Push The Blues Away <small></small>
Jazz Blues Black • Blues

Josh Teskey & Ash Grunwald Push The Blues Away

2020 - Ivy League

26/12/2020 di Roberto Frattini

#Josh Teskey & Ash Grunwald#Jazz Blues Black#Blues

Capita che due amici si incontrino per caso, magari a passeggio per le vie del centro, e comincino a rievocare i vecchi tempi, a far battute sulle conoscenze comuni e su quella ragazza per cui entrambi avevano perso la testa, fino a quando lei non era andata via con un terzo e loro se l’erano tanto presa ma adesso, invece, ci ridono su, pensando alla stupidità della gioventù. Chiacchierando s’accorgono che s’è fatta l’ora di cena, e allora uno dei due dice: “Oh, ma perché non vieni da me? Non ho niente di pronto, ma ci facciamo uno spaghettino al volo”. Tutti abbiamo vissuto una scena del genere e tutti sappiamo che, misteriosamente, quelle sono le cene migliori, ben più riuscite di altre, pretenziose e a lungo programmate.

Questo disco è lo “spaghettino al volo” perfetto e ne ha tutto il felice sapore fatto di passioni comuni e di resa incondizionata alle buone vecchie cose d’un tempo che spesso, in fin dei conti, sono le uniche che ancora ci fanno star bene.

Josh Taskey e Ash Grunwald sono due musicisti australiani, l’uno, con i suoi The Taskey Brothers, più orientato verso il rock blues con venature soul e southern, l’altro più schiettamente immerso nella musica del diavolo tradizionale. Si sono incontrati per la registrazione di un video e hanno cominciato a jammare su The Sky Is Crying, il classico di Elmore James. Quando hanno rivisto il filmato, si son resi conto che insieme funzionavano alla grande. E allora si son detti: “Dovremmo fare un disco insieme. Un disco di blues classico come dio comanda, senza fronzoli, magari registrato in analogico su nastro, in presa diretta, con giusto due chitarre e poco altro”. Push The Blues Away è esattamente questo, ed è stato registrato alla vecchia maniera, in soli cinque giorni, mettendo insieme sei canzoni originali scritte per l’occasione e due cover blues super classiche, ovvero la stessa The Sky Is Crying e Preachin’ Blues, uno dei cavalli di battaglia di Son House da cui Robert Johnson prese ispirazione per il suo brano omonimo e che sembra essere una delle cover d’elezione dei nuovi musicisti blues (ad esempio, di recente, le Larkin Poe ne hanno fatto una bella versione).

La copertina dell’album potrebbe essere quella di un disco dei Creedence: vi campeggiano i due giovanottoni in salute in questione, sorridenti, in camice a quadri da trappers, sotto il titolo scritto in caratteri da vecchio west.

Tutto l’album è fatto praticamente solo di chitarre (molte acustiche, qualche slide e qualche elettrica dal suono valvoloso), voci, qua e là una lancinante armonica con tanto di drive alla Little Walter e pochissimo altro. Il suono complessivo è una gioia per ogni amante delle vecchie care cose: caldo, pastoso, palesemente analogico, con pochissimi reverberi e appena un po’ di compressione.

Fin dalla prima traccia, Low Down Dog, gli intenti sono chiari: su una percussione minimal fatta di battimani, si appoggia mollemente un’elettrica con un leggerissimo tremolo, in pieno stile Fogerty, quando con i CCR faceva cose come Run Through The Jungle. Arriva poi un’armonica assassina. Siamo immersi fino al collo nello swamp blues. Ma la sorpresa è la voce di Teskey: quando il sottoscritto l’ha sentita, gli è salito alle labbra un “per dinci! Gregg Allman!!”. E non c’è bisogno che vi dica che l’espressione che, in realtà, m’è venuta non è stata esattamente “per dinci”.

Il secondo brano, Hungry Heart, offre subito un esempio dell’altro mood portante del disco: le ballate acustiche southern, sempre venate di blues. Fingerpicking alla chitarra, un dobro che decora sopra, canto più intimo.

Non è necessario analizzare pezzo per pezzo il lavoro, perché se c’è un pregio in questo disco quello è la coerenza estetica. I due vogliono darci (e prima di tutto dare a loro stessi, evidentemente) il piacere di una cosa che non ha il complesso del manierismo, la fissa dell’originalità: una cosa che sia puro godimento da appassionati di un genere fatto con tutti i crismi e rispettandone tutti i canoni, una roba al di fuori del tempo, che sarebbe andata bene cinquant’anni fa come andrà bene (lo speriamo ardentemente) nel futuro.

Resta da notare la presenza di un altro fantasma eccellente che occhieggia in vari momenti, come nell’ossessivo e basico boogie chitarristico di Something With Feel o in Thinking ‘Bout Myself: parlo dell’onorevole ombra di John Lee Hooker.

Insomma, questo è un lavoro che viene dall’Australia, ma è pieno di “vecchia america”, per citare un titolo del caro Lelio Luttazzi.

Non so voi, ma io se incontrassi questi due uno spaghettino al volo glielo proporrei

 

 

Track List

  • Low Down Dog
  • Hungry Heart
  • Thinking `Bout Myself
  • Push the Blues Away
  • It Rained
  • Something with Feel
  • Preachin` the Blues
  • The Sky Is Crying