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Jazz Blues Black − Blues

Seasick Steve

Can U Cook?

2018 - BMG Rights Management
17/10/2018 - di
Davvero singolare la storia di questo personaggio ormai diventato un’icona di quel country blues che proviene da terre profonde, consumate, quello tosto, dalle andature dispari e dal sound ruvido. La leggenda lo vuole vagabondo tra Mississippi ed Europa, fino al trasferimento in Norvegia dove dà alle stampe il primo lavoro a suo nome, “Cheap”, del 2001. Osannato da influenti mecenati, del calibro di John Paul Jones e Dave Grohol, per fare solo alcuni nomi, il barbuto di Oakland, all’anagrafe Steve Gene Wold classe 1941, è in circolazione dai primi anni settanta, ma il debutto ufficiale è arrivato da sessantenne quando nella pensione per mantenersi non ci sperava più.
La sua storia è tutta lasciata ad arcani passati, sospesa tra realtà macinate del deep south e storie kakfkiane che vestono su misura il personaggio… c’è chi lo vuole seduto su una ballatoia del juke joint in Louisiana in compagnia della sua tre corde e una cassa di birra dopo una vita da loser e lavori di qualsiasi tipo, e chi invece lo spaccia per un ragazzo cresciuto intorno alla scena hippie di San Francisco e divenuto un session man professionista, come rivela una biografia non autorizzata pubblicata nel 2016, che gli cambia nome in Leach e gli toglie 10 anni di vita. Ma lui se la ride... "C`è stata così tanta roba scritta su di me dalla stampa, e immagino che quattro o cinque di voi possano anche interessarsene”, perché intanto il suo pubblico lo ama, poco importano le ombre gettate sul personale passato. Lo ama per quella maniera selvaggia di colpire le corde della sua chitarra e per quella voce ruvida e vissuta, ama il suo setup da bottega del rigattiere e il modo assolutamente unico con cui il suo sound riesce a entrarti nelle orecchie.

Qualche giorno fa, scambiando pareri con un amico, si dibatteva proprio sulla strumentalizzazione della personalità a favore di un genere, sull’immagine che qualche furbone ha costruito a pennello intorno a quest’orso tatuato, coi suoi jeans larghi e sgualciti e il cappellino da truck driver. In odore di business sono arrivate le major e gli show televisivi, successivamente i premi e i riconoscimenti, ma intanto il mondo del blues impazziva per quest`uomo che pareva essere vissuto in un altro tempo. Perché anche se in gioco c’è la veridicità della sua storia, il talento non si discute. I suoi dischi suonano pieni di energia, di calore e racconti, di meraviglia e filosofia spicciola, la sua musica è genuina, autentica e intrisa di groove.... e in Can U Cook, la saga continua: quel sound secco e rude che appartiene al suo personalissimo linguaggio, si rivela subito in Hate Da Winter, il brano d’apertura, riempito da chitarre sature e distorte che sanno di garage blues e da quelle cadenze potenti e ostinate che si ripetono fino a penetrare nella testa. Il concetto viene di nuovo ribadito nella title track, un’inebriante stufato del sud, in cui Mr. Wold si insedia tra i solchi sinuosi dei primi Black Keys, con quel ritmo che pulsa lungo la spina dorsale e giunge fino alla pianta dei piedi.

L’album è stato quasi interamente registrato in una ex “ice house” al porto di Key West, in Florida, in compagnia dello storico batterista Dan Magnusson e del chitarrista Luther Dickinson che si sente, (e come si sente...) in Down De Road, un afosissimo swamp blues modellato sulle martellate inconfondibili del suo stile, e in Shady Tree, un incalzante boogie alla ZZTop  sporcato dall’armonica e da calpestii rock.

Chewin’ on Da Blues, invece, ipnotica e quasi “inquietante”, ci trascina in un mood da brividi con quei rumori da fresa metallica in sottofondo, la voce profonda e "stregata" e quei giochi tra volume swell e riverbero che ne dilatano lo spazio, mentre la strada acustica imboccata in partenza da Get My Drift viene attraversata da un tagliente assolo elettrico alla Howlin’ Wolf che lancia l’ accompagnamento incisivo dell`organo facendone uno dei pezzi più magnetici del disco.

Ma il buon vecchio Steve è sulle ballate che ci stupisce. Dimostra infatti di sapersi muovere agevolmente anche su terreni meno battuti, come sulle armonie più melodiche della bellissima Sun On My Face in cui sfodera una voce ammaliante e ci regala magici arpeggi alla Mississippi John Hurt, cullandoci su un’amaca tra gli aromi e i colori di un caldo pomeriggio del Deep South. Last Rodeo è un delizioso country che si lascia dietro un ritmo da vecchia scuola tra il suono dell’armonica e nostalgie di una vita entusiasta, appiattita ormai dai tempi moderni.

Anche “l’estatica” Lay, disegnata su arpeggi e una voce quasi parlata intorno a ritmi elettronici e un marcato drum’n’bass, lo vede uscire ulteriormente dalla sua zona di comfort, mentre riabbraccia lo spirito delle radici sotto un’ispirazione Hookeriana con Ain’t Nothing But A Thang, in cui ritmi semplici e un sound old style vengono sorretti da slide blues meravigliosamente concepiti e disegnati da quel caratteristico drawl che sale e scende sul manico delle sue amatissime handmade guitars.

In conclusione, anche se non conosciamo da dove provenga veramente, sappiamo che Seasick Steve le storie le conosce e le sa raccontare. Storie vere, senza posa e senza fronzoli, che narrano il dolore e l’amore per la vita, ci parlano di esperienze tremende e meravigliose, storie che scavano nell’animo e nel cuore e ci fanno amare la musica al di là di ogni definizione o regola. In questo mix di rock, blues, folk e americana, Seasick Steve può aver deluso qualcuno tra i suoi fan che lo vuole “sporco e cattivo”, ma ciò che racconta in Can U Cook, album granitico ed essenziale, non tradisce il suo enorme carisma e ci lascia comunque con una miscela di suoni dagli arrangiamenti calibrati, in odore di nuovo, crogiolandoci in un blues a volte “malato”, ma tremendamente affascinante.

Track List

  • Hate Da Winter
  • Sun On My Face
  • Can U Cook ?
  • Ultimo Rodeo
  • Chewin` On Da Blues
  • Shady Tree
  • Lay
  • Locked Up e Locked Down Blues
  • Young Blood
  • Get My Drift
  • Ain`t Nothin` But A Thang
  • Company