Rise Up<small></small>
Jazz Blues Black • Blues

Ronnie Earl & the Broadcasters Rise Up

2020 - Stony Plain Record

13/10/2020 di Nicola Olivieri

#Ronnie Earl & the Broadcasters#Jazz Blues Black#Blues

Ronnie non deve essere stato un ragazzo particolarmente paziente. Inizia presto a studiare il piano ma lo abbandona altrettanto velocemente perché poco incline alla disciplina che richiede lo studio.  Passeranno alcuni anni prima che torni a maneggiare uno strumento. Lo incuriosisce la chitarra ed inizia a suonarla nei primi anni del college. Nel 1973 fa un acquisto che rivela, ancora una volta, una certa indecisione: compra una chitarra acustica Martin… ma la restituisce al negoziante 24 ore dopo, la sostituirà con una scintillante Fender Stratocaster dopo aver assistito ad un concerto del mitico Muddy Waters in un piccolo locate di Boston. Sarà quella l’occasione che gli farà prendere la decisione più importante della sua vita, suonare il blues con la sua Fender e smettere di fare l’insegnante.

Tutto questo accadeva nel 1973, quando cioè Ronnie Earl aveva solo venti anni.  Sarà stato anche un ragazzo un po’ svogliato, ma certamente non è stato con le mani in mano dopo aver preso la sua decisione e imboccato la strada a lui più adatta. Studia il blues seguendo gli insegnamenti di Otis Rush e suona con diversi musicisti, incrocia nel suo cammino Kim Wilson e Jimmie Vaughan dei The Fabulous Thunderbirds e dopo circa un anno da quell’incontro incide il suo primo 45 giri per la Baron Record. Era solo l’inizio di una lunga carriera artistica durante la quale ha suonato con gente del calibro di B.B. King, Stevie Ray Vaughan, Carlos Santana, Eric Clapton, Allman Brothers Band, Buddy Guy, Muddy Waters, Etta James e ha registrato qualcosa come 27 album, abusato di alcol e droga e per non farsi mancare nulla è stato anche vittima di una prolungata depressione.  Ma tutto è bene ciò che finisce bene e Ronnie da molti anni è fuori dal tunnel riuscendo a vincere nel frattempo anche quattro Blues Music Award

Da qualche settimana la Stony Plain Record ha pubblicato Rise Up, l’ultimo disco in ordine di tempo, di Ronnie Earl & The Broadcasters (il suo gruppo dal lontano 1988, il cui nome fu ispirato da quello dalla prima chitarra Fender prodotta nel 1950) ed è molto interessante per vari motivi.  Primo fra tutti la contemporaneità dei contenuti. Il disco, composto da 15 brani, è stato registrato (molto bene) in casa di Ronnie a marzo di quest’anno, fatta eccezione per i pezzi eseguiti dal vivo selezionati tra quelli eseguiti durante uno spettacolo al Daryl's House Club nel gennaio 2019. I Brodcasters che accompagnano Ronnie sono Dave Limina alle tastiere, Diane Blue alla voce, Paul Kochanski al basso e Forrest Padgett alla batteria, e sono tutti in gran forma. Le registrazioni sono iniziate poco prima che esplodesse la pandemia di Covid-19, e sono state realizzate nel soggiorno di Ronnie perché lui, in quel periodo, era ancora convalescente da un intervento chirurgico.

Questa strana situazione però non ha influenzato minimamente la musica e lo stato d’animo di Earl, anzi molto probabilmente ha favorito e accelerato la guarigione. Di fatto le registrazioni sono state una specie di terapia riabilitativa. Tutto il disco è caratterizzato, fondamentalmente, da tre elementi: la chitarra di Earl, la voce di Diane e il magnifico sound dell’Hammond di Limina che conferisce al disco quel sapore di cose buone di un tempo e delle quali non ci si stanca mai. La contemporaneità citata poc’anzi non è solo un riferimento alla tempistica delle registrazioni, ma è soprattutto un richiamo ai contenuti del disco. Le canzoni sono come un faro acceso su temi particolarmente scottanti e dolorosi di cui ultimamente sono piene le cronache statunitensi.

Le rivolte dei neri, la violenza delle forze dell’ordine, i problemi dei nativi americani sono tutti argomenti molto sentiti (almeno da una parte della società americana) e cosa c’è di più indicato del blues per descrivere disagio, sofferenza e la speranza di un domani migliore? L’album si apre con una versione acustica del tradizionale I Shall Not Be Moved, ma i momenti migliori sono senza dubbio Blues For George Floyd un blues strumentale lento e triste, Black Lives Matter un talking blues che è una denuncia potente analogamente a Navajo Blues che descrive la grave situazione nella quale versano i nativi particolarmente colpiti dal virus. il tutto condito da una certa spiritualità che ha pervaso la vita di Ronnie e qui non si può non citare un’interessante cover di Lord Protect My Child di Bob Dylan.

Non serve che sia io a dirvi se il disco è bello o è brutto, potete deciderlo da soli ascoltandolo in streaming. Io possi dirvi di averlo apprezzato moltissimo, e  non solo il solo evidentemente visto che il disco già al debutto si è posizionato al quarto posto della classifica blues di Billboard. Ricca di simbolismo anche la copertina, un’opera realizzata dall’artista Tracy Kochanski che ha rappresentato una fenice a simboleggiare la rinascita dell’umanità da questi tempi difficili.

 

Track List

  • I Shall Not Be Moved
  • Higher Love
  • Blues For George Floyd
  • You Don`t Know What Love Is
  • Blues For Lucky Peterson
  • Big Town Playboy
  • Albert`s Stomp
  • In The Dark
  • All Your Love
  • Lord Protect My Child
  • Mess Around
  • Talking To Mr. Bromberg
  • Black Lives Matter
  • Blues For J
  • Navajo Blues

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