Make do with what you got<small></small>
− Soul, Blues

Solomon Burke

Make do with what you got

2005 - Shout Factory
10/06/2005 - di
Quanti si erano stupiti per il precedente “Don’t give up on me”, dovrebbero stupirsi ancora di più – e a questo punto dovrebbero averlo già fatto – per “Make do with what you got”.
Non che questa raccolta sia migliore della precedente, anzi con tutta probabilità non lo è, ma mette ancora più in evidenza la forza di Solomon Burke. Se già poteva essere considerato un miracolo il ritorno verificatosi nel 2002 grazie a Joe Henry e alla Fat Possum, questa è una vera e propria conferma al vertice, posizione quanto mai difficile da mantenere quando si è stati per tanto tempo distanti dalle scene.
Solomon Burke è una voce, una voce vera, ma quanti, anche tra quelli che sono tornati a chiamarlo “Re”, avrebbero scommesso su una nuova fase della sua carriera? Sarebbe stato assai più probabile e meno rischioso per l’artista che il successo di “Don’t give up on me” rimanesse un episodio isolato o che almeno trovasse un seguito seguendo la regola del “squadra vincente non si cambia”: invece Solomon Burke ha voluto continuare e lo ha fatto cambiando.
Certo l’impostazione rimane simile con un gruppo di brani d’autore (Dr. John, Van Morrison, The Band) interpretati alla sua maniera, con la voce a dirigere il tutto, ma in cabina di regia stavolta c’è Don Was. Sia la scelta del produttore che dei musicisti costituiscono una squadra che dà ampie garanzie, ma l’ambiente in cui i pezzi vengono a trovarsi è diverso e questo non è cosa da poco, soprattutto nella musica (soul) in cui sono le sfumature a fare la differenza.
È subito chiaro quindi che Burke ha una carica, una forza interpretativa, che si può calare in qualunque percorso imponendosi come guida con una direzione ben precisa.
Già questo non è scontato, alla sua veneranda età, e la fa notare anche il buon Van Morrisono nelle note di copertina “Solomon could sing the phone book and it would sound great”.
Quando poi si passa all’ascolto, il primo pezzo dà subito un brivido inaspettato: “I need your love in my life” è un rock’n’roll con la chitarra che sferraglia come agli Stones non riesce più e con i fiati che fanno crescere il r&b. La voce di Burke tira come quella di un giovane invasato, scandendo e tagliando il pezzo fino a far venire voglia di ancheggiare a più non posso. Seguono poi una manciata di ballate di classe che Solomon si diverte a gestire ogni volta in modo diverso con la sua voce: si distinguono la limpidezza di “It makes no difference” preceduta da un parlato e poi “After all these years” con il canto che prima scende in gola e poi sale maestoso.
Va riconosciuto a Don Was il merito di aver dato più corpo ai pezzi, anche se in qualche episodio il risultato è troppo standard e sicuramente meno affascinante di quanto fatto da Joe Henry.
Basta comunque sentire come la voce di Burke fa tremare “I got the blues” o come riporta in chiesa Hank Willliams in “Wealth won’t save your soul” per poter dire che ormai King Solomon ha avviato un nuovo regno e che molti farebbero bene a rendergli omaggio con un bell’inchino.

Track List

  • I Need Your Love In My Life|
  • What Good Am I?|
  • It Makes No Difference|
  • Let Somebody Love Me|
  • After All These Years|
  • Fading Footsteps|
  • At The Crossroads|
  • I Got The Blues|
  • Make Do With What You Got|
  • Wealth Won’t Save Your Soul