Ghosteen<small></small>
Rock Internazionale − Songwriting

Nick Cave And The Bad Seeds

Ghosteen

2019 - Awal-Ghosteen Ltd
04/10/2019 - di
L’ultimo album di Nick Cave & The Bad Seeds è un disco destinato a dividere, che presenta conferme e novità.

 Le conferme sono l’aspetto della preminenza testuale affidata a uno spoken di indubbio mestiere, il ritorno di immagini e icone persistenti quali Elvis Presley (che compare dai tempi di Saint Huck e Tupelo) e Gesù Cristo, un’ineludibile persistenza della morte, la mai spenta ansia di redenzione e rinascita, una disinvolta presa sulla forma-canzone, riafferrata un attimo prima della sua scomposizione in flusso sonoro. Le novità sono la rinuncia al baritono declamatorio per far spazio a una voce fragile, complessa, capace di stupire con piccole increspature sulla chiusura di una frase, ricca di un pathos quasi trattenuto ma sempre presente (anche coraggiosamente prossimo alle lacrime) e soprattutto di avventurarsi in territori tenorili e inaspettati falsetti. Tra conferma e novità c’è la preminenza dell’elettronica, già presente nei droni ambient del disco precedente, ma qui portati quasi al confine con un’estetica dream pop dalle timbriche analogiche di stampo post-prog.

 Ghosteen è quindi un disco destinato a dividere, e ciò non può essere che un bene, fin dal kitsch ostentato della copertina. Qualche fan griderà al tradimento (che è in verità una rivoluzione stilistica cominciata almeno tre dischi fa, con Push The Sky Away, 2013), altri apprezzeranno un poco acriticamente, sorvolando sui cori zuccherosi e su certi effetti di sintesi quasi ingenui e su alcune ridondanze, altri ancora rimarranno sospesi per un po’ di fronte a un disco mesto e doloroso, ma anche mistico e quasi forzatamente rivolto a una speranzosa carezzevolezza, a tratti efficace e salvifica, a tratti quasi soporifera. Ad alcuni potrà sembrare che il disco si spinga nella direzione di Scott Walker per fermarsi a Anthony, alcuni ravviseranno nella sempre più necessaria ed evidente presenza di Warren Ellis la fine della band (che è sempre stata multiforme e permeabile alle personalità che affiancavano il leader), altri potranno legittimamente notare una certa uniformità sonora a detrimento delle dinamiche. Verranno citati i nomi più disparati, lontani dall’immaginario tradizionale dei Bad Seeds, dal Bowie di Warszawa a Brian Eno, qualcuno oserà accostamenti più arditi (forse una piccola ombra di Thom Yorke? Magari i Tangerine Dream di Zeit?). I più fedeli non riusciranno mai ad ammettere che l’apertura solenne della title track viaggia sul confine tra il lavoro nelle colonne sonore della coppia Cave/Ellis e un brano di Enya e che, se non fosse per l’interpretazione accorata o perché a Cave si perdona tutto, sarebbe forse il punto più basso di questo lavoro.

 Ma Cave è da tempo considerato un Autore importante sul piano lirico, perciò occorre soffermarsi sui testi, più ancora che in passato. Ecco, sul piano testuale, l’artista australiano ci informa: i primi otto brani sono i figli, le tre lunghe composizioni del secondo disco sono i genitori. E il Cave che parla non è più quello che inscenava psicodrammi nichilisti in veste di punk rocker al confine col cabaret nei Birthday Party, né quello che pennellava di nero e noise la tradizione blues e la ballata tipica della musica d’autore, portandone i topoi alle estreme conseguenze. Questo è il Cave aperto ed ecumenico che sul suo sito risponde alle domande dei fan, quello che autorizza la realizzazione di documentari su di lui anche nei momenti più difficili (One More Time With Feeling, 2016), infine quello che sceglie di fare un tour in cui, di base, dialoga con il pubblico. E se si pensa che le maschere siano dismesse e i simboli debbano far spazio al personale, questa volta si è autorizzati a pensare che l’eco della morte del figlio Arthur, avvenuta nel 2016, sia davvero il fulcro di questo requiem, come si era già detto, non senza una punta di morbosità, del precedente Skeleton Tree, mentre nelle canzoni di fatto la tragedia non è realmente entrata a livello di testo.

Siamo dunque di fronte al Magic & Loss caveiano?

Forse sì, ma proprio in quanto opera di King Ink, fin dall’inizio si torna nei territori soliti della canzone che riflette su se stessa, del potere dell’arte e la trasfigurazione del mito, della ritualistica sacra e profana: all’inizio era il Verbo, ma anche il canto, come sostiene Rilke nei Sonetti ad Orfeo: “Once there was a song, the song yearned to be sung, / It was a spinning song about the king of rock `n` roll.” E poi, come in I need you sul disco precedente, si parla dell’amore per chi se ne va, che però porta a una speranza, all’attesa di un ritorno (“waiting for you to return”, ritornello del brano omonimo), a una prospettiva sempre biblica, ma che sostituisce la ricerca di lamentazioni veterotestamentarie (e molto blues) con la prospettiva cristiana. Certo, non tanto lontane suonano le parole del Bob Dylan più torrenziale e del Leonard Cohen più dialettico e introverso, ma lo stile è caveiano fino quasi all’autoreferenzialità. Quando il giovane spettro parla (Ghosteen Speaks), non può dire altro che in fondo è ancora qui, dentro chi l’ha amato. E il mondo è comunque meraviglioso, insiste Cave, ma c’è qualcosa di più struggente che cantare la gioia dalla prospettiva del dolore? Forse inserire questo dolore nella gioia stessa, (il dolore che in Lime Tree Arbour scorreva attraverso la vita come acqua): “I love my baby e my baby loves me” canta con la sua voce più profonda e oscura in Leviathan e la frase prende un tono sinistro e paradossale, come ai tempi delle Murder Ballads (1996). Ma tutto è paradosso e mistero: “Jesus lying in his mother’s arms / is a photon released from a dying star / we move through the forest at night / the sky is full of momentary light” ci dice l’insinuante Fireflies (note sparute e sperdute con voce recitante), per lasciarci alla chiusura nella sua circolarità: il mantra “Peace will come, a peace will come, a peace will come in time” di Spinning Song, in apertura, riecheggia in “And I`m just waiting now, for peace to come, for peace to come” nelle ultime parole dell’ultimo brano, Hollywood, dopo questa notte passata coi fantasmi.

 

Track List

  • Part 1
  • 1. The Spinning Song
  • 2. Bright Horses
  • 3. Waiting For You
  • 4. Night Raid
  • 5. Sun Forest
  • 6. Galleon Ship
  • 7. Ghosteen
  • 8. Speaks Leviathan
  • Part 2
  • 1. Ghosteen
  • 2. Fireflies
  • 3. Hollywood