Thanks For The Dance<small></small>
Americana − Songwriting

Leonard Cohen

Thanks For The Dance

2019 - Columbia Legacy
22/11/2019 - di
I dischi postumi sono sempre appuntamenti a cui ci si reca con il tacito timore di trovarsi di fronte soltanto una fotografia sbiadita (spesso, su una lapide). Molte volte si tratta di mosse commerciali contrabbandate come omaggio, tanto all’artista che al pubblico, ma di solito è troppo forte la voglia di riascoltare la voce amata che ormai tace per sempre, anche in out-takes di dubbio valore o missaggi di fortuna con fondi del cassetto delle registrazioni, per cui si ascolta emozionati, almeno inizialmente.

A scanso di equivoci: non è questo il caso.

Thanks For The Dance, benché breve, è un disco di Leonard Cohen a tutti gli effetti e una prosecuzione congrua del suo ultimo album, You Want It Darker, del 2016. E se accingendosi a recensire un lavoro simile si sospetta di dover parlare più di poesia che di musica, non si può che pensare a una poesia necessaria, irripetibile, recitata con una voce che – in tempi in cui pare che non ci siano sfumature di mezzo, nell’opinione di pubblico e critica, tra bel canto stucchevolmente ostentato e cialtronesca imperizia – sa essere musicale anche sfiorando  appena la note, ma conferendo un peso diverso a ogni sillaba ed esplorando ogni anfratto del verso.

La maggior parte delle tracce è, come si poteva immaginare, uno spoken word che diventa pian piano canzone con la roca profondità del timbro, la consueta cura nella pronuncia, i colori insospettabili di un sussurro senile e quasi numinoso a rendere musicali strofe come sempre dolorose e lievi, raffinate e umili, mistiche e terrene, disincantate e romantiche. È la voce di uno dei più grandi poeti in lingua inglese del secolo passato, cui è capitato di essere anche un compositore di melodie limpide e abbacinanti (lo sostiene anche Bob Dylan, tra gli altri), non sempre supportate nella carriera da suoni di livello adeguato. Ecco, siamo di fronte a un disco in cui la composizione, gli arrangiamenti e la produzione orchestrati dal figlio Adam Cohen con l’ausilio di Michael Chaves, durante le registrazioni del disco precedente e dopo la morte del padre, rendono giustizia alla poetica.

I contributi di musicisti del calibro di Beck, Leslie Feist, Daniel Lanois, Javier Mas, Richard Reed Perry e Jennifer Warnes sono misurati, rispettosi e di gran classe.

L’incipit di Happens to the Heart ricorda Going Home (su Old Ideas, 2012). È Cohen che riprende il suo commiato da dove la morte l’ha interrotto: il cuore torna al centro dell’attenzione: si parte da religione e politica e, attraverso l’amore, si finisce al personale (ma è lì, diceva il cantautore canadese, che iniziano tanto le rivoluzioni che i problemi della società): “I was always working steady / but I never called it art / I got my shit together / meeting Christ and reading Marx / it failed my little fire / but it’s bright the dying spark / go tell the young messiah/ what happens to the heart.

Echi di flamenco introducono Moving On, dedicata a una “queen of lilac, queen of blue”, perché il vecchio ladies’ man non poteva smentirsi, anche se dietro alla donna del caso, nell’ultima parte della carriera, si può spesso scorgere la vita stessa, l’amore, la poesia. La domanda è: chi se ne va, chi inganna chi?

Ancora più spagnoleggiante è The Night of Santiago, ma solo a livello musicale e per nulla nella linea vocale e nell’interpretazione. Il brano era già presente in Book of Longing di Philip Glass (2007), in cui era cantata coralmente in forma di romanza, mentre Cohen prestava la voce leggendo i versi di quella che ora si chiama The Hills (e che risulta al confronto molto cantata).

Thanks For The Dance, già incisa da Anjani Thomas in Blue Alert (2006), è una sorta di Take This Waltz più essenziale e senza il profluvio di immagini derivate da Garcia Lorca. Un commiato, alla fine di un ballo che è stato stancante, magari goffo, ma bellissimo, sensuale, inevitabile: sentire intonare “la la la-la” in mezzo a tante parole è un momento di grazia, superamento del significato a favore del senso.

The Hills, dove la voce senile consegna una melodia elementare e scheletrica ma caldissima, è sorretta magnificamente da ottoni grevi, parrebbe adatta al trattamento di elettronica da camera di Ten New Songs (2001), ma la strumentazione la rende più raffinata. Qui l’autobiografia degli ultimi giorni è scoperta: “I’m living on pills”, canta Leonard, poi, sul silenzio, “for which I thank God.” Le volte successive la stessa frase si veste da inno senza trionfo, accompagnata dal coro. La malattia è descritta ancora in The Goal, con un consuntivo finale e il consueto paradosso del Cohen più Zen: “No one to follow / And nothing to teach / Except that the goal / Falls short of the reach.”

Puppets è oscura e minacciosa: rintocchi di timpano e chitarra elettrica, con cori lontani, il resto una sorta di dolente invettiva verso un mondo di fantocci. Forse l’accento politico e il richiamo alla Shoah interrompono un poco la vena intimista dell’album.

La finitezza, la dignità e “l’invicibile sconfitta” con cui occorre fare i conti per tutta la vita tornano temi centrali per un uomo capace, a suo dire, di tormentarsi anche nei propri periodi migliori e che, per saggezza o stanchezza, nei giorni finali si dimostra pacificato – benché non rassegnato – con l’ultima consegna: non c’è saggezza, non ci sono maestri, non ci sono insegnamenti, tranne la fragilità della bellezza (le “visions of beauty” che un tempo opprimevano i cantanti di Chelsea Hotel), che ci sopravvive “Listen to the hummingbird /whose wings you cannot see / listen to the hummingbird /don`t listen to me.” Se queste saranno le ultime parole del compianto Leonard che ascolteremo, facciamone tesoro, apprezzandone anche la consueta pratica del paradosso: occorre ascoltare il suono di ali invisibili, la mente di un Dio che non ha bisogno di essere, una canzone che dice di non ascoltare chi la canta.

I simboli che Cohen usava come sigilli grafici – una coppia danzante, un colibrì e il fiore di due cuori interlacciati (l’ordine dei cuori uniti) – tornano nei testi di questa lettera spedita dal confine tra vita e morte. Al di là degli accidenti biografici, si tratta di un autentico tesoro in musica, che non sfigura accanto agli album maggiori, sul quale ogni vecchio estimatore e nuovo ascoltatore potrà tornare negli anni a venire.

Track List

  • Happens to the Heart
  • Moving On
  • The Night of Santiago
  • Thanks for the Dance
  • It`s Torn
  • The Goal
  • Puppets
  • The Hills
  • Listen to the Hummingbird

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