Don´t give up on me<small></small>
− Soul, Americana

Solomon Burke

Don´t give up on me

2002 - ANTI / FAT POSSUM
18/10/2002 - di
“Don’t give up on me” sancisce il ritorno di Solomon Burke, “the king of rock’n’soul” come si fa chiamare a pieno diritto, visto che può vantare qualcosa come diciassette milioni di dischi venduti, un posto nella “Rock’n’roll Hall of Fame” e pezzi da novanta storici tra cui le memorabili “Everybody needs somebody to love” e “Cry to me”.
Ancora prima dell’ascolto, questo disco mi ha fatto venire in mente un altro eccellente ritorno, quello di Garland Jeffreys, che con “Don’t call me buckwheat” nel 1992 riuscì a sollevare la sua carriera da una fase a dir poco di stasi. Pur con le dovute differenze, anche Solomon Burke sembrava ormai sparito dalle scene, destinato ad una memoria gloriosa, come se avesse scelto ormai di dedicarsi esclusivamente alla sua attività di predicatore. Invece il soul trascende età e programmi, non si lascia intaccare dalla ruggine del tempo, è uno stato dell’anima che scaturisce da chi ne è ispirato. Prova ne è il fatto che ciclicamente torna in auge con qualche disco che fa il botto, come era successo anche con i Commitments.
Per il rientro di Solomon Burke va dato merito alla Fat Possum, che ha avuto l’idea di proporre per questo disco un pugno di canzoni inedite di grandi interpreti, a Joe Henry che ha prodotto il tutto creando lo sfondo adatto per sfruttare al meglio le doti dell’artista, e ovviamente a Solomon Burke, capace di interpretare i brani pervadendoli della passione e del trasporto che l’hanno sempre contraddistinto.
Il disco inizia subito con una ballata da brividi, la title-track scritta da Dan Penn, che Solomon carica di intensità, senza straripare, come uno dei migliori lenti di Otis Redding. Già qui comincia a farsi sentire l’organo di Rudy Copeland, essenziale nel ricamare e nell’aumentare tutto l’album.
Ci sono due pezzi di Van Morrison, che compaiono nell’ultimo “Down the road”, una ballata sbilenca di “Tom Waits” che Solomon raddrizza con la sua grazia, un esempio del soul-pop luminoso di Brian Wilson, e una canzone di Bob Dylan, in cui Daniel Lanois distribuisce tocchi del suo swamp-blues. Ma, più che altro, a stupire è il modo in cui Solomon Burke riesce a calarsi nei pezzi, modulando le sfumature e il carattere della sua voce a seconda delle esigenze: esemplare è “The judgement”, scritta da Elvis Costello, una piccola opera sublimata dalla verve da predicatore e dalla drammaticità spirituale di Re Solomon, che, da vero soulman, non manca di dimostrare la sua gratitudine agli autori, inventandosi qualche piccola citazione.
Una nota a parte per “None of us are free”, eseguita con i Blind Boys of Alabama, freschi reduci di un Grammy Award, capitati in studio per improvvisare un pezzo, che ha davvero dell’incredibile se si pensa che è stato registrato alla prima take.
Il sipario cala con classe su “Sit this one out” e sulle parole di Joe Henry, che ben descrivono lo spirito di tutto l’album: “Fare un disco è come saltare nell’oceano, c’è un’inerzia già in atto. E tu devi imparare a nuotarci, a correre con grazia sulla sua superficie o a lasciarti portare nelle sue profondità, ma non devi mai cercare di prenderne il controllo”.

Track List

  • Don´t Give Up On Me|
  • Fast Train|
  • Diamond In Your Mind|
  • Flesh And Blood|
  • Soul Searchin´|
  • Only A Dream|
  • The JudgEment|
  • Stepchild|
  • The Other Side Of The Coin|
  • None Of Us Are Free|
  • Sit This One Out