The blacklight trap<small></small>
− Rock, Americana

Milton Mapes

The blacklight trap

2005 - UNDERTOW
06/07/2005 - di
Già col precedente “Westernaire” i Milton Mapes avevano dato l’impressione di potersi distinguere all’interno di quell’enorme calderone che è il genere Americana o, se preferite, roots-rock. Solo che quel disco pagava un eccesso di genuinità sonora e qualche debito di troppo nei confronti di Neil Young. Ora la band di Greg Vanderpool arriva a pubblicare per la Undertow, il che segna un bel passo avanti e qualche piccola novità, compreso un paio di innesti in formazione (Cliff Brown Jr. e Jim Fredley).
C’è subito da notare come “The blacklight trap” sia il meno immediato dei lavori della band: meno alt-country e per questo più personale dei suoi predecessori, l’album suona oscuro e precario, non facile e non così piacevolmente rockeggiante come ci si potrebbe aspettare da una band della provincia americana.
Il riferimento va sempre a Neil Young e a dischi come “On the beach”, ma è come se i Milton Mapes avessero deciso di scavare il loro spettro sonoro soffermandosi ulteriormente sui paesaggi desolati che già apparivano in “Westernaire”. Il disco si compone di ballate scarne, sfiorate da un vento nocivo che spegne più di una velleità ritmica e concede solo qualche spasimo elettrico.
Nulla è lasciato ad un facile ascolto e questo permette di sfruttare al meglio la scrittura e la voce di Vanderpool, centrate su di una poetica implosa, che guarda il mondo da un luogo estremamente isolato, al limite di una terra di nessuno. Le canzoni hanno bisogno di essere attraversate più volte: ad un primo ascolto sembrano un territorio immobile, restio a farsi visitare, ma, una volta che ci si comincia ad orientare e a riconoscerne le caratteristiche, rivelano sfaccettature mai univoche.
Più volte il canto e l’andamento dei pezzi ricordano certe ballate ipnotiche di Eddie Vedder (Pearl Jam), allo stesso modo in cui la precarietà elettrica degli strumenti fa baluginare in lontananza miraggi garage e post. Il fatto è che “The blacklight trap” è disco fatto di crepe e di echi, di canzoni che si emarginano a lato delle solite suddivisioni geografiche: il pregio di pezzi come “Bowie AZ” e “Tornado weather” sta proprio nella capacità di crearsi delle zone d’ombra soppesando i suoni e delegandoli spesso agli attriti tra le chitarre o al rintocco dei piatti.
La tradizione non viene mai a mancare, seppur percorsa da una tensione sotterranea che mantiene lontana qualunque speranza (“Waiting for love to fail”). Il rischio è di cadere preda di una mono-tonia che è parte innegabile di un ambiente tanto desolato, ma i Milton Mapes hanno coscienza di ogni passo e non cadono nella trappola: “Underneath the river runs” fa memoria di una storia di massacri, mentre “When the earth’s last picture is painted” è costruita su una poesia di Rudyard Kipling.
Tutto questo li rende una band meritevole di essere seguita: una delle tante sbucate dalla provincia americana e dall’alt-country, ma anche una delle poche in grado ultimamente di tentare un proprio percorso. E fa di “The blacklight trap” un disco a sé stante, per quanto pur sempre vicino ai luoghi di Neil Young e dei Magnolia Electric Co.

Track List

  • In The Corner Where It All Began|
  • Thunderbird|
  • The Blacklight Trap|
  • Bowie AZ|
  • Waiting For Love To Fail|
  • Tornado Weather|
  • Underneath The River Runs|
  • When The Earth´s Last Picture Is Painted|
  • Craters Of The Moon

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