Old Ideas<small></small>
Rock Internazionale − Songwriting − Folk Pop

Leonard Cohen

Old Ideas

2012 - Columbia records
29/01/2012 - di
Leonard Cohen è una figura intoccabile. Poeta, scrittore, cantautore, ha influenzato al pari di Dylan intere generazioni di artisti e discepoli. Ha scritto capolavori riconosciuti e perle dimenticate, ma le sue canzoni, è il momento di dirlo, sono spesso migliori dei dischi che le contengono e più in generale gli arrangiamenti non hanno mai reso giustizia alla classe delle composizioni e ai chiaroscuri di quel vocione sempre più basso, roco, profetico e numinoso.

Dagli esordi strimpellanti fatti di chitarra e voce al periodo elettronico di I’m Your Man (1988), con imbarazzanti echi disco, dai concerti funestati da coretti femminili alle ultime prove, le cose migliori sono forse Recent Songs (1979), con l’oud e la tristezza kleztmer del violino, e inaspettatamente Ten New Songs (2001), in cui un’elettronica da lungomare riporta all’intimità di una stanza senza indulgere in ammiccamenti, ovvero due dischi tra i meno citati. Dopo il discontinuo Dear Heather (2004), da questo ultimo lavoro ci si attendeva una maggiore cura della produzione, seguita da Ed Sanders, che vedeva coinvolto il figlio e il fedele Roscoe Beck al basso e agli arrangiamenti, e si è ammantato dell’aria torva di un addio alle scene per questioni di età.

E finalmente eccolo questo Old Ideas. Cohen è un cantautore di quelli a denti stretti, non un disarmato sentimentale come, ad esempio, Brel, non ha la verve immaginifica di un Dylan: la sua poesia è di una consapevolezza senza sconti che si esprime al meglio nella forma morbida e torbida dell’ultimo piano bar, della voce sussurrata, suadente e autorevole, e in questo senso le conferme ci sono, nel bene e nel male. Il suono è oscuro ma leggero, il timbro è cavernoso e solo a tratti coperto dai cori, i temi sono i consueti: il mondo femminile e l’eros come apertura straziante alla bellezza, in un mondo che la nega continuamente, e c’è ancora più profondo il vecchio, ironico, dolente disincanto. Non rassegnazione, ma consapevolezza e la dolcezza dell’ultima preghiera.

L’iniziale Going Home sembra un out-take di Dear Heather e tenta la carta della sensualità ruffiana, con synth dal suono stucchevole ma non fuori luogo, The Darkness è oscura e bluesy, simile all’anteprima live: l’oscurità è una malattia, ovviamente venerea, che si prende bevendo dalla coppa di una donna, non c’è futuro e il presente non è piacevole. Il Poeta fa un bilancio di vita, fa i conti con l’età, ancora una volta fronteggia, con un misticismo da camera permeato di umorismo ebraico, la caducità e la necessità della sconfitta: Show Me the Place una ballata pianistica che lascia il segno. Crazy to Love You ci restituisce il Cohen di un tempo, da tempo soltanto sognato, con il pattern di chitarra stretto e l’elegante amarezza: il tocco impreciso e improvvisato rimanda quasi all’intimismo low-fi di un Howe Gelb, purtroppo la chitarra registrata in linea sciupa tutto con un suono piatto e sbrigativo. Banjo parte come una parodia del country-blues, poi prende slancio coi fiati, le voci femminili la rovinano un po’, ma questa è una costante di Cohen e del suo gusto.

Non il disco definitivo, quindi, ma qualche abbozzo che lascia intravedere il capolavoro, qualche buona occasione sciupata, il perdono incondizionato dei fan e la consueta pregnanza delle liriche: con questo si ha a che fare presentandosi all’appuntamento con il vecchio Leonard. E in fondo lo sapevamo già.

Track List

  • Going Home
  • Amen
  • Sho Me The Place
  • Darkness
  • Anyhow
  • Crazy To Love You
  • Come Healing
  • Banjo
  • Lullaby
  • Different Sides