Outback<small></small>
Jazz Blues Black • Jazz

Mike Osborne Outback

1970 - Eargong / Goodfellas

25/01/2021 di Pietro Cozzi

#Mike Osborne#Jazz Blues Black#Jazz #Mike Osborne #Chris McGregor #Harry Becker #Harry Miller #Louis Moholo #jazz inglese #ristampa #Brotherhood of Breath

Smarritasi nelle nebbie dell'alcol, delle anfetamine e della schizofrenia, la breve carriera dell'altosassofonista inglese Mike Osborne durò la spazio di un paio di decenni, dai primi anni Sessanta agli albori degli anni Ottanta. Eppure “Ossie”, come lo chiamavano amici e colleghi, è stato uno dei più autorevoli rappresentanti della nidiata di adepti al free jazz in terra dell'Albione, e il suo lungo ritiro in condizioni di precaria salute mentale ha evocato paragoni altisonanti: per il giornalista e critico Gennaro Fucile è “il Syd Barrett del jazz d'Oltremanica”. Nei fumosi club londinesi e nelle numerose band in cui ha militato, la sua luminosa parabola si è incrociata con quella di due figure chiave del jazz britannico come Alan Skidmore e John Surman, con cui fonda il trio SOS (1974-1975), in bilico tra avanguardia, elettronica e folk.

Dopo l'esordio nella big band di Mike Westbrook, che fu un'autentica catalizzatrice di nuovi talenti, la sua vicenda si incrocia anche con un deliziosa storia di fratellanza musicale quasi dimenticata, quella dei musicisti sudafricani che ripararono in Inghilterra per sfuggire all'apartheid. La testimonianza più luminosa di questa felice commistione artistica fu la Brotherhood of Breath, l'ensemble a geometria variabile guidata dal pianista Chris McGregor e formata da jazzisti del Continente Nero e solisti di casa. Osborne vi militò per diverso tempo, sviluppando amicizie e relazioni artistiche da cui attingerà per i rari progetti a suo nome. Fra questi c'è proprio Outback (1970), meritoriamente ripescato da Eargong, l'etichetta italiana specializzata nelle riscoperta di gemme dimenticate nel panorama del rock sperimentale, dell'avanguardia jazzistica e dell'elettronica predigitale tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta.

Per la prima session da lui diretta, Osborne allestisce un quintetto che è un piccolo all star team di musicisti britannici e sudafricani, riunendo insieme al già citato McGregor il trombettista Harry Becker, il batterista Luis Moholo e il contrabbassista Harry Miller, amico fidato e sodale artistico di una vita. All'esordio in studio, questa formazione partorisce le due lunghe tracce di Outback, che sembrano scaturire da un crogiolo denso di creatività ed energia, in cui urgenza espressiva e libertà sono le due strade maestre. Quasi consapevole del tempo limitato che ha davanti, Osborne impegna tutto sé stesso in uno sforzo supremo, infilando due frenetici assoli che richiamano i maestri di oltre Atlantico (Ornette Coleman, Jackie McLean, l'ultimo Coltrane) e al tempo stesso mostrano i tratti originali della sua visione. Di una bellezza struggente, la progressione di Osborne in So It Is si apre con il sax alto che scalda i motori, portando la temperatura al punto giusto, per proseguire poi senza mai perdere l'aggancio con la creazione melodica, che a tratti ha l'andamento maestoso di un inno.

Introdotta da un breve spunto tematico, la title track ha un clima più rilassato e arioso, a cui la tromba di Harry Becker si adatta perfettamente, ben sostenuta dal lavoro della batteria molto sui piatti. Di sapore opposto, in efficace contrasto, è l'intervento successivo del sassofonista, che soffia un turbinìo di note arruffate e convulse, evocando il modello coltraniano. Curioso è l'epilogo di entrambi i brani, che si spengono quasi per consunzione energetica in una mistica evaporazione finale, come se le batterie si fossero scaricate all'improvviso. Condivisa dall'ascoltatore, questa sensazione di compiuta catarsi è il miglior omaggio alla fiammeggiante arte anarchica di Osborne, purtroppo imprigionata per un quarto di secolo nell'esilio forzato di Hereford, dove Ossie si è spento nel 2007.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Track List

  • So It is
  • Outback