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− Americana

John Eddie

Who the hell is john eddie?

2003 - LOST HIGHWAY
16/10/2003 - di
“Chi diavolo è John Eddie?”: qualcuno penserà ad un personaggio di un fumetto o di una puntata dei Simpsons. In pochi ricorderanno quel rocker che era parte della scena del New Jersey verso la metà degli anni ’80, quando, sull’onda di “Born in the U.S.A.”, tutti i discografici battevano il Garden State alla caccia del nuovo Springsteen.
All’epoca Eddie ottenne il suo bel contratto, ma non riuscì mai a sfondare e rimase una promessa fino a cadere nel dimenticatoio ed essere costretto a vagare di bar in bar pur di suonare.
John Eddie non è Bruce Springsteen, non lo è mai stato, e non lo è nemmeno ora che questo disco segna il suo ritorno con una label di prestigio come la Lost Highway. Il suo songwriting e il suo suono hanno sempre avuto un soul più crepuscolare, un rock’n’roll ironico, ben spruzzato di Memphis sound e di roots, niente a che vedere con l’energia salvifica del Boss.
Con quella faccia da quiet american e quel nome da everyman, John punta ancora sulla galanteria delle sue canzoni, pronte a toccare l’anima di qualunque persona sensibile, non solo di fans nostalgici o di springsteeniani di vecchia data. Per questo disco si è fatto aiutare e produrre da Jim Dickinson, mente e mano infuocata dei North Mississippi All Stars, che ha portato con sé tutta la sua esperienza, oltre che il padre Luther. Insieme ad alcuni ospiti/amici, John ha trovato qualcuno capace di valorizzare le sue canzoni: la bravura di Dickinson sta nel non aver forzato con il suo blues moderno, ma nell’essere entrato nella musica di Eddie e e nell’averne liberato il soul più profondo. Questo è successo grazie ai cori e ai suoni di chitarre, Gibson e Fender soprattutto, che riempiono l’album con maestria. John Eddie non è un rocker attempato e non ha fatto un disco di sole ballate: c’è il rock stradaiolo di “Low life”, sudato come un southern boogie, o “Novody’s happy”, un pezzo che cresce bene, come ai tempi della giovinezza, con una fisarmonica. Non manca qualche riferimento a Springsteen: “Forty” è un rock’n’roll sullo stile di quelle b-sides nascoste come “Pink Cadillac” o “Car wash”, ma John ci mette del suo con un ghigno ironico che non teme confronti, nemmeno col tempo passato. Niente suoni da Asbury Park o da E-Street Band, anche se magari di questi tempi avrebbero leggermente incrementato le vendite, John Eddie ha fatto il disco che voleva: ballate mosse come il Nils Lofgren più acustico (“If you’re here when I get back”), pezzi che sembrano usciti dalla penna fiera di Joe Ely (“Let me down hard”, “Family tree”), ma soprattutto grandi soul come l’autobiografica “Play some Skynyrd” e piccoli gioielli come “Jesus is coming” e la conclusiva “It doesn’t get better than this”, seguita da ben due ghost-tracks.
Questo è John Eddie.

Track List

  • If You’re Here When I Get Back|
  • Let Me Down Hard|
  • Jesus Is Coming|
  • Family Tree|
  • Low Life|
  • Everything|
  • Place You Go|
  • Nobody’s Happy|
  • Shithole Bar|
  • Forty|
  • Play Some Skynyrd|
  • It Doesn’t Get Better Than This