Rubberband<small></small>
Jazz Blues Black − Jazz

Miles Davis

Rubberband

2019 - Rhino/Warner Records
22/09/2019 - di
Una sofisticata operazione di rianimazione musicale: è questa forse la definizione migliore per Rubberband, il “nuovo” disco di Miles Davis ottenuto ripescando delle session registrate più di trent`anni fa, le prime in assoluto del trombettista per la Warner. I produttori-musicisti coinvolti (Randy Hall, Attala Zane Giles, Vince Vilburn Jr.) sono gli stessi di allora ed è difficile capire cos`è davvero rimasto del lavoro di un tempo e cos`è stato “riscritto”, nel tentativo di dare una spolverata di contemporaneità a suoni che restano indiscutibilmente targati anni Ottanta. La vicenda la conosciamo bene. Miles nel 1985 rompe la sua lunghissima liaison con la Columbia, passa alla Warner Bros e tra l`ottobre di quell`anno e il gennaio 1986 lavora alla sua nuova ripartenza – l`ennesima di una carriera infinita – agli Ameraycan Studios di Los Angeles. Da un po` non è più completamente padrone delle sue scelte, la sua vena creativa si è appannata, il proverbiale fiuto nella scelta dei collaboratori si è affievolito. L`ossessione per la ricerca del nuovo, la costante “coazione a non ripetere”, l`idiosincrasia a suonare “vecchio jazz”, che per lui è come “mangiare tacchino freddo”, sono invece rimaste immutate. Siamo a metà di un decennio in cui Davis guarda alle classifiche, al pop, al funk, a James Brown, Prince e Michael Jackson, al loro stile e un po` anche al loro invidiabile successo. Le incisioni vanno in quella direzione e per diverse tracce si ipotizza di lavorare addirittura con vocalist di vaglia come Al Jarreau e Chaka Khan. A un certo punto però i nuovi padroni della Warner decidono che questa non è la strada giusta, e Miles viene affidato alle cure di Tommy LuPuma e soprattuto del bassista-produttore Marcus Miller, allora giovanissimo, che plasmeranno le fredde campiture sonore, decisamente synth-oriented, di Tutu, uscito nell`ottobre 1986. I nastri di Rubberband restano dimenticati sugli scaffali, anche se diversi brani godranno di vita autonoma nelle esibizioni live.

Trentatré anni dopo la tentazione di uscire con un prodotto targato Miles Davis resta irresistibile, ed ecco il Rubberband versione 2019, introdotto da un apprezzabile dipinto del Maestro in copertina. Non è un “MD” degli anni Cinquanta, o degli anni Sessanta, decenni da cui si sceglierebbe a colpo sicuro come in una cantina colma di bottiglie di Barolo: annata più annata meno, la qualità è garantita. I pezzi vocali, cioè le prime quattro tracce e I Love What We Make Together, sono abbastanza trascurabili, e il bouquet di ospiti (Ledisi, Medina Johnson, Lalah Hathaway) sembra tributare un omaggio al Nostro abbastanza di maniera e a tratti insostenibilmente leggero, sulla scia di un r&b di facile consumo. Rubberband Of Life è tirata indebitamente per le lunghe, This Is It abbonda in campionamenti e programmazioni elettroniche, Paradise è un pasticcio ritmico scontatissimo, tra latinità e calypso. So Emotional ci restituisce almeno l`eco dell`inarrivabile capacità di sintesi di Davis: l`iterazione delle due note della tromba sullo sfondo basta a creare un`atmosfera sospesa e a dare profondità alla traccia. Non ricordo chi disse “Miles può suonare due note e dire altrettanto di uno che ne suona trenta”, ma il concetto resta validissimo. La grande arte, anche la sua, è sempre sintetica.

Il discorso cambia parecchio nei pezzi strumentali, quelli in cui possiamo riassaporare le traiettorie della tromba davisiana che emergono da una distesa di suoni sintetizzati. Per fortuna il disco dedica spazio anche al padrone di casa e ci restituisce le sue improvvisazioni libere, di gran classe, su basi ritmiche funky. Give It Up è giustamente “sparata” in prima fila nella promozione di Rubberband: il ritmo è irrestistibile, l`assolo di Miles un distillato di suoni scelti con il solito timing perfetto e un`inarrivabile scelta delle pause, in un`atmosfera di creatività controllata; c`è perfino un breve scambio di interventi con il sassofono. Maze lavora di più sui contrasti ed è in linea con il Miles fusion della prima metà degli anni Ottanta, quello ancora sotto le insegne della Columbia: un gioiellino che non sembra invecchiato, dove giova non poco la qualità dei colleghi, con Bob Berg al sax, Steve Thornton alle percussioni e le efficaci distorsioni della chitarra di Mike Stern. La successiva Carnival Time pare distendersi all`improvviso nel magniloquente gancio melodico del ritornello, che richiama l`atmosfera degli ultimi live, ma a contrasto l`assolo nella parte centrale è di serena e concisa cantabilità. In See I See il timbro della tromba si fa più opaco e fragile, rilevando le sofferenze dell`ultima parte della carriera di Davis, e tuttavia non manca di fascino. La classe in lui non è mai tecnica o abilità strumentale, ma piuttosto un lirismo raffinato che si coniuga con geniali intuizioni nell`organizzazione delle idee musicali. Lo stesso discorso può valere per The Wrinkle: la lunga “ruminazione” su poche note, che segue all`intro in solitaria di Echoes In Time, può apparire ripetitiva, eppure è una progressione che cattura.

Irrinunciabile per i “completisti”, Rubberband inserisce un tassello mancante dell`ultimo tratto della carriera di Davis, che è già stato adeguatamente documentato dal cofanetto The Warner Years, 1986-1991, uscito nel 2011. Per i più giovani è la punta estrema di un iceberg di creatività da cui partire alla scoperta dell`enorme parte sommersa, l`appiglio più semplice a cui attaccarsi per poi tentare la scalata a tutto il resto. Per tutti gli altri, niente di davvero imprescindibile.

 

Track List

  • Rubberband Of Life
  • This Is It
  • Paradise
  • So Emotional
  • Give It Up
  • Maze
  • Carnival Time
  • I Love What We Make Together
  • See I See
  • Echoes In Time/The Wrinkle
  • Rubberband