Carnage<small></small>
Rock Internazionale • Songwriting

Nick Cave and Warren Ellis Carnage

2021 - Goliath Records

16/04/2021 di Luca Andriolo

#Nick Cave and Warren Ellis#Rock Internazionale#Songwriting

Questa è una recensione tardiva. Ed è diversa da quella che sarebbe stata dopo i primi ascolti: ora il tempo per tutti è sospeso in un’attesa irrisolta e un’opera attuale e personale come Carnage richiede tempo per svelarsi e sedimentare. D’altronde, il disco in formato fisico uscirà solo a maggio. L’antefatto è la catastrofe collettiva della pandemia, la novità è la prima collaborazione – dopo le colonne sonore – firmata da Cave insieme al fido Warren Ellis in un album di canzoni. Dovevano passare gli entusiasmi di chi grida al capolavoro ad ugni uscita dell’artista australiano e la preoccupazione di chi identifica nel disco la fine dei Bad Seeds, band tra l’altro mutevole e più volte mutata nel tempo; doveva passare la sorpresa per un disco non annunciato che anzi arriva dopo dichiarazioni sull’importanza del silenzio in un momento storico confuso e difficile, così come la tentazione di considerare il lavoro come un seguito al precedente Ghosteen (2019),  un album quasi esclusivamente elettronico ispirato alla musica ambient, lontano anni luce tanto dalle ballate morbide e morbose del Cave maturo che dalle abrasive esplosioni noise dei Bad Seeds di un tempo. Se la creatività è sempre stata la relativa salvezza del Nostro – un tempo schivo, riservato e abituato a scavare nel torbido dell’esistenza, ora più aperto, quasi ecumenico e tentato dalla ricerca di relative scintille di speranza – questa cronaca della carneficina in corso abbraccia dimensione personale e collettiva, senza risparmiare riflessioni sulla cronaca e finanche sulla politica, insieme alla vecchia, irrinunciabile ricerca di un senso nella tragedia, che può diventare invocazione o inno, fino a stemperarsi nella fortunatamente mai persa ironia dolente.

L’opera è breve e urgente, a tratti anche non rifinita, sebbene non manchi un’omogeneità di suono e d’intenti impossibile da ignorare.

Hand Of God rimanda a sequenze cinematografiche e insieme pare omaggiare Scott Walker. E come il lavoro di Walker, benché la statura vocale non sia in realtà paragonabile, il tutto sfiora disinvoltamente l’autoparodia. La musica arriva a ricordare i Suicide nella cupezza ipnotica dell’incedere. Il tema è caro al Cave predicatore oscuro innamorato del blues: la mano di Dio si abbatte sull’umanità, lasciando increduli e sconcertati. Purtroppo insieme all’enfasi emerge un po’ di retorica. Old Time, meno orchestrale e guidata da una percussività minimale ma importante, vocalmente ricorda addirittura quel Simon Bonney che fu, con i suoi Crime & The City Solution, compagno di scuderia dei Bad Seeds ai tempi del Cielo Sopra Berlino di Wenders, benché con meno fortuna (la band fu fondata tra l’altro da Rowland Howard appena conclusa l’esperienza con i Birthday Party e vedeva Mick Harvey alla batteria). Il violino prende il centro della scena con autorità e sonorità ardite, ribadite da una chitarra misurata e abrasiva. La title track riecheggia più da vicino le atmosfere elettroniche e fluttuanti di Gosthteen, forse un po’ stucchevolmente. Gli archi e i cori, su un suono di glockenspiel, portano a un vocalizzo in falsetto che un tempo nessuno si sarebbe mai aspettato da Cave. White Elephant ha un approccio radicale con loop e recitativo. Poi entra la batteria, i cori gospel e tutto deraglia. Eppure, non è The Good Son, per intenderci, e si può collocare dalle parti di Abattoir Blues / The Lyre Of Orpheus (2004). Il tutto è troppo malfermo per essere sobrio e troppo educato per essere ebbro. Albuquerqe corteggia ancora una volta la musica ambient. Il brano parla di viaggi che non verranno fatti, di luoghi che non saranno visitati: forse la prospettiva poetica è persino un poco banale. La melodia vocale è sostenuta con impegno, il finale un pigro fade-out. Di nuovo archi cameristici in Lavender Fields, poi i cori un poco ecclesiastici rischiano il melenso. La canzone parla di spaesamento e di viaggio: i campi di lavanda sono la natura che ci trasforma, che ci ostacola e accompagna, che profuma ma resta altera ed indifferente: “The lavender is tall and reaches beyond the heavenly cover / I plough through this furious world of which I'm truly over”.

Shattered Ground è ancora più sospesa; purtroppo la ripetitività della linea melodica non aiuta ad allontanare lo spettro di un po’ di tedio, nonostante lo sforzo interpretativo. Il testo sfiora la prevedibilità romantica con disinvolta ironia: “The moon is a girl with tеars in her eyes / Who is throwing hеr bags in the back of the car / I'm not even remotely surprised.” La conclusiva Balcony Man (il balcone è stato per tutti l’unico affaccio sul mondo nell’ultimo anno) ci restituisce un Cave vocalmente molto ispirato, in grado di declamare e sussurrare, su un tappeto evanescente su cui si affaccia un piano secondo la miglior tradizione. Gli archi soffusi rendono la canzone ancora più romantica e la produzione più trattenuta garantisce la nascita di un nuovo piccolo classico. La figura della moglie, l’importanza dell’amore, la costanza della bellezza emergono con sincerità: “This morning is amazing and so are you”. Il finale recita, testualmente: “And what doesn't kill you just makes you crazier”, che è una sacrosanta verità, ma più che alla poesia sepolcrale rimanda un poco alle frasi dei fumetti.

Insomma, il vecchio Cave con il suo fido polistrumentista ed amico è ancora in grado di avventurarsi in terreni inconsueti, di proporre a un pubblico mainstream, inaspettatamente guadagnato negli anni, una musica con tratti di osticità, ma come ebbe a dire lui stesso a proposito di Lou Reed (altro maudit storico): essere gratificati in vita da eccessiva gloria a volte non è il modo migliore di nutrire la propria musa. Il disco infatti è superiore alla media, ma anche tronfio ed autoindulgente, così le liriche scavano a volte in profondità, a volte restano in superficie nel tentativo di scattare un’istantanea allo Zeitgeist, presentata però come un affresco. È l’interpretazione, in fin dei conti, a ristabilire l’equilibrio, anche più della musica. E in questo campo è innegabile che Cave abbia continuato a studiare e a rifinire il proprio stile, nel bene e nel male. In altre parole, non ha mai cantato meglio, ma a volte ha cantato canzoni migliori.

Sicuramente questa nuova veste è destinata ad evolversi ulteriormente e chissà che non si possa, un giorno, apprezzare la resa dal vivo delle canzoni.

 

 

Track List

  • Hand Of God
  • Old Time
  • Carnage
  • White Elephant
  • Albuquerque
  • Lavender Fields
  • Shattered Ground
  • Balcony Man