Just an american boy<small></small>
− Americana, Blues

Steve Earle

Just an american boy

2003 - ARTEMIS RECORDS
19/12/2003 - di
Steve Earle ha risposto con la musica a qualunque tipo di critica gli sia stata rivolta nel corso della sua carriera: così è stato quando in molti lo davano per spacciato anni fa e così è di fronte alle accuse di antipatriottismo che gli sono piovute addosso dopo “John Walker´s blues”. Chiunque abbia ascoltato “Jerusalem”, può capire come sia stata attuata una strumentalizzazione tesa più al gossip che all’informazione.
Steve ha pensato bene di smorzarne l’eco, controbattendo a suo modo: con la forza di chi non si lascia mettere i piedi in testa da nessuno, ha pubblicato un doppio live, sottotitolato “The audio documentary”, proprio perché ribadisce la posizione dell’artista, in termini tanto politici quanto musicali.
Lui è uno degli ultimi outlaws del rock’n’roll (e d’America), credibile sia quando pronuncia il suo “fuck” sia quando rievoca il fantasma di Woody Guthrie. Questo album riassume il senso di libertà e di opposizione che sta nelle sue canzoni, nel suo suono: esemplare la botta iniziale di “Amerika v. 6.0”, “Ashes to Ashes” e di “Conspiracy Theory”.
Giù il capello quindi di fronte al coraggio dell’uomo e allo spessore del musicista. E lode ad un live che riesce a far venire i brividi come pochi: forse solo Springsteen è capace di scuotere tanto, pur con un’energia meno carica di pericolosità.
Si va dalle denunce delle contraddizioni di un paese e della sua democrazia, al rispetto per le vittime, fino all’amore dichiarato per gli ideali traditi e per gli (anti)eroi ad essi immolati: ora con i Dukes, ora con i Bluegrass Dukes, ora con la sola chitarra acustica, Steve Earle non arretra di un centimetro.
L’unico difetto sta paradossalmente proprio in questa totalità: la scelta di rappresentare ogni fase sonora di Earle (rock, bluegrass, roots, folk) premia la sua integrità, ma non il concerto. Non solo per l’inevitabile frammentarietà che deriva dall’aver pescato da diverse date, ma anche per la possibilità sprecata di approfondire i diversi modi dei suoi “trascendental blues”.
Ad ascoltare la forza devastante data al roots e al bluegrass, o l’alta tensione creata con le scariche elettriche della band quanto con una semplice folk-song, c’è da rimpiangere che questo “documentary” non sia stato suddiviso in più volumi, ognuno con un set specifico.
La chiusura affidata ad una (inutile) canzone interpretata dal figlio Justin, conferma il desiderio di Earle di dare continuità al rock, in modo da tramandarlo ai posteri come opera vitale (in questo senso interpretiamo anche il suo prestarsi come produttore per giovani rock bands): e allora perché limitarsi a rinchiudere tutto in un bigino, che, per quanto di rara intensità, rimane riassuntivo?
Comunque, tra qualche decennio, ascolteremo Steve Earle e questo disco come un pezzo di storia del rock. Anche se la speranza è di avere a disposizione un puzzle più vasto.

Track List

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