New York Paradox<small></small>
Jazz Blues Black − Jazz

Omer Avital & Qantar

New York Paradox

2020 - ZamZama Records / Jazz & People
13/05/2020 - di
Qantar” di Omer Avital - alla sua seconda opera discografica -  è il più recente e intenso frutto del rapporto longevo, ancorché alterno e talvolta conflittuale, fra due comunità, quella ebraica e quella africano-americana che, sicuramente in ambito musicale (ma non solo), non hanno mai smesso di essere vicine e di collaborare. Si potrà facilmente obiettare che in quest’incisione non vi sono artisti africano-americani, ma solo eccellenti musicisti israeliani trapiantati negli Stati Uniti, e che molti dei materiali musicali utilizzati sanno distintamente di Medio Oriente (Alex Dutilh ha parlato di “Jazz Messengers del Mediterraneo”); in realtà, la lezione dell’improvvisazione hardboppistica coltraniana e post-coltraniana è evidente (in modo precipuo nel lavoro dei due eccellenti sassofonisti Asaf Yuria e Alexander Levin), senza essere puramente emulativa.  Peraltro, Avital, come e più degli altri componenti del gruppo, ha lavorato e collaborato con i più significativi musicisti africano-americani dell’area newyorkese (da Roy Haynes e Al Foster  a Mark Turner, da Jimmy Cobb a Greg Tardy, da Nat Adderley a Steve Grossman e Jason Lindner e Rashied Ali) sin da quando si è trasferito negli Stati Uniti nel 1992.

Le sue melismatiche composizioni  (si faccia attenzione alla superba “Just Like the River Flows”) esibiscono perciò un tratto metropolitano e cosmopolita tipicamente newyorkese (si ascolti la composizione che dà il titolo all’album) sul quale s’innestano più aspetti altrettanto  cosmopoliti e identitari: quello israeliano (che include il concentrato policulturale del ritorno dalla Diaspora), quello ebraico diasporico e, più specificamente, quello ebraico sefardita, con le sue connessioni con il mondo arabo, nordafricano e spagnolo (e che nel caso del contrabbassista –si ascolti “Shabazi”, dedicato al poeta yemenita Rabbi Shalom ben Yosef ben Avigad Shabazi - discende dalle sue origini yemenite e marocchine, condivise con gli altri componenti del gruppo e specialmente con il giovane e impressionante batterista Ofri Nehemya, che fa mostra di un amplissimo vocabolario poliritmico, come evidente nel suo splendido assolo in “Shabazi”). Il jazz post-coltraniano africano-americano d’impronta newyorkese (con venature funky e bluesy e momenti di rilassato “laid-back” che non dimenticano l’insegnamento linguistico delineato da Cannonball Adderley: il contesto in cui opera “Qantar” non ha legami evidenti con alcuna estetica bianca) fa così da significante a un coacervo di influenze pluridiasporiche (esaltato dal contesto polietnico di Brooklyn, dove il gruppo è nato e opera: non casualmente, in talune pagine emerge anche il vernacolo musicale afro-caraibico) che tocca quattro continenti e che, soprattutto per le tradizioni che raccorda e ricorda, esplica un approccio fortemente comunitario, corale e rituale all’atto del “far musica”. Non era perciò casuale che  la prima testimonianza discografica di “Qantar” si chiudesse con un tema di chiara impronta mingusiana: non solo perché Mingus è un esplicito riferimento per lo strumentismo di Avital, non solo per una sorta di omaggio alla tradizione africano-americana adottata da questi musicisti (come è trasparente in una composizione venata di soul e gospel come “It’s All Good”, o in pagine come “Today’s Blues” e “C’est Clair”), quanto per una forma di logico riconoscimento di una filiazione anche in “New York Paradox” ben avvertibile,  ché la capacità del leggendario compositore e contrabbassista di fagocitare e rileggere materiali diversi con una cifra autoriale di visionaria modernità rimane a oggi un modello etico e estetico insuperato e di influenza primaria sull’evoluzione dell’improvvisazione contemporanea.

Colpiscono di queste pagine l’originale e sofisticata ispirazione, l’esaltante estasi polifonica, l’abbandono gioioso alla cantabilità, la ricchezza ritmica, il colorato flusso melodico, l’eloquio musicalmente poliglotta, l’altissimo artigianato con cui ogni interpretazione viene accuratamente cesellata: per quanto incisa in un’unica sessione, dal vivo e senza “ritocchi”,  la spontaneità esuberante avvertibile in tutta l’opera non pesa sulla limpida precisione con cui vengono eseguiti gli arrangiamenti, che a loro volta -e nonostante una certa complessità- non “ingabbiano” l’eloquenza dionisiaca dei superlativi solisti, fra i quali si fa notare il sofisticato e sensibile pianista Eden Ladin. Anche quest’opera si chiude con un obliquo ma esplicito omaggio alla tradizione dello hard bop africano-americano: in “Bushwick After Dark”, che fa chiara allusione a “Bohemia After Dark” di Oscar Pettiford, i materiali vengono elaborati in una sintesi che –pur mantenendo una definita personalità- richiama sia l’estetica mingusiana che quella codificata dai gruppi guidati da Art Blakey o Horace Silver. Un finale adatto a richiamare un omaggio bellamente idiomatico a una tradizione, quanto alla sua capacità e volontà di rinnovarsi. La musica di Omer Avital è fra le testimonianze più signficative ed eccitanti del futuro di un nuovo melting pot.

Track List

  • Shabazi 07:05
  • Zohar Smiles 07:26
  • New York Paradox 07:59
  • Just Like the River Flows 09:09
  • It`s All Good (Late 90s) 05:14
  • Today`s Blues 06:13
  • C`est clair 07:22
  • Bushwick After Dark 06.34