Rifles & Rosary Beads<small></small>
Americana − Folk − Rock

Mary Gauthier

Rifles & Rosary Beads

2018 - In the Black/ Appaloosa / IRD
10/02/2018 - di
Quanto è distante la guerra da noi? Non voglio intendere “quanto” in senso geografico, ma in senso fisico, morale, umano. A seconda del momento storico, sociale e politico, la guerra la sentiamo vicina e lontana. Qui da noi è una faccenda considerata remota nel tempo, se la vogliamo vedere come una faccenda di invasione, fratello contro fratello, fazione contro fazione, distruzione, sangue nelle strade e parecchie vittime da contare sul suolo patrio (e non solo). Certamente abbiamo avuto dei conflitti interni che hanno segnato la storia dell’Italia repubblicana. E anche guerre più o meno lontane, mascherate da interventi di pace, ma poca cosa in confronto a una nazione come gli Stati Uniti, che dalla Prima Guerra Mondiale ha scelto di essere presente, più o meno direttamente, in quasi i tutti i conflitti mondiali.

Per cui, quanto è distante la guerra da noi? Credo parecchio, anche se la voglia di “menare le mani”, a molta gente ritorna in modo ciclico. Il Novecento (secolo tremendo e infinito) ha spazzato via l’idea romantica ed epica della guerra che la storiografia di ogni “regime” (e a volte anche la letteratura) ha cercato di tramandarci, e ci ha consegnato una “classe sociale” (qui in Italia esigua, ma in altre parti del mondo sempre più folta) che possiamo individuare nei reduci delle guerre.

Dall’incontro con questa “classe sociale” Mary Gauthier (assistita da psicologi) è partita per realizzare il suo ultimo disco. Ma la premessa a questo lavoro parte dalla visita che il produttore Darden Smith fece nel 2012 a un ospedale militare statunitense in Germania. La conoscenza con quei veterani che stavano lottando contro le proprie ferite (morali e fisiche) e per la reintroduzione alla vita civile, lo portò a fondare l’associazione “SongwritingWith:Soldiers”, con lo scopo di aiutare l’elaborazione dei traumi subiti attraverso la scrittura di canzoni. Mary Gauthier successivamente contattata da Smith ha subito aderito al progetto e si è resa disponibile a comporre alcune canzoni insieme ai veterani e alle loro famiglie, con il fine di pubblicarle su un disco. Un lavoro che è durato cinque anni, e che ha avuto come risultato la creazione di più di cinquanta brani; che dopo una scrematura, sicuramente necessaria, si sono ridotti a solo undici.

Undici pugni nello stomaco. Spaccati di una realtà a volte inconfessabile, spesso distante dal nostro immaginario, che ci rendono consapevoli del costo nascosto della vita nell’esercito. Sia quella che si svolge sul campo di battaglia, ma soprattutto quella dei codici militari, in cui la fratellanza tra commilitoni può sfociare nell’omertà più schifosa, atta a nascondere le più vili azioni. Se si vanno a controllare le statistiche i numeri sono impressionanti. A partire dal 2014, il Department of Veterans Affairs ha riferito che il suicidio reclama la vita di circa 22 veterani al giorno; studio che lo stesso dipartimento statunitense ha diffuso nel 2016. Una grave emergenza sociale. «Mi sono resa conto che i nostri veterani stanno soffrendo. Stanno davvero male – ha detto la Gauthier – e hanno una storia da raccontare. […] Ho sentito una vera “parentela” con loro sin dal primo incontro. Quando pensi ai veterani, ti affidi a uno stereotipo presente nella tua mente, ma loro non sono così. Sono una sezione trasversale dell’umanità». E l’incontro artistico tra il mondo tormentato della songwriter e quello dei reduci, ha prodotto Rifles & Rosary Beads, un disco di rara intensità. Lo si capisce fin dalla prima traccia (Soldering On) dove la chitarra elettrica e le armonie tessute dal violino e dalla viola di Michele Gazich (una sapiente e lirica presenza in tutto il disco), creano una sorta di marcia-folk che accompagna il canto determinato della Gauthier. «What saves you in the battle / Can kill you at home»: i pericoli sul campo di battaglia ci sono, ma quelli più infidi, che possono ucciderti, li dovrai affrontare tornata a casa. Ed è una soldatessa che scrive queste parole; una donna determinata a “non mollare”. Lo stesso Michele Gazich ci confida che Mary (di cui lui è amico e collaboratore da molti anni) ha voluto fortemente il suo violino come protagonista del progetto: «Mary ha voluto fortemente il “pianto” del mio violino perché, a suo dire, nessun violino piange così in America. In esso è contenuto il pianto delle nostre guerre, dei nostri morti e quello ebraico. Insomma un pianto diverso».

