Meadow<small></small>
− Cantautore, Folk

Richard Buckner

Meadow

2006 - Merge Records
14/02/2007 - di
Tentare di spacciare un disco di Richard Buckner per una novità è impresa ardua. Lo devono sapere bene alla Merge Records che nella cartella stampa le provano tutte per presentare “Meadow” nel modo più accattivante possibile: dalla auspicata reunion di Buckner e J.D. Foster, produttore di classici come “Since”, “Devotion + Doubt” e “Impasse”, ad una band composta, così dicono, da all-star come Doug Gillard (Guided By Voices, Cobre Verde), Kevin March (GBV, Those Bastard Souls, Dambuilders), lo stesso JD Foster e Steven Goulding (Mekons, Graham Parker, Waco Brothers).
Senza nulla togliere alle capacità di questi musicisti, sfido chiunque almeno dalle nostre parti a riconoscerli come rilevanti o di primo livello.
Lo stesso vale per la produzione che non inverte la rotta degli ultimi dischi di Buckner, anzi piuttosto prosegue sulle coordinate indicate da “Impasse” e “Dents and shells”. Solo utilizzando precisi strumenti di misurazione si possono cogliere alcune deviazioni in chiave più rock, che però rientrano subito in un tracciato su cui l’autore avanza con passo costante e regolare.
“Meadow” non è un disco che demerita, anzi, ma è inutile avvicinarlo a “Since” o a “Devotion + Doubt”. Lo stesso “Dents and shells” suonava più particolare con alcuni accorgimenti inusuali in fase di arrangiamento.
Il fatto è che a Richard Buckner non interessa, e non è mai interessato, suonare nuovo o diverso da sé stesso: questo songwriter porta avanti quello che inglesi e americani chiamano “body of work”. I suoi dischi sono tasselli di un unico mosaico che rappresenta l’America come un luogo interiore e di conseguenza le sue canzoni sono pezzi organici, mai troppo differenziati l’uno dall’altro.
Se volete farvi un’idea di “Meadow”, immaginatevi un quadro impressionista, privo di giochi di luce, uno di quelli più stemperati e desolati attraversato solo da qualche riflesso: i ricami acustici di “Mile”, le malinconie aperte dal piano in “Before”, il fingerpicking di “The tether and the tie” e così via. Spiccano il lieve scintillio sull’incedere di “Town”, i graffi di chitarre su “Lucky” e i tocchi di keyboards sulla crescente “Window”, ma si tratta comunque di particolari.
Ascoltare “Meadow” è come passare la notte a guidare attratti dalle luci delle altre auto e dalla segnaletica ai lati della strada. A rafforzare questa forte sensazione di solitudine contribuiscono ovviamente la voce di Buckner e il fondo tremante che le canzoni possiedono. I testi poi sono parole e immagini interrotte, smozzicate, portatrici di un carico interiore mai spiegato.
Insomma, questo non è che un altro disco di Richard Buckner. Potrebbe annoiarvi oppure affascinarvi con la sua forza misteriosa, ma non vi troverete alcuna novità.

Track List

  • Town|
  • Canyon|
  • Lucky|
  • Mile|
  • Before|
  • Window|
  • Kingdom|
  • Numbered|
  • Spell|
  • The Tether And The Tie