Feels like home<small></small>
− Americana

Norah Jones

Feels like home

2004 - BLUE NOTE
23/04/2004 - di
C’è chi la condanna al girone dei commerciali e chi la invoca come testimone della musica di qualità nel mondo, chi la bandisce come un’appestata e chi la addita come una portatrice sana, buona a spianar la strada ad altri a venire.
Qualcuno forse si troverà stupito nel vederla recensita anche su queste pagine, da sempre poco inclini a dare spazio ai cosiddetti “fenomeni”: il fatto è che Norah Jones di fenomenale non ha nulla, vendite a parte. Il particolare non è cosa da poco, anzi, è proprio questa la causa scatenante di elogi e di accuse, i primi basati su un’illusione (le cifre che ruotano attorno alla ragazza) e i secondi su un pregiudizio (chi vende è venduto).
Norah Jones in fondo è una ragazza che fa musica e, nel suo genere che è pop, lo fa bene. Nulla a che fare col jazz, soprattutto in questo disco. Niente a che vedere col rock, a parte qualche arrangiamento preso in prestito.
Quindi si provino a chiudere gli occhi e ad affrontare questo disco, prestando orecchio solo alla musica: dimenticate i Grammy Awards, cestinate le copertine dei magazines, ignorate classifiche, radio e video. Solo la musica. Solo Norah Jones. È una fatica non da poco, ma può dare i suoi frutti: innanzitutto, la scoperta di un buon disco, leggero ed emozionante, per una volta immediato, ma non ruffiano. Già l’iniziale “Sunrise” rivela la pasta di cui è fatto l’album: leggera, appena zuccherata, con un coretto da canticchiare e un gusto sottile, che rimane sotto il palato.
A differenza delle altre giovani voci femminili in circolazione, Norah Jones sa cosa canta: la ragazzina non si fa vincere dall’ambizione, nemmeno di fronte a veri e propri monumenti della canzone americana come Townes Van Zandt e Tom Waits. Le sue interpretazioni sono di una semplicità toccante, suonate come si deve, con tanto di fisarmonica, resonator guitar, wurlitzer, violoncello, tutto dosato in modo molto genuino. D’altronde lei si può permettere di avere, in veste di sessionmen, nientemeno che Levon Helm e Garth Hudson (The Band), o di chiamare Dolly Parton come compagna di microfono per un bluegrass dai sapori traditional. Nonostante questo la Jones non è un talento costruito ad arte: i suoi meriti sono evidenti, sufficienti anche per colmare la mancanza di una scrittura propria.
Chiude il disco “Don’t miss you at all”, un pezzo che riprende “Melancholia” di Duke Ellington, con il soffio di una tromba che sfiora il jazz (eccolo che torna il fantasma) e che avrà messo a posto la coscienza anche a quelli della Blue Note (etichetta jazz per eccellenza).
Quello che Norah Jones porta con sé è una bontà di stampo pop, pregevole e innocente nella sua giovinezza. È forse una colpa?

Track List

  • Sunrise|
  • What Am I To You?|
  • Those Sweet Words|
  • Carnival Town|
  • In The Morning|
  • Be Here To Love Me|
  • Creepin´ In|
  • Toes|
  • Humble Me|
  • Above Ground|
  • The Long Way Home|
  • The Prettiest Thing|
  • Don´t Miss You At All

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