Revolution starts … now<small></small>
− Rock, Americana

Steve Earle

Revolution starts … now

2004 - E-SQUARED / ARTEMIS RECORDS
27/10/2004 - di
“Revolution starts … now” si potrebbe definire il nuovo capitolo della storia di Steve Earle, della sua lotta sempre più impegnata e politica a suon di rock. Soprattutto ci piacerebbe descriverlo come una bandiera che sventola alta, in faccia a tutti.
Invece è l’episodio meno riuscito nella discografia del nostro, da un bel po’ di anni a questa parte: non si mettono in dubbio la coerenza e lo spirito dell’artista, ma piuttosto lo sguardo politico con cui continua a rivolgersi alla realtà. È vero che la posizione di Earle, a differenza di molti altri, è conseguenza di un percorso lungo una carriera, ma ciò non toglie che anche lui sia caduto nell’errore già commesso per esempio da Mark Olson e dai suoi Creekdippers: pubblicare un disco spinto dall’urgenza di contribuire al ripristino di una vera democrazia negli Stati Uniti. Questa scelta, ben spiegata dallo stesso Earle nelle note del booklet, è condivisibile ed encomiabile, ma sembra aver dato una virata netta al disco: mancano pezzi memorabili, quelle grandi canzoni a cui Earle ci ha abituato, e manca quella ricerca sonora che con “Jerusalem” aveva raggiunto il punto di massima durezza.
“Revolution starts … now” non aggiunge nulla a quanto fatto nella precedente prova in studio e a quanto raccolto nel live “Just an american boy”, sia dal punto di vista sonoro che lirico: Earle continua a lavorare mosso da una sincera rabbia nei confronti di chi governa il suo paese, ma non riesce a toccare un ulteriore apice, come lui stesso avrebbe auspicato vista l’imminenza delle elezioni presidenziali.
È come se questo disco fosse stato terminato troppo in fretta, come se la musica fosse stata messa in secondo piano rispetto al sentire civile e (anti)patriottico: basta la title-track, un pezzo che comincia con un andamento molto rollingstoniano, cattivo come si deve all’occasione, ma che poi scema e risulta mono-tono. Earle cade poi nell’errore di ribadire troppo il concetto, chiudendo il disco con una reprise dello stesso brano, quasi del tutto identica e inutile.
Troppi i brani che avrebbero meritato un miglior trattamento e troppe le scelte musicali affrettate: l’immancabile duetto con Emmylou Harris, gli archi in “The Gringo´s Tale”, il reggae roco di “Condi, Condi” e il semplicismo di “F the CC”.
Il disco si salva grazie a qualche pezzo che riesce a suonare “immediate” senza sminuire l’interpretazione: “Rich man’s war” e “Warrior”, che è il vero pezzo cattivo dell’album, con un parlato aspro e gli strumenti che si richiamano l’un l’altro.
Earle ci ha messo ancora l’anima, vedi le sue parti di armonica, ma questa volta si è fatto prendere la mano dal bisogno di uscire in tempo prima delle elezioni.
L’intenzione era quella di offrire un disco di canzoni da impugnare di fronte alla realtà: non ci poteva essere niente di più giusto, di più rock, anzi punk, e di più sincero dal punto vista dell’ispirazione, ma il risultato avrebbe meritato di essere diverso.

Track List

  • The Revolution Starts ...|
  • Home To Houston|
  • Rich´s Man War|
  • Warrior|
  • The Gringo´s Tale|
  • Condi, Condi|
  • F The CC|
  • Comin´ Around|
  • I Thought You Should Know|
  • The Seeker|
  • The Revolution Starts Now

Steve Earle Altri articoli