Taverne, stamberghe, caverne<small></small>
− Italiana, Cantautore

La Banda Del Ducoli

Taverne, stamberghe, caverne

2003 -
04/06/2003 - di
“Un libro e un disco, praticamente la stessa cosa”, si legge nel booklet. Del libro c’è solo qualche traccia tra i credits, ma il disco c’è, eccome, e si sente.
“Taverne, stamberghe, caverne” è il quarto album di Alessandro Ducoli, con una band “nuova” e un pugno di storie, tutti dotati di quella dose di verità indispensabile per un disco e per un libro: canzoni che hanno bisogno di essere sentite sulla pelle, come una musica, e di essere viste, immaginate, come una storia.
L’album si presenta come un corpo narrativo, che si apre e si chiude con la stesso pezzo, “La fiera”, inquadrando un paesaggio di provincia e mettendo a fuoco una serie di voci quotidiane, che diventano appunto storia, nel senso più popolare e vero del termine.
“Taverne, stamberghe, caverne” è un disco che sarebbe riduttivo definire di solo cantautorato, perché ha in sé una dote rara. Se è vero che, per non rimanere sommersi nell’attuale panorama musicale, è indispensabile suonare con personalità, Ducoli e la sua band hanno scelto il modo più intelligente e, forse, più difficile per farsi notare: dodici canzoni che contengono un mondo tutto loro. Ideali coordinate geografiche fanno risalire ad una “terra di passaggio con intorno le montagne”, non solo quelle delle valli bresciane, mentre i punti di riferimento musicali vanno da De Andrè a Capossela, da Ciampi a Gaetano, oppure da Jackson Browne a Bruce Hornsby, se ci si vuole spostare oltre i confini nazionali.
Ducoli e la sua band sono dei viandanti, attratti da qualunque forza in movimento: la gravità che fa scendere il vino in un bicchiere, la spinta che muove l’onda del mare, il fischio di un treno o il ritmo sgangherato di una vita, in perenne altalena tra felicità e nostalgia. Logico allora spostarsi da un genere all’altro, con grande dignità ed eleganza, dallo swing-soul di “Sgangherata”, al funk di “Berlicche”, al rock energico di “L’alluvione”, passando attraverso raffinate ballate.
Fisarmonica, sax, clarinetto e hammond la fanno da padrone, con la signorilità di chi è sempre pronto ad offrire da bere e a fare da spalla a chi si racconta: “Taverne, stamberghe, caverne” diventa così un disco che offre rifugio a chi ha voglia e tempo per ascoltare, per sorseggiare della buona musica e delle buone storie. Anche con leggerezza, come in “Un sabato felice”, un esempio di che cosa potrebbe davvero essere la musica leggera italiana.
Come dice lo stesso Ducoli: “in origine l´uomo trovò rifugio dagli elementi all´interno delle caverne; successivamente imparò a costruirsi rifugi sempre più adeguati alle sue nuove esigenze. Ora è arrivata l´esigenza di tornare alle caverne”. La canzone quindi diventa un mezzo per rimanere attaccatti alla vita, per proteggersi da una pioggia che non smette di cadere, per non arrendersi ad un destino troppo comune.
A conferma poi del lavoro svolto sia in fase di arrangiamento che di registrazione, tutto si muove con omogeneità e con spontaneità, quasi che fossero le storie stesse a dar vita ai loro personaggi e ai loro autori. Così come succede nei migliori dischi (e libri), piano piano l’arte si fa talmente personale da uscire dal suo autore: “le mie navi nel porto / sono andate da sole / per amore del sale / hanno messo le vele”.

Track List

  • LA FIERA|
  • SGANGHERATA|
  • BERLICCHE|
  • UN SABATO FELICE|
  • NINA|
  • MALEDETTA AFRICA|
  • MALIGNO|
  • L’ALLUVIONE|
  • DELIRIO ORDINARIO|
  • LENTA|
  • A PROPOSITO DI QUESTI GIORNI|
  • UOMINI DELLE TAVERNE (LA FIERA)

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