The 2nd Law<small></small>
Rock Internazionale − Alternative − alt-rock, opera-rock, prog, electro, experimental

Muse

The 2nd Law

2012 - Warner Bros./Helium-3
02/10/2012 - di
Instant-Review

In che direzione musicale stanno procedendo i Muse? Passate alla domanda di riserva, perché per ora sembrano avere le idee piuttosto confuse. Sono appena tornati con il sesto album 2nd Law ed ovviamente sono pronti a risommergerci con un magma musicale ribollente di pathos, acuti vertiginosi, ormai quasi lirici, testi drammatico-apocalittici e virtuosismi di chitarre elettriche (nuovamente più protagoniste, dopo album in cui le suite erano soprattutto affidate al piano). E fin qui non c’è molto di cui stupirsi. Ma Bellamy si è preso una sbandata per il dubstep, che in un gruppo le cui tendenze musicali magniloquenti tendono da tempo al mainstream e che dell’elettronica ha sempre fatto un uso abbastanza annacquato, può portare in direzioni molto diverse da quelle auspicate: in Follow Me l’uso dei synths sembra una citazione maldestra degli anni ’80 che ora suonano più datati; a tratti questo brano, complice un ritmo un po’ disco, ricorda, oltre a qualche episodio musiano precedente, persino una The Never Ending Story, per cui proviamo un affetto generazionale, ma che non è probabilmente il brano più originale firmato da Moroder. E quando i suoni si fanno più cupi e distorti, il pezzo si fa ancora più kitsch. La strumentale Unsustainable invece è ai limiti di un plagio da Skrillex, di gusto discutibile.

Poi chissà se qualcuno ha fatto notare a Matt che la sua voce insieme potente e vellutata poteva misurarsi con qualcosa in più dell’accenno di r’n’b di un brano come I Belong To You; fatto sta che in un paio di brani, come il singolo Madness, sembra georgemichaelizzato e ti lascia perplesso a chiederti “perché?”. Non è privo di interesse o fascino lo strizzare l’occhio dei Muse alla black music (soprattutto al funky) con Panic Station, che sfodera un groove dotato di non poco appeal, accoglie anche i fiati e probabilmente guarda anche ai Queen dei primi anni ’80, specialmente nei bassi; però il trio inglese fino ai primi due (facciamo tre, via) dischi, era esponente di un alt-rock prepotente e insieme raffinato: perché non ha approfondito quella strada, ora deviando verso il pop, ora sbilanciandosi troppo sul versante più barocco dell’opera-rock, ora facendo confuse incursioni in tradizioni musicali lontane dalla loro storia? Si potrà sperimentare ancora nel rock, senza imbastardirsi, confondendosi con i primi Fun. che passano per strada, o, al contrario, perdersi in eccessi di scomposizione elettronica della melodia (leggi Radiohead)?

Ben venga la varietà, ma governata da una “visione” della propria musica che mostri una qualche idea, anche nuova e spiazzante, ma chiara (e provate a capire quale idea di fondo regga un brano come Big Freeze, tra momenti melodici da canzone natalizia, chitarre anni ’90, ovviamente queeniche, ritmica talora cupa e suoni liquidi); ben vengano le contaminazioni, ma se partorite da studio e riflessione. Ben venga che Bellamy, mettendo da parte il naturale protagonismo della sua voce, si eclissi vocalmente dall’ultima parte dell’album e abbia fatto posto, in particolare, a due brani del bassista Chris Wolstenholme, che fa il suo esordio anche in veste di cantante, ma Save Me ha una linea vocale molto statica e il fiorire fantasioso di chitarre, talora sacrificato nei volumi, non basta a riscattarlo; Liquid State ha un riff di base che ringhia bello cattivo e la ritmica in evidenza, però, complice il cantato scialbo di Chris, sembra una b-side dei Foo Fighters. Anche in questo caso poi il brano non trova uno sbocco liberatorio e un’apertura efficacia e sembra contorcersi vanamente.

Si ha un po’ il sentore insomma che i brani più riusciti del disco siano proprio i meno innovatori, in cui però almeno la band è ben più a suo agio: Explorers è una classica ballatona pop-rock che non aggiunge niente alla storia del genere, nonostante sia sostenuta da una voce poderosa e accorata che molti gruppi non avranno mai, e all’inizio ricorda pure a tratti nella linea vocale l’apertura slow di Don’t Stop Me Now dei Queen; però è risultato di un’alchimia perfetta di elementi che appaiono da brividi, se si supera la diffidenza verso il pop. Sebbene duri un po’ troppo, è un gioiellino di delicatezza e potenza, tra incanti da carillon, violini, crescendo e coretti.

Analogamente l’opera-rock di Supremacy sfoggia la tradizionale teatralità dei Muse, ma si muove almeno in un campo che la band sa dominare in modo magistrale, tra pomposi momenti orchestrali e chitarre virulente quasi metal. E in questo contesto la semi-citazione di Kashmir (mica bruscoletti) è un pregio. Considerazioni simili si possono fare per gli arrangiamenti grandiosi di Survival, canzone composta per le Olimpiadi, per quanto suoni così eccessivamente maestosa da far sorridere.

Tra i pezzi in cui i Muse hanno provato a rinnovarsi, da salvare comunque la seconda parte della suite che dà il nome al disco, la conclusiva Isolated System, in cui la band mette a frutto la forza evocativa e cinematica della sua musica, guardando al rock sinfonico più elegante e al prog: è un brano lunare, misurato, in cui piano, palpiti di sample, violini e ritmo trovano un raro equilibrio, risuonando insieme tesi e onirici. Forse Bellamy e soci potrebbero ripartire da qui, o dalle chitarre visionarie e corrosive di un pezzo un po’ “minore” (o semplicemente “perso” nel rutilante caos del disco?) come Animals

Track List

  • Supremacy
  • Madness
  • Panic Station
  • Prelude
  • Survival
  • Follow Me
  • Animals
  • Explorers
  • Big Freeze
  • Save Me
  • Liquid State
  • The 2nd Law: Unsustainable
  • The 2nd Law: Isolated System