The River Flows<small></small>
Americana • Folk

Jorma Kaukonen & John Hurlbut The River Flows

2020 - Culture Factory USA, Inc.

26/01/2021 di Leandro Diana

#Jorma Kaukonen & John Hurlbut#Americana#Folk

Un disco di folk acustico a fine 2020: ce n’è davvero ancora bisogno? Potevamo farne a meno? Beh, farne a meno certamente, ma attenzione perché si tratta di un disco tutt’altro che superfluo. La chitarra acustica (specie quando è suonata così, in purezza) ha la capacità rara di riportarci ad una dimensione primigenia e onirica in cui le corde della chitarra e le corde dell’anima si confondono e risuonano insieme, fuori dal tempo e dalla realtà. Non per nulla la chitarra acustica in solitaria è alla base di quel ramo del folk chiamato “primitive music”, che parte proprio da questa visione: musica al di là di generi, tecniche, costrizioni armoniche, scavando alla ricerca di flusso di coscienza sotterraneo, nel fondo dell’animo umano.

Jorma Kaukonen non dovrebbe avere bisogno di grandi presentazioni: protagonista di primo piano, nei lontani anni ’60, della scena psichedelica con Jefferson Airplane prima e Hot Tuna poi (sempre accanto all’amico e fido bassista Jack Casady), partendo dal più profondo e viscerale amore per il blues acustico degli anni ’20 (il “Jefferson” nel nome della band è un esplicito tributo a Blind Lemon Jefferson, forse il primo bluesman nero, maschio, cieco e chitarrista ad ottenere un ampio successo commerciale negli anni ’20, quando il mercato era dominato dalle Blues Queens, tanto da passare in poco tempo dal suonare per l’elemosina agli angoli delle strade di Dallas al girare in auto di proprietà con autista!). Meno noto è John Hurlbut la cui attività principale parrebbe essere quella di gestore del locale di musica dal vivo ricavato da Kaukonen nel suo ranch in Ohio “Fur Peace Ranch – Guitar Camp”.

Anche questo disco va in qualche modo ad ingrassare le fila dei “quarantine records”, concepiti durante la cattività forzata e conseguenti dirette social cui la maggior parte dei musicisti è stata “costretta” dallo stop ai concerti dal vivo. Così i due attempati ma arzilli amici si chiudono per qualche giorno nel Ranch e, sapientemente registrati dall’attuale batterista degli Hot Tuna (si esistono ancora!) Justin Guip, sfornano il disco oggetto delle nostre odierne attenzioni.

La scelta sonora è radicale ma azzeccata: due chitarre acustiche, una sola voce (quella di Harlbut, che suona anche le ritmiche mentre Kaukonen rifinisce con il suo stile elegantemente primitivo), qualche microfono a riprendere ogni tipo di rumore ambientale insieme alle chitarre (con grande dettaglio di dita che pizzicano le corde, foriero di un’estrema vividezza della resa acustica ed emotiva), esecuzioni rigorosamente insieme e dal vivo, niente sovraincisioni. Insomma, purezza è la parola d’ordine, come, d’altra parte, è stato per tutta la lunga carriera solista di Kaukonen.

Pregnante, in tal senso, la scelta del repertorio: per lo più una manciata di cover tra classici e  perle nascoste della musica Americana (non necessariamente scritte quando l’aggettivo indicava ancora solo una provenienza geografica e non un “genere” musicale, ma effettivamente ricadenti a pieno titolo nel genere; che poi più che un genere in effetti si tratta di un etichetta comoda da appiccicare su un disco o canzone quando non sai deciderti sei si tratta di country, folk, blues o spiritual), con l’unico inedito (scritto da Hurlbut) a chiudere il disco con una lieve deviazione stilistica.

Apre con una lunga intro strumentale Ballad of Easy Rider di Roger McGuinn (che apriva il disco omonimo dei Byrds del 1969) con sempre splendida People Get Ready (capolavoro di Curtis Mayfield del 1965) che segue alzando l’asticella. Con la terza traccia i nostri eseguono una delle perle moderne (1997) del disco: Choices di Billy Yates (portata al successo due anni dopo da George Jones, che pure duettava con l’autore sull’originale), mentre Kansas City Southern ci riporta all’annus mirabilis 1969 allorquando Gene Clark, uscito da un paio d’anni dai Byrds (che pure aveva contribuito a fondare e lanciare), scrisse la canzone per il secondo disco del gruppo di cui era contitolare insieme al banjoista bluegrass Doug Dillard (con alla chitarra il futuro fondatore degli Eagles, Bernie Leadon); anche se la versione dei nostri (pur se acustica e introdotta da un riff che sa molto di Change The World di Eric Clapton) ricorda più la versione southern boogie che Gene Clark pubblicò su Two Sides To Every Story.

Across The Borderline è uno di quei piccoli capolavori nati dall’amicizia di due grandissimi della musica americana: Ry Cooder e John Hiatt, in questo caso coadiuvati da un’altra istituzione come Jim Luther Dickinson (tra l’altro pianista per i Rolling Stones e papà dei North Mississippi Allstars), inno pacifista pubblicato originariamente su Get Rhythm di Cooder e ben presto adottato da Willie Nelson che così intitolò il suo quarantesimo album in studio del 1993.

Seguono ben due tributi a Spencer Bohren, artista roots/americana (a me ignoto prima d’ora, lo confesso), statunitense con origini franco-irlandesi scomparso nel 2019, che – sulle orme di Ry Cooder, diremmo – ha inciso ben 14 album dal 1984 al 2018 (spesso pubblicati da etichette europee) mescolando proprie composizioni (di valore) a rivisitazioni personali di grandi classici del blues, del gospel e (soprattutto) del country. Le canzoni di Bohren riproposte dai nostri sono Travelin' (in pieno stile Hank Williams, dall’ultimo album Makin’ It Home To You del 2018) e The Old Homestead (da Blackwater Music del 2012).

Chiude il disco Someone’s calling, unica composizione originale firmata dalla (buona) penna di Hurlbut, in cui è percepibile il cambio di armonia e ritmo (ed è, presumibilmente, il motivo del posizionamento in fondo al disco).

Sulle esecuzioni non c’è poi molto da dire: l’atmosfera è pacata, le ritmiche di Hurlbut sono essenziali e la voce è piana e modula le melodie senza troppi sussulti né colpi di teatro; le dita di Kaukonen sono un po’ l’attrazione principale del disco insieme – ribadisco – al carattere “ambientale” del suono che crea un’atmosfera deliziosamente intima che esalta la magia dell’interpretazione.

Forse non tutti pensano di poter apprezzare un disco del genere, ma sono certo che un ascolto nel momento e nell’atmosfera giusta (imprescindibili un po’ di silenzio e un buon bicchiere di vino, direi) può sorprendere piacevolmente – e anche conquistare – più ascoltatori del previsto.

Tra i regali di internet, impensabili per chi ha maturato il proprio amore per la musica in altre epoche, ci sono perle come questo concerto di presentazione del disco, trasmesso il 9 gennaio scorso in diretta streaming dal ristorante Natalie’s di Grandview (Ohio):

Track List

  • Ballad Of Easy Rider
  • People Get Ready
  • Choices
  • Kansas City Southern
  • Across The Boderline
  • Travelin`
  • The Old Homestead
  • Someone`s Calling