La presenza femminile in questo disco è veramente importante. La maggior parte dei brani è stata scritta dalla Gauthier insieme a delle soldatesse; chiaro segno della sempre più importante presenza del mondo femminile nelle forze armate statunitensi. Ma questa esigenza di scrittura è dettata anche dal voler denunciare pratiche che consideriamo incivili, ma che nel mondo militare paiono normali. Si prenda come esempio l’ignobile iniziazione che devono subire le giovani reclute. Secondo un rapporto diffuso dal Dipartimento della Difesa statunitense, una donna su quattro e un uomo su tre hanno subito violenze sessuali per mano di qualcuno nella loro catena di comando. Tra le vittime che hanno avuto il coraggio di parlare, circa il 60% ha in seguito dovuto subire qualche tipo di ritorsione. Questa situazione viene ben sintetizzata dal brano Iraq (scritto da Mary Gauthier e Brandy Davidson), in cui viene descritta la vita quotidiana di una donna nell`esercito: «What I wouldn’t give them they’d try to take / And when I refused them they made me pay / And it was so hard to see until it attacked but / My enemy wasn’t Iraq».

Ma la mortificazione della donna non si ferma qui. In Brothers (pezzo scritto insieme a Meghan Counihan) si racconta di quanta poca sensibilità e solidarietà viene riservata a una soldatessa che deve andare in missione dopo il parto (nel periodo dell’allattamento), e che davanti ai pericoli della guerra, in uno stato mentale e fisico provati, cerca la vicinanza dei propri commilitoni, e successivamente dei propri connazionali al ritorno a casa. «War ripped my baby from by breast / […] Told my body not feel at all / […] Kept you in my view I’d die for you/ […] You raised a flag for the men who served / What about the women what do we deserve? / […] Your sisters are your brothers, too».

Nel disco però non si affronta solo il dolore e i problemi che subiscono i veterani. Infatti nel brano The war after the war (scritto a sedici mani) la melodia intessuta dal violino di Gazich accompagna la dolente descrizione di cosa vuol dire convivere con un reduce: «Who’s gonna care for the ones who care for the ones who went to war / Landmines in the living room eggshells on the floor / […] I’m a soldier too just like you / Serving something bigger than myself / I serve unseen caught in between / My pain and the pain of someone else». Quasi un’implorazione per riconoscere il valore necessario anche a chi deve prendersi cura di qualcuno ritornato dalla guerra, dove la quiete domestica può divenire un campo di battaglia.

Dal punto di vista delle scelte musicali l’intero disco si colloca nella galassia del folk-rock acustico, dove l’utilizzo di una strumentazione “abbastanza contenuta” (chitarre, mandolino, violino, viola, pianoforte, basso, batteria, cori; suonati dai migliori musicisti della scena di Nashville, con l’aggiunta del nostro Michele), si adatta al meglio allo scopo “intimista” del disco. Infatti pur essendo un lavoro che affronta temi “forti”, la musica che accompagna le parole non evoca mai la potenza delle guerra o del dolore. Porge i temi affrontati con delicata fermezza, lasciando al testo di far penetrare fino in fondo l’orgoglio, il senso di colpa, la disperazione e la denuncia dei reduci. Questo valido bilanciamento tra testo e musica lo si deve al valido lavoro di Neilson Hubbard, produttore del disco, che ha saputo recepire le esigenze stilistiche che la Gauthier e Gazich (perché oltre a suonare il musicista italiano è stato la vera “spalla” della songwriter statunitense in tutta la realizzazione del progetto), volevano imprimere al disco.

Tirando le fila si può asserire che Rifles & Rosary Beads è un progetto di “canzoni medicine” che merita molte lodi, e che aggiorna la categoria delle “canzoni anti-guerra” che ebbero tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, un’ampia produzione. Ma proprio essendo un progetto che ha coinvolto in prima persona i veterani, sicuramente travalica il lato artistico, mostrando i disastri della guerra dall’interno, ponendosi in un ambito di terapia sociale e di denuncia pubblica. Un modo utile per servirsi dello “strumento” canzone.

Un ultimo plauso va alla Appaloosa Records per lo sforzo di pubblicare questo disco, accompagnandolo con un libretto in cui vengono fornite le traduzioni dei brani. Un ottimo strumento per comprendere fino in fondo le tematiche affrontate.

Track List

  • Soldiering On
  • Got Your Six
  • The War After the War
  • Still on the Ride
  • Bullet Holes in the Sky
  • Brothers
  • Rifles & Rosary Beads
  • Morphine 1-2
  • It’s Her Love
  • Iraq
  • Stronger Together

Mary Gauthier Altri articoli