per un solo giorno? Per induzione, anche a chi è bluesman solo nel week end? Non è dato sapere. Ci piace però pensare che sia tributo e anche  piacevole ricordo della British Invasion se non la riappropriazione, velocizzata, di un riff R&B rubato dai baronetti a chitarre più scure. Con Good Old Day si viaggia ancora a ritroso senza sconti di nostalgia ai tempi andati. L’armonica è da deep blues, la chiave è finger style dell’amico Max De Bernardi, preciso e accentato, come sa e come si conviene.  Dirty Old Man è un bel blues mid-tempo, appoggiato, di valvola schietto. La storia di un vecchio sporcaccione la cui coda di capra intralcia la lampo. Ma la vita quella è, ognuno se la aggiusta come può, la lampo. Man Like Me alza i decibel e si chiude a riccio in un elegante profumo rock blues. Shangai Sunset arriva come omaggio alla via della seta, a tramonti diversi, spaesanti. Sugar Blue sulla balaustra del Shangai Tower porta anche noi in un dolce perdersi che scorre e consola. Downhill è marchio di fabbrica. Sugar Blue gioca pacato con la fusion senza spingere oltre il dovuto. Al basso c’è Johnyy B. Gayden che slappa.  Bonnie and Clyde, ovvero, un colpo al cerchio e uno alla botte, perchè dell’eroe black poor è stato detto, così occorre dire anche dei white poor quali erano Bonnie Parker e Clyde Barrow. Ricchi per poco, morti giovani e dunque miti per sempre. La verità vera però è che oggi i poveri sono sempre più magri e i ricchi sempre più grassi. Non si poteva che declinare la storia con un depresso codice blues prewar. Keep On chiude ribadendo il Sugar Blue-pensiero: la vita è piena di colori, vivila, tienila stretta e cammina! Io lo farò di sicuro. 

Della band c’è poco da dire, Sugar Blue, tolti gli ospiti, da Cina e Sudafrica, si affida in fiducia e collaudata consonanza, a Rico Mc Farland alla chitarra, a Brady Williams alla batteria senza dimenticare la nostra, e brava, Ilaria Lantieri  al basso. 

Il vestito è blue ma l’armonica è a colori. Well done, Sugar! Buon Ascolto

 

Track List

  • And the Devil Too
  • Bass Reeves
  • Will Be Alright
  • Day Dripper
  • Good Old Days
  • Man Like Me
  • Dirty Ole Man
  • Shangai Sunset
  • Downhill
  • Bonnie And Clyde
  • Keep On