A Stanger Here<small> [<strong>Lost & Found</strong>]</small>
Jazz Blues Black − Blues

Ramblin’ Jack Elliott

A Stanger Here [Lost & Found]

2009 - Anti
24/12/2018 - di
Non è uscito sotto le feste e nemmeno in tempi recenti, ma il fascino che ha suscitato alle mie orecchie questo disco, ne fa il mio album di Natale. Sarà per lo spirito malinconico, per le canzoni di deriva, per l’immagine che mi resta da questo ascolto di una tormentata ricerca dell`anima, ma A Strange Here di Ramblin’ Jack Elliott è un disco disperatamente natalizio. Perlomeno dall’angolatura con la quale la sottoscritta osserva il Natale: giornate piene di pensieri, di mestizia, di ricordi che piegano l’anima e spezzano il cuore cercando intorno affetti che non ci sono più.

Dieci canzoni di classici acustici-blues dell`epoca della Depressione che Elliott interpreta divinamente, da un lato trasferendo l’impronta della saggezza dei suoi 77 anni all’epoca dell’anno d’uscita (2009), dall’altro lasciando emergere con naturalezza il carattere sbarazzino che appartiene al suo personaggio. Da iconico narratore folk che fino a quel momento era stato, all’aver saputo rivivere con uno spirito da vero bluesman quei brani appartenuti alla tradizione delle radici, attraverso quella stanchezza lenta e quello charme stagionato che la produzione di Joe Henry (Bettye LaVette, Solomon Burke, Elvis Costello, Allen Toussaint) ha reso sublime, mettendo Elliott al centro della registrazione. I musicisti (tra i quali Van Dyke Parks al piano e David Hidalgo chitarre e accordion), solidi e con un gusto sopra le righe, suonano sempre con ragguardevole rispetto, quasi ad indicare una riverenza nei confronti di quella musica che è appartenuta a un’epoca; si propongono delicatamente, come se fosse il loro modo per introdurre all’atmosfera di un sound che vuole rivelare una storia. L’interpretazione di Jack è così onesta che racconta di un tempo in cui la voce di un uomo era la misura della sua anima, che raffigura passi pesanti fra la polvere, quando nessuno poteva permettersi niente se non la speranza  all’orizzonte.

Canzoni cupe e disperate, figlie dei dolorosi anni trenta, canzoni in bianco e nero.

La lettura di Soul of a Man di Blind Willie Johnson è semplicemente straordinaria, con quello slide tetro e inquietante che sembra quasi dare voce al lato nudo dell’anima, a uno spirito in bilico. Le chitarre e il ghostly dobro di Greg Leisz (un maestro), le percussioni e il basso si costruiscono ipnoticamente attorno alla trama, dipingendo una dimensione limbica.

Gli arrangiamenti sono ammalianti ed evocativi, e alcuni blues, come Death Don’t Have No Mercy del Rev. Gary Davis, diventano danze macabre, specie per merito del pianoforte invecchiato di Van Dyke Parks. Le crepe nella voce di Elliott la fanno ruvida di sofferenza, diventa una supplica, accompagnata da un piano compassionevole e dalle lacrime di un mandolino, prestata ai drammi sociali del blues, quello vero.

Una tristezza natalizia che rievoca il mondo dei disperati, dei losers, quelli che vivono di auspici e nient’altro, che ogni giorno si aggrappano alla precarietà delle loro vite, di coloro che hanno solo se stessi e si ritrovano al freddo sotto le ombre dei grandi alberi di Natale del consumismo.

Così come le cupe atmosfere di Grinnin’ In Your Face, un monito all`ipocrisia, un tormentato blues introdotto dal suno profondo del basso e da un angosciante triangolo percussivo. Elliott trasmette il dolore e la rassegnazione del lamento di Son House e un ritmico groove, quasi funereo, assieme a un lugubre pianoforte, chiudono il pezzo.


Un omaggio a quella gente che si ciba di una forza di volontà encomiabile, gente in grado di accogliere anche la morte come un qualcosa che “comunque deve accadere” e allora perché respingerlo con la tristezza nel cuore. In Rambler’s Blues di Lonnie Johnson, introdotta da una bottle-neck guitar dai toni liturgici, si viene catapultati nel tipico incedere del sound di New Orleans, dove anche i cortei funebri sono in grado di tingersi dei colori di una festa, mentre l’attitudine country di Jack Elliott affiora soave nell’arrangiamento di Richland Women Blues, di Mississippi John Hurt, in cui cantano mandolini trillanti e un pianoforte jazzy, mentre una voce chiassosa esprime l’audacia di una donna seducente e tentatrice, che chiama passione e voluttuosità.

Una nota di ottimismo (magari rivolta a un prossimo Natale che possa donare tempi migliori) si cela in The New Strangers Blues di Tampa Red, dove nonostante i “blues” siano sempre in agguato e continueranno ad inseguire territori familiari, anche quando un uomo potrà essere stanco affamato e dolorante, la speranza è lì all`orizzonte, bisogna solo continuare a muoversi.

Un disco raro e sincero, profondamente ispirato, un punto di riflessione, che trovo attualissimo, che suona spartano e polveroso come le rocciose radici da cui deriva, ma risulta ben equipaggiato per essere moderno, con quell’atemporalità emotiva alla Johnny Cash e Ry Cooder che tanto ancora riesce a commuovere, come il Natale….

Track List

  • Rising High Water Blues (Blind Lemon Jefferson)
  • Death Don`t Have No Mercy (Reverend Gary Davis)
  • Rambler`s Blues (Lonnie Johnson)
  • Soul of a Man (Blind Willie Johnson)
  • Richland Women Blues (Mississippi John Hurt)
  • Grinnin` in Your Face (Son House)
  • New Stranger Blues (Tampa Red)
  • Falling Down Blues (Furry Lewis)
  • How Long Blues (Leroy Carr)
  • Please Remember Me (Walter Davis)