The Last Exit<small></small>
Rock Internazionale • Alternative • Dream-pop, indie-rock, shoegaze, folk

Still Corners The Last Exit

2021 - Wrecking Light Records

29/01/2021 di Ambrosia J. S. Imbornone

#Still Corners#Rock Internazionale#Alternative

Il duo londinese composto da Greg Hughes e Tessa Murray torna con il suo quinto album, il terzo per Wrecking Light Records. L’album vive programmaticamente del fascino di una dimensione cangiante, dove visibile e invisibile si incontrano come reale, miraggio e metafisico: si ispira infatti al mito e al folklore della strada aperta. In un’epoca in cui ormai ogni posto sembra essere stato esplorato e accuratamente segnato sulle mappe, gli Still Corners ci ricordano che ci si confronta con presenze concrete e fantasmi e che invece ci potrebbe essere qualcosa che vada al di là di ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, qualcosa di eterno e ignoto nel panorama, nella natura, nella strada, qualcosa da scoprire e decifrare, nascosto lì fuori, ma forse anche dentro di noi, nelle profondità più recondite della nostra psiche. È quanto suggerisce in particolare il primo singolo e primo brano del lavoro, The Last Exit, che dà il titolo all’intero album e conclude la trilogia cominciata con The Trip nel 2013 e continuata con The Message nel 2018. È il congedo ufficiale del protagonista, tra sonorità avvolgenti, desertiche e al contempo sognanti: basso e chitarra infatti sono la polvere della strada, mentre la voce vaporosa di Tessa conduce in una dimensione onirica, in un “oltre” sconosciuto, tutto da definire ed esplorare; la slide guitar dona un tocco languido al pezzo.

Nell’album talora fa capolino un piano dolce, o anche stiloso, come non mancano suoni sintetici e agrodolci, ossimorica incarnazione dell’evanescenza; nel terzo singolo White Sands suoni sottili, esotici, setosi e cinematici incontrano ritmi febbrili e chitarre fascinose, mentre in una delle due strumentali del disco, Till We Meet Again (l’altra è Shifting Dunes), ecco sonorità morbide e torbide nel loro abbraccio ambiguo, pulite e definite, ma anche eteree e come metamorfiche, pronte ad accogliere ombre di dolore, soffi di tristezza e la bellezza estatica e magnetica di una qualche speranza.

Nel disco, che la band pensava di aver concluso, ma che si è arricchito di nuove canzoni durante la pandemia, sembra esserci spesso una porta socchiusa sull’abisso, sul mistero, sulla morte. Viaggi senza fine sembrano celare qualcosa di imperscrutabile e insondabile: a cosa vanno incontro? Talora all’orizzonte si addensano nuvole scure e lampi, o si profila una tempesta, mentre si ascolta l’eco del vento, ma poi cosa accadrà? E se per la Murray l’unica costante della vita è il cambiamento e ci si confronta con un mondo incerto in rapido movimento, nel proprio cammino si gira in tondo e invano, o esiste un qualche approdo? Si riesce a dimenticare e a non sentire più il dolore, come spinge a chiedersi il secondo singolo del gruppo, Crying? Il contorno del reale sfuma nell’immaginario, mentre si attraversano dune e autostrade solitarie, città fatiscenti, desolate e sinistre, dipinte da un folk scarno, eppure sempre abitato dal mistero, come un fumo che penetra in ogni vuoto e confonde ogni linea.
È stato scritto che il duo, che prende il nome da un verso di Robert Frost, scopre la bellezza del deserto, ma esplorarlo significa muoversi in uno spazio vuoto, che si riempie di apparizioni che fanno stropicciare gli occhi e dubitare del tempo trascorso, così come è luogo dove si incontra sé stessi. Ed è appunto a macinare km e a inseguire epifanie, sogni e voci che ci conducono le note di questi undici brani, ad appuntamenti ignoti con il destino.

L’album, definito “l’incontro del mistero con l’amore, dell’individuo con la sua alienazione, del deserto con l’oscurità”, sembra tessere un irresistibile incantesimo sulla scia di percorsi esistenziali assolati, di cui sembra sfuggire e di cui si rincorre il senso; è un lavoro ben costruito, con arrangiamenti eccellenti ed equilibrati, tra chitarre rock e paesaggi sonori impalpabili dream-pop, interpretazioni suadenti che ammantano di seduzione anche le tenebre più nere (Kiss Before Dying), crescendo che stringono in spire vorticose e ricami acustici, tessiture al contempo semplici e ricche, che pure possono assumere un respiro grandioso: essenziali, eppure ipnotiche, esse catturano come tela di ragno, tra le sfumature struggenti delle canzoni e il fascino ammaliante di un futuro arcano.

Track List

  • The Last Exit
  • Crying
  • White Sands
  • Till We Meet Again
  • A Kiss Before Dying
  • Bad Town
  • Mystery Road
  • Static
  • It’s Voodoo
  • Shifting Dunes
  • Old Arcade