Shine A Light On Me Brother<small></small>
Rock Internazionale • Rock • Southern Rock

Robert Jon & The Wreck Shine A Light On Me Brother

2021 - Robert Jon Music / Continental Line Music (Europe)

12/09/2021 di Leandro Diana

#Robert Jon & The Wreck#Rock Internazionale#Rock

Robert Jon & the Wreck sono la migliore risposta ai catastrofisti de “il rock è morto”. Formatisi nel 2011 attorno al leader Robert Jon Burrison, dal 2015 hanno pubblicato un disco l’anno, uno meglio dell’altro, sempre con uno stile personale e un suono riconoscibile, tra blue eyed soul, groove southern e il miglior classic rock. Ma, soprattutto, hanno esordito senza casa discografica (con Fire Started nel 2011) e sono tornati a non averne nel periodo di maggior crescita, ossia dal 2019 a oggi, pubblicando forse i loro tre dischi migliori. Quindi nel 2021 è possibile fare buona musica, dischi e tour, anche senza i dead men walking delle case discografiche. E, ovviamente, è possibile ascoltarla, a patto di avere un minimo di voglia di cercarla, senza stare ad aspettare le imbeccate delle quattro solite major...

Shine a Light on me Brother arriva nei negozi (si fa per dire) a circa un anno di distanza da Last light on the highway, disco che li ha fissati nella mia memoria (anche se la copertina di Good Life Pie non mi era sfuggita nelle mie peregrinazioni su Spotify…) grazie a un suono semplicemente perfetto (di cui dirò meglio a breve) che si facevano ricordare facilmente e volentieri tra cui spiccavano Oh Miss Carolina e soprattutto Tired of drinking alone – monumento alla assoluta necessità di socializzazione e convivialità, dell’imprescindibile necessità di “bere qualcosa insieme” – uscito nel momento perfetto (il 30 aprile 2000, in pieno lockdown) con il video perfetto, con amici e fan che cantano insieme alla band la canzone in lip-sync (noi in Italia diremmo “in playback”, con il solito anglismo che però in inglese non esiste) ciascuno con un bicchiere (o una bottiglia) in mano, ma ciascuno in webcam da casa sua. Distanti-ma-uniti in versione rock’n’roll. Semplicemente perfetto.

Ora che nel mondo civile si può tornare a suonare dal vivo pensavo che i nostri promuovessero adeguatamente sulla strada il bel disco dell’anno scorso, e invece no: da bravi artigiani del rock’n’roll si sono messi indefessamente al lavoro ed ecco sfornato il disco nuovo. 

Il suono della band resta lo stesso: sezione ritmica discreta ma dal grande groove (Andrew Espantman alla batteria e Warren Murrel al basso), il meraviglioso hammond sudista (alternato al pianoforte barrelhouse quanto basta) di Steve Maggiora sempre in prima linea, la straordinaria slide solista di Henry James in primissimo piano che non disdegna intrecci con la seconda chitarra suonata dal titolare della ditta. Si aggiungano l’ampio ricorso a cori femminili e a una funzionale sezione fiati, e ricaviamo una piccola summa delle migliori sonorità che ci hanno fatto innamorare del sud degli States pur senza esserci mai stati. Se c’è una piccola novità è l’avanzamento del gospel tra le ispirazioni della band, cosa evidentissima fin dal titolo e dal fatto che la omonima title track apra (alla grande) il disco. La buona novella musicale regna sovrana anche nella seconda traccia Everyday in cui la coralità compagnona chiama alla resistenza quotidiana (“We do what we do to survive”). L’ottima vena compositiva prosegue con Ain’t no Young Love Song in cui sembra che Southside Johnny possa far capolino sorridendo da un momento all’altro a benedire la band e salutare la congregaz…ehm, il pubblico. La canzone è davvero bella e avrebbe tratto giovamento anche da un’esecuzione appena un pizzico sopra le righe, e magari prodotta con un pizzico di edge in più… o forse sono le cuffie che sono tornato a usare in questi ultimi giorni dopo tanto tempo a togliere un pizzico di vita da certe parti dei dischi?

Chicago è una classica soul ballad in bilico tra Stax e Motown, in cui l’impossibilità del futuro amoroso è resa liricamente in modo ironico ma impeccabile con la preghiera che chiude il ritornello “Oh Chicago, keep her warm”. Seee, vabbè…

Da segnalare anche la bella ballata Hurricane, e siamo a metà disco di canzoni tutte valide… intendiamoci: sono valide anche le altre cinque! I ritmi restano moderati, per lo più nel campo della ballata, ma stili e arrangiamenti variano sufficientemente da non indurre stanchezza nell’ascoltatore, e da far apprezzare la varietà degli ascolti cui le dieci orecchie della band devono esser state sottoposte per anni... Da segnalare anche il suono di chitarra, da sogno, che apre Movin’. Il gospel torna per chiudere il cerchio e il disco con Radio e la sua dose di sano citazionismo.

Appare evidente che le doti compositive della band (dichiaratamente divise in modo equanime tra i componenti) migliorano col tempo. Anche se mancano esperimenti compositivi “cinematografici” come la title track del disco precedente (divisa in due parti).

Se si riuscisse a non fare sempre e solo confronti con i favoleggiati “tempi d’oro” e si potesse ascoltare un disco e godersi un concerto apprezzando la capacità di scrivere belle canzoni e di trasmettere belle emozioni nell’eseguirle con muscoli, cuore e sudore dal vivo, sentiremmo parlare più spesso di dischi e artisti come questo, e magari avremmo meno lamentazioni funebri.

Ma c’è qualcosa di originale? Si domanderà qualcuno, in vena di mettermi di cattivo umore… Il genere è quello che è: anche i Led Zeppelin prendevano a piene mani non solo “pura ispirazione” dai loro maestri, nel rock (ma nelle musiche popolari in generale) funziona così. Se cercate innovazioni che i musicologi loderanno per i prossimi trent’anni potete tranquillamente saltare questo disco, ma anche il 99% di rock, blues, country soul, gospel, folk, eccetera. È facile che le atmosfere e le composizioni vi facciano venire in mente qualcos’altro, ma qui funziona così, e ci piace anche. Resta il fatto, comunque, che stile e personalità ci sono in abbondanza e che, di conseguenza, un disco e una canzone di Robert Jon & the Wreck suonerà sempre come una canzone di Robert Jon & the Wreck. 

Altro loro merito, ancor più forse dal vivo, è quello di portare alta la bandiera (pur non venendo dalla Georgia) del southern rock meno hard e più fedele alle ispirazioni originarie. Di californiani che suonavano in modo così impeccabile la musica del sud – al momento – mi vengono in mente solo i Creedence Clearwater Revival. ‘Nuff said.

 

Track List

  • Shine A Light On Me Brother
  • Everyday
  • Ain`t No Young Love Songs
  • Chicago
  • Hurricane
  • Desert Sun
  • Movin `
  • Anna Maria
  • Brother
  • Radio